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Me-Mo, la fotografia di guerra e l'occhio che pensa

A pro-Russian woman and a Ukrainian Army commander take cover from the rain in Andreevka, Ukraine, May 2014 © Manu Brabo

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Me-Mo, la fotografia di guerra e l'occhio che pensa

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Una nuova generazione di fotografi, spagnoli e italiani, reinventa il modo in cui far vivere il reportage dalle zone di conflitto. Lo strumento è la rivista digitale ‘Me-Mo Magazine’.

Sangue e scatti

La fotografia di guerra ci ha stufato; le immagini di morte, di orrore, di sangue, di disperazione ci soffocano, ci opprimono, ci costringono ad essere guardate e allo stesso tempo ci ossessionano. I concorsi di fotogiornalismo come il World Press Photo sono un baraccone in cui le immagini si trasformano in una gara a chi grida più forte, a chi mostra il peggio, a chi sconvolge di più.

Allora un altro tipo di fotografia si contrappone a quella che potremmo chiamare fotografia dal fronte: una fotografia dai tempi lenti, una fotografia che flirta con l’arte, una fotografia che unisce il valore documentario e il valore estetico e rende questo binomio indissolubile.

Bene. Oggi una nuova generazione di giovani fotografi, spagnoli e italiani in particolare, dimostra che questa contrapposizione ha fatto il suo tempo, che è tanto evidente quanto scontata e dunque poco significativa.

Il mondo in cui viviamo, e non da ieri ma da tanto tanto tempo, è fatto, costruito, immerso nelle immagini a tal punto che a volte tendiamo a non rendercene conto. In questo mondo abbiamo un disperato bisogno di riflettere su cosa siano le immagini, su come funzionino, su cosa aggiungano al nostro modo di pensare, su come lo influenzino e lo strutturino. E soprattutto abbiamo un grande bisogno che ciascuno faccia il proprio lavoro, senza pensare che il lavoro degli altri sia una dannosa perdita di tempo, ma cercando di capire che spesso, anche se non sempre, approcci diversi hanno funzioni diverse ma complementari. E che ogni tipo di approccio, se onesto, professionale, meditato, può e deve contribuire a renderci più coscienti di come funziona il mondo che ci circonda.


Rebeles fighters in Libya during the civil war © Fabio Bucciarelli

I fotografi del gruppo Me-Mo sono di quelli che fanno il “lavoro sporco”. Sono fotoreporter di grande talento, oltre che pluripremiati. Sono nati e cresciuti, come professionisti dell’immagine, in posti che si chiamano Egitto, Libia, Siria, Donbass.

Sono ragazzi che hanno poco più di 30 anni e che a un certo punto hanno capito, per vocazione o grazie a un fortuito insieme di situazioni, che il loro compito era andare in posti nei quali la gente soffre, muore, viene umiliata, privata di prospettive, di futuro, di cibo e di cure mediche; in posti dove la popolazione è oppressa da un dittatore o dalla semplice legge del caos e del più forte.

Sono tutti fotografi che in principio, nel solco della migliore, della più pura e anche più “romantica” idea del fotogiornalismo, hanno goduto della sensazione adrenalinica legata al rischio, al pericolo, al suono dei proiettili e dei colpi di mortaio; che si sono nutriti della scossa elettrica che viene dallo stare gomito a gomito con la morte e, scattando fotografie, avere la sensazione di bloccare ciò che per natura fluisce.

Poi, quando la prima sbornia è passata, dopo i premi, dopo le pubblicazioni sulle grandi riviste e quotidiani di mezzo mondo, è arrivata la comprensione di quanto il mercato dell’informazione sia castrante e tiranno, di quanto sia difficile rendere giustizia all’idea che in certi posti, alla fine dei conti, ci si va per una sola e unica ragione: cercare, per quanto sta in te, di raccontare cosa succede in luoghi dimenticati. Permettere al pubblico e all’opinione pubblica, mostrando e raccontando, di comprendere quello che accade lontano dalle nostre sale e dalle nostre cucine profumate.

È così che è nata l’idea di Me-Mo Magazine: una rivista digitale nella quale possano emergere i dettagli e le sfumature delle storie di guerra; una rivista in cui le immagini abbiamo la loro autonomia ma siano presenti assieme a testi che, altrettanto autonomamente, diano un’ulteriore profondità d’approccio; una rivista che si prenda ogni volta 3 mesi di tempo per nascere e che ogni volta si concentri, in maniera trasversale, su un tema specifico (la paura nel primo numero); una rivista che, in quanto cooperativa di fotografi, possa permettersi un taglio editoriale generoso, multidimensionale, non schiacciato sull’urgenza della bruciante attualità.


© Diego Ibarra Sánchez

Dai diamanti non nasce niente… Il caos libico, terreno d’incontro

A fare da collante per questi fotografi, in particolare Brabo e Bucciarelli, è il teatro della guerra in Libia. Fabio Bucciarelli è l’autore di una delle immagini simbolo della fine del regime, con il cadavere di Muammar Gheddafi buttato su un materasso imbrattato di sangue, semicoperto da un telo sporco e sfiorato da una mano ignota, colta in un gesto quasi clemente, come se rimboccasse le coperte a un uomo addormentato.

Manu Brabo segue la battaglia di Sirte, viene rapito nell’aprile del 2011 dagli uomini del regime di Gheddafi assieme a Clare Gillis e a James Folley, che 3 anni più tardi, a fine agosto 2014, sarà ucciso dall’Isis con la macabra messa in scena della decapitazione filmata e diffusa sul web.


A rebel fighter in Sirte © Manu Brabo

Brabo viene liberato dopo 44 giorni di prigionia, un periodo che cambia profondamente il suo sguardo e che getta le basi per il desiderio di dare una svolta al proprio lavoro. Tutti i protagonisti dell’avventura di Me-Mo, Manu Brabo, Fabio Bucciarelli, José Colón, Guillem Valle, Diego Ibarra Sánchez, sono attraversati dalla comprensione del fatto che il fotogiornalismo deve affrancarsi il più possibile dalla schiavitù della rapidità ad ogni costo.

Cercare di trasmettere a un pubblico lontano il sentimento e, per quanto possibile, la comprensione di che cosa accade in quei teatri di guerra, rischia di essere una battaglia persa se le immagini fotografiche non sono collocate in un contesto più ampio, ricco di elementi, approfondito. Manu Brabo così racconta in un’intervista a ‘El Pais’ a luglio 2014: “Uno dei grandi problemi con cui si scontra il giornalista oggi è la fretta, è a causa dell’eccessiva fretta che si trasmettono le idee in modo incompleto […]. Noi vogliamo garantirci l’indipendenza che non riusciamo a trovare in altri mezzi di comunicazione perché ci sono sempre dei limiti di tempo, di denaro, di contenuto, dei limiti ideologici…”.

José Colón, in un’intervista pubblicata sul New York Times il 9 luglio 2014, attribuisce al proprio lavoro, nell’era digitale, i valori caratteristici del metodo analogico: “Anche se siamo giovani abbiamo la stessa visione ed idee del fotogiornalismo di un’altra epoca” dice. “Ci interessano l’approfondimento, l’impegno, l’onestà, l’indipendenza. Tutte cose che valgono ancora. Un tempo non bisognava inviare le fotografie in 10 minuti. A volte ci volevano mesi prima che i negativi arrivassero in redazione. Ecco: l’immediatezza non mi appartiene”.


Maria Antonia, 65, member of a family of miners, is seen in her bedroom. Turon Valley, Asturias. Spain. Jun. 17, 2012 © José Colón

Dalla pozza di sangue alle persone: fotografia e diritti umani

L’idea del fotogiornalismo non come corsa ma come riflessione si accompagna, nei fotografi di Me-Mo, ad un evidente desiderio di raccontare la dimensione umana dei conflitti. Non vengono tralasciati il talento e il coraggio di essere nel posto giusto al momento giusto, che tradotto significa essere tanto vicino alle pallottole da sentirle fischiare nelle orecchie. La massima di Robert Capa continua a risuonare come un mantra, “se le tue foto non sono abbastanza buone, vuol dire che non sei abbastanza vicino”.

Ma l’attitudine per così dire hemingwayana del fotoreporter di guerra è compensata dall’urgenza di agire fotografando, di esporre la sofferenza umana nella convinzione che questo sia il primo passo per porvi fine, per modificare la realtà. Informare per cambiare.


A fighter of the Free Syrian Army helps a friend wounded by sniper fire in the quartier of Izza, Aleppo, Syria. Sept 2012 © Manu Brabo

Per mantenere questa linea il reportage non può più ridursi a trascorrere un mese in un luogo, portare a casa qualche migliaio di immagini una decina delle quali poi faranno da accompagnamento a una paginata di giornale. I lavori che compaiono nel primo numero di Me-Mo, dedicato alla paura, sono tutti frutto di una riflessione sviluppata negli anni. Anche 15 anni, come nel caso del contributo di José Colón che si concentra sul fenomeno dell’immigrazione clandestina alle frontiere dell’Europa.

O ancora la ricerca di Guillem Valle che, da un decennio a questa parte, analizza la condizione antropologica delle popolazioni che non hanno uno Stato, come la Palestina o il Kurdistan. Il fotogiornalismo come ricerca sul lungo periodo e come impegno per denunciare le violazioni dei diritti umani.


A member of the Free Syrian Army cries over the corpse of his brother, killed in action against the Syrian regular army. Syria, Dec 2012 © Manu Brabo

La tecnologia al servizio dell’informazione. Non viceversa

Sia nella fotografia in quanto tale sia nel fotogiornalismo la tendenza a sviluppare riflessioni sul lungo periodo ed investirsi in progetti che siano di autentica ricerca è oggi un fenomeno assolutamente radicato, un frutto ben maturo.

Un esempio tra i tanti, quello di riviste come ’6 mois’: grande respiro con due pubblicazioni all’anno, numeri tematici che, scelto un argomento, lo affrontano da diversi punti di vista, lo analizzano in profondità, quasi ne fanno la “vivisezione”.

Ma l’ulteriore sfida che si pone Me-Mo è quella di domare, e non di subire, la rivoluzione di formato che vive il mondo dell’informazione, dell’immagine, in generale il mondo delle comunicazioni.

Me-Mo non è una rivista cartacea con un equivalente visitabile sul web. Me-Mo non è nemmeno una delle numerose riviste pubblicate esclusivamente su internet. Me-Me sceglie invece il formato specifico del tablet.

La visione sullo schermo, uno schermo che si avvicina al volto tenendolo tra le mani, ricorda quella riflessa sul vetro smerigliato di una camera di grande formato. In questo modo al “lettore” viene proposto di rivivere l’esperienza del fotografo al momento dello scatto.

Gli autori preparano la rivista assieme al gruppo di Torino ‘Libre Società Cooperativa’ che si occupa di cucire addosso alle storie raccontate la veste grafica, le caratteristiche informatiche e tecniche di un prodotto del tutto nuovo.

La fotografia resta ovviamente il cuore di ciò che il pubblico si trova tra le mani. Ma i testi, i video, i grafici, le mappe interattive, le animazioni si integrano e collaborano con le immagini per la composizione di un mosaico tanto ampio quanto approfondito. È l’inseguimento della ‘big picture’ il fine degli autori.

Affrancarsi dai limiti della singola immagine, l’immagine iconica buona per vincere i grandi premi internazionali ma che, da sola, dice ben poco del mondo in cui è stata scattata.

Andare oltre il valore pur acquisito della coerenza estetica, superare la frammentarietà dell’istante per cercare di restituire un quadro il più completo possibile di situazioni la cui complessità è a malapéna intuibile anche dopo averci vissuto in mezzo.


A man walks his dog in the Serbian town of Zvecan, 25/02/2012. © Guillem Valle

Il migliore esempio di come la tecnologia sia stata messa al servizio dell’esperienza di chi fruisce le immagini di Me-Mo (Memory in Motion) è quello del reportage di Guillem Valle intitolato ‘State of Identity’ (Palestina, Kosovo, Kurdistan, Borneo, Sud Sudan… le nazioni senza Stato): per guardare le fotografie il lettore, comodamente seduto sul divano di casa, è costretto ad alzarsi, ruotare sul proprio asse, muovere il tablet che tiene tra le mani per poter osservare la fotografia successiva. Una sensazione di movimento e, perché no, anche di disagio che, attraverso la tecnologia, forgia una potente metafora: comprendere la complessità di un conflitto è una missione quasi impossibile.

Per farlo da migliaia di chilometri di distanza, fisica e culturale, il minimo che si possa fare e alzarsi in piedi.