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Gioie e dolori del Brexit

Un vecchio detto sostiene che non si possono cambiare le cose senza spaccare i piatti. Una metafora che calza perfettamente con lo spettro del

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Gioie e dolori del Brexit

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Un vecchio detto sostiene che non si possono cambiare le cose senza spaccare i piatti.
Una metafora che calza perfettamente con lo spettro del “Brexit”, la possibile uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Ma anche se Londra è sempre rimasta tiepida verso il progetto europeo, come dimostra la mancata adesione all’euro, lo strappo andrebbe a sancire una chiusura definitiva dell’Isola di Sua Maestà verso Bruxelles.

Il paese euro o non euro, è comunque uno Stato importante in Europa. Far parte dell’UE ha permesso a Londra di non rimanere isolata rispetto decisioni importanti in materia di economia e geopolitica.

Un passaggio comunque non facile per il governo Cameron, investito della responsabilità di pilotare il Paese verso una decisione. L’attuale premier è al centro di forti attacchi in patria dove è accusato di non prendere una posizione netta e definitiva, dando l’idea di non essere lui per primo pienamente convinto del Brexit.

Oltre alle contestazioni di una parte del suo stesso gruppo politico, testimoniata fra l’altro dal botta e risposta con il popolare sindaco di Londra, Boris Johnson, Cameron deve tuttavia far fronte alle resistenze dei ‘first ministers’ di Scozia, Galles e Irlanda del Nord.

Negli ultimi giorni, dopo molti tentennamenti, il premier David Cameron ha indicato ai Comuni il 23 giugno prossimo come data possibile del referendum se l’accordo con l’Ue sarà finalizzato entro il vertice europeo del 18-19 febbraio.

È la prima volta che Cameron evoca in pubblico una scadenza precisa, seppure in termini condizionati, ed è la conferma che il primo ministro ha fretta di andare al voto al più presto possibile per evitare le incognite di una campagna elettorale prolungata.

L’esito della consultazione rimane incerto. Secondo alcuni sondaggi britannici la maggioranza dei cittadini abbandonerebbe l’Europa. Il quotidiano Times, riportando i dati Yougov, attesta il 45% a favore di un’uscita dall’ Ue, il 36% contro e il 19% tra astensionisti e indecisi. Ma i giochi sembrano ancora tutti aperti.

A pesare sono soprattutto i timori legati alle ripercussioni economiche. Tasto su cui martella
lo schieramento europeista, che annunciano il rischio di un “disastro economico”.

Secondo una ricerca realizzata da Open Europe, un influente think tank, nello scenario più estremo si può immaginare una caduta del Pil del 2,2%. Un altro studio invece, promosso dalla London School of economics la perdita Pil non sarebbe inferiore del 3,1%.

L’attenzione sul commercio è inevitabile: se nel 1973 anno dell’adesione alla Cee, l’export di Londra nella Ue non andava oltre il 30% del totale, oggi supera il 50 per cento.