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Siamo stati a Šuto Orizari, l’unico comune in Europa dove governano i rom

Siamo stati a Šuto Orizari, l’unico comune in Europa dove governano i rom

Siamo stati a Šuto Orizari, l’unico comune in Europa dove governano i rom

“Shutka? Ci sono andata una volta sola, per comprare uno scialle. Due euro l’ho pagato, ti immagini?”

Filipa aspira fumo dalla sigaretta, i gomiti appoggiati al tavolino sbrecciato su cui si stagliano due bottiglie di birra Zlaten Dab. “Attenti ai portafogli, comunque, quando siete là”, sospira espirando il fumo. Filipa ha vent’anni e vive a Skopje da sempre. Nel quartiere rom, quella Šuto Orizari che si fregia d’essere l’unica municipalità a guida rom d’Europa, la studentessa di cinematografia è andata solo una volta. Per il mercato, il gran bazar a cielo aperto che di fatto è fuso con il quartiere stesso. “Sei andata a Shutka solo per fare business, insomma.” Sorride. “Sì, diciamo così.” Scola la Zlaten Dab e ritorna alla sua šopska, l’insalata a base di formaggio, cetrioli, pomodori e cipolle che si trova ovunque in ex-Jugoslavia. Filipa non è un’eccezione.

Tutte le foto e il video: Marco Carlone and Simone Peyronel

Molti abitanti della capitale macedone a Šuto Orizari – Shutka, nel gergo locale – non ci sono mai andati, nonostante ci vogliano sette minuti di taxi e gli autobus urbani effettuino servizio regolare.

Un quartiere periferico, poverissimo, con un tasso di occupazione regolare al 23% e la nomea di un luogo pericoloso e malfamato – i locali la soprannominano “Shoot-ka” – che è diventato un’oasi, “un ghetto” si dice in questi casi. I pochi che vengono in centro per lavorare solitamente nascondono la propria origine.

La storia recente di Šuto Orizari inizia nel 1963, quando un terremoto ridisegnò gli equilibri demografici di Skopje. La comunità rom si trovò allora costretta ad abbandonare il proprio feudo tradizionale, il quartiere di Topaana, reso inagibile dal sisma. Il progetto di ricostruzione prevedeva inizialmente l’assimilazione della componente rom, per cui si preventivava di costruire condomini ad hoc in quartieri abitati principalmente dalle comunità maggioritarie della piccola repubblica (al tempo) jugoslava, ovvero albanesi e slavi macedoni. I rom rifiutano. Le autorità decisero allora di assegnare ai rom un intero quartiere, Šuto Orizari, quasi interamente evacuato dalla popolazione originaria e ridotto a un rione fantasma di case pericolanti e fatiscenti. Nel 1996 è stato riconosciuto come uno dei dieci distretti di Skopje, diventando così la prima municipalità al mondo dove il romanì, la lingua dei rom, è lingua ufficiale assieme al macedone. Il censimento del 2002 sancisce che più dell’80% degli abitanti è di nazionalità rom.

Dal finestrino del taxi scorre la periferia di Skopje, è un giorno di sole e i casermoni industriali si stagliano come cattedrali incompiute nei prati. Attraversiamo il Vardar su un ponte ad archi, mentre l’autista ci racconta della sorella che si è appena sposata in Italia. La strada svolta a sinistra e inizia a salire. Spuntano timidamente i primi segnali di Shutka, le bandiere azzurro-verdi con disegnato il chakra indiano che s'irradia. Le vie raccontano l’epopea del popolo rom (raccontata nel poetico film Latcho Drom, 1993), emigrato dall’India fino alla penisola iberica attorno all’anno 1000: via Indira Gandhi, dedicata alla presidente indiana che riconobbe l’eredità comune dei popoli rom e indiano, via Gvadalahara (la spagnola Guadalajara), ma anche via Garsija Lorka, un omaggio all’autore spagnolo che immortalò la vita dei rom in molte sue opere, come il Romancero Gitano (1928). Prima di scendere, facciamo in tempo a notare anche alcune insegne del principale partito locale, il PCERM (Partito per la Totale Emancipazione dei Rom di Macedonia).

Il bazar si snoda attorno all’arteria principale del quartiere, l’unica strada asfaltata decentemente, troppo stretta per far scorrere fluidamente il traffico di carretti, Mercedes d’epoca e autobus. A prima vista, Shutka non sembra distaccarsi molto dall’archetipo di quartiere povero di una qualunque città balcanica. I negozi si affacciano sulla strada, regna un bailamme incontrastato. Il bazar brulica di acquirenti, curiosi, anziani che sorseggiano caffè turco. Uno sguardo superficiale certifica che sono perlopiù autoctoni, i turisti e gli avventurieri sono rari. Le bancarelle vendono soprattutto vestiti dal marchio contraffatto, occhiali da sole e prodotti alimentari. Alcuni camerieri in camicia bianca si fanno largo tra la calca per portare tazzine di caffè su un vassoio ai commercianti. Incrociamo donne velate, venditori di caramelle e di coltelli, ma ad attrarci è soprattutto la popolazione under 20, divisa tra ragazzini sdentati ricoperti di polvere e adolescenti vestite alla moda, truccate come le coetanee di qualunque altra città europea. Stonano un po’ con l’ambiente, senza di loro la scena potrebbe essere naturalmente un frammento de Il Tempo dei Gitani di Emir Kusturica (1988). Che non a caso è stato girato qui.

Non è del tutto accurato sostenere che a Šuto Orizari si vada solo per il mercato. Ci sono anche altri due luoghi particolarmente frequentati - il carcere e il cimitero municipale Butel - a rafforzare l’immagine cupa che i concittadini hanno del quartiere rom. Specialmente la prigione, ci raccontano, si è guadagnata spesso le prime pagine dei giornali di recente, poiché vi sono rinchiusi gli ultra-nazionalisti che nell'aprile dell'anno scorso assaltarono il Parlamento per impedire il varo del governo di centro-sinistra guidato da Zoran Zaev. L'esecutivo, che in seguito ottenne la fiducia dell'emiciclo, era accusato di essere troppo inclusivo verso le minoranze, mettendo a repentaglio il predominio della maggioranza slava.

Sebbene ci aggiriamo per il bazar armati di macchine fotografiche, non sembriamo suscitare particolare interesse finché non ci sediamo in una panetteria e ordiniamo i tradizionali burek con formaggio e spinaci. Solo allora nel giro di pochi minuti tre persone vengono a chiederci l'elemosina con insistenza. Non ci sono molti posti in cui sedersi a mangiare nel quartiere (tra loro, una pizzeria d'asporto dedicata a Cristiano Ronaldo e un’altra denominata Pinokio) e chi lo fa viene immediatamente identificato come benestante.

Fatima Osmanovska, presidente del Consiglio Comunale, ci spiega il circolo vizioso di povertà e bassa qualità dei servizi che caratterizza Shutka: “Visto lo scarso numero di impiegati regolari, sono in pochi a pagare le tasse. Questo rende l’amministrazione municipale completamente dipendente dal governo centrale sotto il profilo economico. Per questo motivo, col tempo si è generata una solida struttura clientelare qui a Shutka”, conclude laconica. I commercianti del bazar, infatti, sono perlopiù abusivi e pertanto il pur florido giro d’affari non genera introiti per le casse comunali.

Bastano pochi freddi dati per farsi un’idea di cosa significhi essere rom in Macedonia (FYROM).

Rispetto alla media nazionale, i rom vivono dieci anni in meno. Il tasso di disoccupazione sul territorio statale è del 53%. Secondo un report dell’Open Society, solo l’11% ha terminato gli studi superiori, a fronte di una media nazionale del 60%. Il nuovo governo, in carica da maggio 2017, ha promesso una maggiore attenzione. Durante la Giornata Internazionale dei Rom, Il premier Zaev ha parlato dell’importanza della partecipazione dei rom al miglioramento della propria condizione e della necessità di una maggiore coscienza pubblica riguardo al loro status. Parole incoraggianti, ma da queste parti non si è abituati a credere alla politica. Dal consiglio comunale intanto giungono delle proposte: “Vorremmo aprire dei centri culturali rom, diffondere l’idea che l’identità rom e il multiculturalismo che è nel DNA di questo quartiere siano un patrimonio da difendere. E, per rilanciare l’economia, vorremmo potenziare la connettività con il bazar e far aprire alcune fabbriche. Avete fatto un giro? Sul turismo non possiamo puntare”, sintetizza ancora Osmanovska.

Barba curata da hipster (o da salafita), appassionato di musica metal e laureato in Germanistica, Alvin Salimovski è il preside della scuola primaria di Shutka, dove studiano bambini e ragazzi dai 6 ai 14 anni. “Quando sei rom, devi impegnarti il doppio all’università. Devi dimostrare che non sei stupido”, ci dice, raccontando la sua esperienza da studente, con uno sguardo a metà tra il fiero e il malinconico. Suona la campanella, la ricreazione è finita, e il preside ci riaccompagna alla porta.

Riprendiamo la nostra esplorazione, attraversando il bazar per uscire sul lato a sud, la periferia del quartiere. Molti cittadini di Shutka sono emigrati all’estero a cercare fortuna. Non è raro allora incappare in ragazzini che parlano tra di loro in tedesco o italiano, ritornati assieme alle famiglie, molto spesso non per motivi di piacere. “Vater krank. Herz”: Denis ci fa capire che il padre è dovuto tornare per problemi al cuore, indicando il petto, quasi scusandosi del suo tedesco approssimativo.

All’estero, molti rom nascondono le proprie origini, cercando di differenziarsi dalle comunità nomadi. Ce ne parla Isacco, da quasi due decenni residente in Campania. È tornato con la famiglia per dare la cittadinanza macedone ai figli. “Sono scappato quando sono iniziati gli scontri nel 2001 tra nazionalisti macedoni e nazionalisti albanesi. Io avevo amici in entrambe le fazioni. Per chi avrei dovuto combattere?”, ci domanda. All’inizio non è stato facile integrarsi in Italia, ma ora ha uno studio da sarto, i clienti gli lasciano le chiavi di casa quando vanno in vacanza. “A volte proviamo molta vergogna per come si comportano i rom in Italia. Noi però siamo avventisti del settimo giorno, non siamo musulmani come la maggior parte dei rom di qui”, ci confida la moglie di Isacco prima di salutarci, scusandoci di non poterci offrire il caffè a casa. Non hanno più una casa a Suto Orizari; quando tornano, stanno dai parenti.

Il sarto Isacco

Senza documenti né censiti dallo stato = senza sanità e istruzione

Shutka è un’oasi da cui non si esce quasi mai, se non per necessità, come cercare lavoro o ottenere dei documenti. Questi ultimi, da quando FYROM è un paese indipendente, sono un vero problema e se ne occupa l’ONG Initiative for Development and Inclusion of the Community “IRIZ”; ce ne parla il responsabile Fadil Dzemail, nel suo ufficio al primo piano di un condominio in via Vietnam: “Dopo il collasso della federazione jugoslava, lo stato macedone chiese una nuova registrazione dei suoi cittadini, ma non tutti sapevano di doversi nuovamente registrare. Ad oggi, qui a Šuto Orizari ci sono ancora molte persone non censite ufficialmente, che hanno quindi problemi ad accedere a sanità e istruzione come normali cittadini macedoni”. Si parla di persone de facto invisibili all'interno del territorio dove abitano da generazioni.

La moschea Amdi Pasha si staglia imponente con i suoi tre minareti e le cupole scintillanti. Si affaccia su un vasto spiazzo di calcinacci e terriccio, forse immutato dai tempi del terremoto, disegnando un contrasto che salta subito all’occhio. La luce del tramonto ne sfuma il profilo, i minareti proiettano un’ombra lunga e sottile sul terreno aspro antistante il tempio, da dove si sollevano folate di polvere.

Torniamo in centro che è molto tardi, quasi notte fonda. Il proprietario dell’appartamento prenotato su Airbnb tuttavia ci aspetta sveglio. Ci viene incontro, ci mostra l’appartamento, ci lascia le chiavi. Sulla porta, ci chiede: “Dove siete stati oggi?”. Rispondiamo che siamo stati a Šuto Orizari, l’unica municipalità al mondo dove i rom sono in maggioranza.

Sogghigna di stupore “A Šuto Orizari? E che ci siete andati a fare? Io non ci sono mai stato, ma una volta a mia moglie hanno rubato il portafoglio”. Ci corichiamo pensando alle frase di congedo dell’attivista di IRIZ quando, notando che stavamo per dimenticare parte dell’attrezzatura, ce l’aveva fatto notare con un sorriso: “Fate attenzione, non vi hanno detto che i rom rubano?”.

Risorse addizionali per questo articolo • FOTO E VIDEO: Marco Carlone and Simone Peyronel