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La corsa delle ONG per le madri centrafricane

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La corsa delle ONG per le madri centrafricane

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Centrafrica, una situazione umanitaria drammatica

Fino a 6 mila persone si teme siano state uccise dall’inizio del conflitto nella Repubblica Centrafricana. Due milioni e mezzo di persone, circa la metà dell’intera popolazione del Paese, ha bisogno di aiuti umanitari. Gli sfollati sono saliti a settecento mila a causa del conflitto in corso.

La cittadina di Boda è a mezza giornata di viaggio dalla capitale Bangui, in un’area considerata post-conflitto. Una situazione che contrasta con il resto del Paese. Oggi i gruppi armati controllano la maggior parte delle province centrali e meridionali. Instabilità politica e tensioni religiose e inter-etniche hanno moltiplicato gli scontri. Boda porta ancora i segni delle violenze, ma cristiani e musulmani stanno imparando a convivere.

Lotta contro la mortalità materna e infantile

L’ospedale di Boda ospita ormai pazienti di credo diversi. Le nascite, senza complicazioni, sono tutt’altro che scontate in un paese in cui quasi la metà delle strutture sanitarie sono state danneggiate o distrutte dal conflitto in corso. La Repubblica Centrafricana è al secondo posto al mondo per mortalità infantile e delle partorienti. In questo contesto l’ONGALIMA, finanziata dall’Ufficio europeo per gli Aiuti Umanitari, gestisce la clinica ostetrica a Boda e una rete di centri sanitari in zone isolate.

“La nostra maggiore difficoltà in quanto medici, qui a Boda, è lo scarso numero di dottori qualificati” – racconta il pediatra Karim Assani. “In questo ospedale c‘è un solo medico assegnato dal Ministero della Sanità per una popolazione di 116 mila persone. ALIMA fornisce altri due medici per appoggiare quello in carica”.

Una donna su 25 muore di parto o per complicazioni legate alla gravidanza

L’anno scorso in questo ospedale sono nati mille bambini con l’assistenza dell’ONG, che ha anche praticato più di cento cesarei. Un parto complicato, in zone come questa spesso porta alla morte. “Questa paziente è arrivata da lontano. Vive a cinque chilometri da un centro sanitario. Da lì ha raggiunto Boda in moto e nel giro di un’ora l’abbiamo operata. Non è stato facile, ma fortunatamente siamo riusciti a salvare il bambino e anche la madre sta bene”, prosegue il Dottor Assani.

Irène Dotoua è cristiana e si sta riposando vicino a una neo-mamma mussulmana, Bintu. Questo non sarebbe stato possibile un paio di anni fa: “Sono stata seguita bene. Ho fatto vari esami prima del parto e ho anche ricevuto delle medicine”. La zia di Irène spiega che quando partorì, prima che arrivasse l’Ong, le condizioni erano molto diverse”. “Prima non c’erano letti come questo. Non davano sapone e zanzariere come adesso. Ora anche le medicine sono gratis”.

Le neo-mamme vengono dimesse poche ore dopo il parto. Bintu vive nel quartiere mussulmano, dove fino a qualche anno fa c’era un’enclave a porte chiuse. Ora le due comunità convivono e si spostano liberamente.
“Prima i cristiani uccidevano i mussulmani e i mussulmani uccidevano i cristiani. C’era fame. Oggi c‘è coesione, ma la povertà domina ancora”, ci racconta Bintu.

AID ZINE CAR

Nonostante le molte difficoltà ancora presenti in aree come Boda, in molte regioni direttamente colpite dal conflitto l’accesso alle cure sanitarie è praticamente inesistente. Ed è lì che si concentra l’azione umanitaria europea. Patrick Wieland, rappresentante dell’Ufficio europeo per gli Aiuti Umanitari ci fa notare che gli operatori umanitari incontrano difficoltà enormi per posizionarsi sul territorio. “Ci sono due problemi principali. Il primo è logistico, perché le strade sono impraticabili e la maggior parte delle zone è raggiungibile solo via aria. E poi ci sono problemi di sicurezza, perché bisogna negoziare, bisogna mediare con i gruppi armati perché consentano agli operatori umanitari di lavorare nelle zone in cui vivono gli sfollati. E’ lì che dobbiamo rispondere più urgentemente in termini di cure mediche, cibo, acqua, domicilio e protezione”.

Il conflitto è ancora in espansione. Assistere donne come Irène non è un compito da poco. Questo è ritenuto il secondo paese più pericoloso al mondo per gli operatori umanitari dopo la Siria.