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I britannici lasciano l'UE: e adesso?

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I britannici lasciano l'UE: e adesso?

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Un conto è il voto referendario, un altro è la decisione concreta da parte di un governo di lasciare l’Unione europea.

In questo caso pare estremamente difficile immaginare che l’esecutivo di David Cameron possa, dopo aver indetto il referendum, non tener conto del risultato, o elaborare una soluzione a metà strada.

Non ci occupiamo ora dei probabili scossoni sui mercati finanziari: c‘è chi ritiene che la sterlina si svaluterà, chi invece pensa che le conseguenze saranno soprattutto sui mercati continentali e chi pensa il contrario; c‘è chi pensa che l’Italia sia tra i paesi più esposti, che lo spread crescerà a dismisura e il paese subirà una pressione speculativa sul debito. E c‘è chi crede che non andrà così.

Imprevedibili, i mercati: d’altra parte la fase storica è già piuttosto complessa, le variabili sono molte e il Brexit è una primizia assoluta, pur essendo stato previsto dai Trattati.

L’uscita, come funziona

È l’articolo 50 del Trattato di Lisbona a precisare le modalità dell’uscita di uno Stato membro dall’Unione europea: con l’utilizzo della cosiddetta procedura di recesso, per la quale un paese che vuole abbandonare l’Unione deve comunicare la sua decisione al Consiglio europeo.

È questo quindi il primo passo che dovrebbe compiere il governo britannico, per avviare una procedura che non durerà meno di un paio d’anni.

Una volta che Londra ha comunicato la propria volontà di far ricorso all’art.50, il Consiglio europeo presenta i suoi orientamenti per la conclusione di un accordo sulla modalità del recesso.

Dopodiché si avvia una fase di negoziato: a concludere l’accordo, a nome dell’UE, è il Consiglio europeo, che delibera a maggioranza qualificata. Ma l’accordo deve prima passare al vaglio del Parlamento europeo.

Approvato l’accordo, i Trattati cessano di essere applicati allo Stato al più tardi due anni dopo la notifica del recesso. Però il Consiglio può decidere di prolungare questo termine.

Le relazioni dell’Unione con il Regno Unito verranno poi regolate da trattati bilaterali, come è il caso adesso tra Ue e Svizzera, per esempio.

E per quanto riguarda gli ormai ex partner comunitari, si tratta di decidere le condizioni dei lavoratori e degli studenti di paesi UE residenti nel Regno Unito, e dei britannici nell’UE.

Molto probabile che si stabilisca, su questo tema, un regime transitorio che mantenga lo status quo per alcuni anni.

Sul piano bilaterale, questa è la dinamica prevista, con tutte le variabili del caso:

e a livello interno?

Fino a conclusione del negoziato sulle modalità dell’uscita, la situazione resta come è attualmente.

Nel frattempo però il Regno Unito (da domani, in pratica) deve correre: si tratta di introdurre nuove leggi che sostituiscano o modifichino quelle europee – cioè bisogna modificare le norme nazionali di ratifica o di trasposizione delle direttive europee, mentre i regolamenti perdono automaticamente di efficacia (se nulla è deciso diversamente in seno all’accordo bilaterale) e bisogna prevederne le conseguenze. E anche alcune decisioni europee possono rivelarsi inapplicabili -.

I rapporti bilaterali GB-UE

C‘è l’esempio svizzero: la stretta cooperazione tra l’Unione europea e la Svizzera si riflette in una fitta rete di trattati che comprende circa 120 accordi e poggia sull’Accordo di libero scambio concluso nel 1972. Tra il 1989 e il 1992 la Svizzera ha partecipato, insieme ai paesi partner dell’AELS, ai negoziati per la creazione di uno Spazio economico europeo (SEE). Il popolo svizzero ha tuttavia rifiutato l’adesione al SEE nel dicembre 1992.

Per saperne di più

Anche i rapporti tra Norvegia e Ue potrebbero rappresentare un modello da seguire.

Ma la Norvegia fa parte dello Spazio Economico Europeo, e per farne parte occorre seguire buona parte delle regole dell’UE: i sostenitori del Brexit hanno quindi detto da subito che non è la relazione con la Norvegia, quella da prendere a modello.

D’altra parte la Svizzera, pur non avendo aderito allo Spazio Economico Europeo, fa parte – come la Norvegia – dell’Associazione europea di libero scambio. E quindi ha libero accesso ad alcuni mercati europei, mentre ci sono delle restrizioni per altri mercati continentali. Ha concordato delle quote di lavoratori immigrati con l’UE.

E poi c‘è il caso della Groenlandia, che ha lasciato la Comunità Economica Europea nel 1985 (quindi non era ancora l’UE con le regole attuali), tre anni dopo il proprio referendum. Però non era mai stata membro a pieno titolo, perché era stata incorporata al momento dell’ingresso della Danimarca. Avendo ottenuto l’autogoverno nel ’79, la Groenlandia si è poi allontanata dall’orbita europea, stringendo accordi bilaterali con l’Islanda ma anche con il vicino Canada.

E perché non creare direttamente un nuovo modello di relazioni bilaterali con l’UE?

In teoria, Londra potrebbe evitare di basarsi su modelli esistenti, nel negoziato con l’UE.

Potrebbe avere accesso ai mercati dell’UE in termini che dipenderebbero unicamente dall’esito del negoziato, e potrebbero essere più o meno vicini alle condizioni precedenti.

E nel quadro di un accordo di libero scambio il Regno Unito non sarebbe costretto ad accettare anche la libera circolazione.

Ma accordi di questo tipo sono particolarmente complessi, e i negoziati richiedono molti anni.

E le relazioni multilaterali?

Oltre al piano normativo, c‘è quello commerciale e diplomatico, delle relazioni con i Paesi extra-UE, fin qui gestite in gran parte dall’UE.

I rapporti bilaterali con i Paesi extra-UE e quelli multilaterali dovranno essere quindi rinegoziati e, in particolare per gli ultimi, molti pensano che il Regno Unito non avrà lo stesso peso, la stessa capacità negoziale, dell’Unione europea. Il processo potrebbe rivelarsi molto più faticoso e complicato.

E se non c‘è un accordo di libero scambio con l’UE?

Se il Regno Unito non riuscirà a finalizzare un accordo di libero scambio con l’Unione europea, varranno con ogni probabilità le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio:

• Dazi a 0 o molti bassi per molte esportazioni
• Dazi relativamente alti in settori chiave come l’automobile, la chimica e l’agro-alimentare
• Resterebbero le barriere per alcuni servizi, in particolare quelli ad alta regolamentazione come quelli finanziari
• Nessun obbligo per il Regno Unito di accettare la libertà di movimento

Fonti :
Eur-Lex
Reuters

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