La Commissione europea dovrebbe presentare diverse opzioni per limitare gli scambi dell’UE con gli insediamenti israeliani, dopo che gli Stati membri hanno aumentato la pressione in una riunione ministeriale di lunedì.
Secondo quanto riferito da cinque diplomatici a Euronews, la Commissione europea dovrebbe presentare entro luglio alcune opzioni su come limitare le importazioni di beni provenienti dagli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati, in vista di una riunione dei ministri degli Esteri dell’UE.
Dopo uno stallo durato mesi, l’esecutivo europeo è sottoposto a forti pressioni da parte della maggioranza dei governi dell’Unione perché avanzi una proposta concreta per limitare gli scambi con gli insediamenti, considerati illegali dal diritto internazionale.
Nel corso della riunione dei ministri degli Esteri a Lussemburgo di lunedì, la commissaria per il Mediterraneo Dubravka Šuica ha dichiarato che, alla luce della forte spinta degli Stati membri, la Commissione preparerà alcune opzioni prima della prossima riunione ministeriale del 13 luglio. Lo hanno riferito a Euronews cinque fonti diplomatiche, che hanno chiesto l’anonimato per poter parlare liberamente.
Resta però poco chiaro quale tipo di opzioni sarà messo sul tavolo. Finora la Commissione è stata restia a proporre misure restrittive nel campo commerciale, anche perché il Consiglio non è riuscito a raggiungere una maggioranza qualificata sulla sospensione dell’Accordo di associazione UE-Israele, una misura molto più incisiva già in discussione.
«Solo i prodotti originari del territorio israeliano riconosciuto beneficiano delle preferenze commerciali previste dall’Accordo di associazione UE-Israele. I prodotti provenienti dai territori palestinesi occupati non godono di un trattamento preferenziale quando sono importati nell’UE», ha dichiarato a Euronews un portavoce della Commissione.
La scorsa settimana, un rapporto (fonte in inglese) del centro di advocacy Global Echo Litigation Centre ha indicato che prodotti agricoli originari dei territori palestinesi occupati da Israele sarebbero entrati nel mercato europeo con etichette fuorvianti, presentati come normali beni israeliani.
Commentando il rapporto, il portavoce della Commissione ha spiegato che le carenze segnalate sono attualmente oggetto di un esame approfondito e che l’esecutivo europeo interverrà di conseguenza qualora emergano prove di un’applicazione scorretta delle norme.
«Sul tema del commercio con gli insediamenti illegali, molti Stati membri hanno chiesto proposte alla Commissione. Trasmetterò questa richiesta e chiederò alla Commissione di preparare, in vista del prossimo Consiglio Affari Esteri, un elenco di opzioni per possibili misure commerciali, comprese misure volte a impedire le importazioni di beni originari dagli insediamenti illegali», ha dichiarato ai giornalisti l’Alto rappresentante dell’UE per la politica estera Kaja Kallas dopo la riunione.
Di recente Israele ha introdotto misure per rafforzare il proprio controllo sulla Cisgiordania e su Gerusalemme Est, in settori come il diritto di proprietà, la pianificazione urbanistica e le autorizzazioni. Passi che violano alcuni punti chiave degli accordi firmati nell’ambito del processo di Oslo del 1993.
L’attività di insediamento nei territori palestinesi è considerata illegale sulla base di un parere consultivo del 2024 della Corte internazionale di giustizia (CIG), che ha ritenuto gli insediamenti israeliani contrari al diritto.
Nel 2019 la Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) ha stabilito che i prodotti alimentari provenienti dagli insediamenti israeliani nei territori occupati devono essere etichettati in modo chiaro come originari di un «insediamento israeliano», e non semplicemente come «prodotto di Israele».
Un’eventuale proposta di imporre dazi sui beni provenienti dagli insediamenti israeliani verrebbe decisa con voto a maggioranza qualificata, che richiede il sostegno di almeno il 55% degli Stati membri dell’UE, rappresentanti almeno il 65% della popolazione totale dell’Unione.
Un gruppo di Paesi, tra cui Francia e Svezia, si è già schierato a favore di questa linea, sostenendo che i dazi rientrano nella politica commerciale e richiedono quindi soltanto una maggioranza qualificata.
Il ministro francese per il Commercio estero, Nicolas Forissier, ha recentemente dichiarato a Euronews che limitare gli scambi dell’UE con gli insediamenti israeliani «non è un atto aggressivo, ma normale».
La Commissione, al contrario, ha finora bloccato il dossier, sostenendo che tali dazi costituirebbero sanzioni ai sensi del diritto europeo e richiederebbero quindi l’unanimità degli Stati membri, sulla quale non esiste consenso.
Secondo indiscrezioni, il Servizio giuridico del Consiglio, influente organo consultivo dell’istituzione, avrebbe contestato questa interpretazione, rafforzando così la spinta verso restrizioni commerciali per frenare l’espansione illegale di Israele in Cisgiordania.
Il governo israeliano respinge la qualificazione di quegli insediamenti come illegali e li definisce «siti temporanei».
A maggio l’UE ha adottato misure restrittive contro alcuni coloni estremisti e le organizzazioni che li sostengono, dopo che il nuovo governo ungherese ha revocato il veto imposto in precedenza dall’ex primo ministro Viktor Orbán.
«È stato chiarito che le opzioni devono essere presentate in modo trasparente. Porterò la questione al collegio dei commissari», ha detto Kallas.
Questo articolo è stato aggiornato con un commento di un portavoce della Commissione europea.