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Svalutazione e Paesi emergenti, il problema è nei fondamentali

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Svalutazione e Paesi emergenti, il problema è nei fondamentali

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È già finito il miracolo economico dei cosiddetti “BRICS”? Domanda legittima, visto il recente tracollo delle valute in almeno tre lettere della famosa sigla che identifica i Paesi ad alto tasso di sviluppo.

Apparentemente, tutto comincia a maggio, quando la Federal Reserve americana annuncia la prossima fine delle immissioni di liquidità a basso costo.

La fuga dei capitali verso attività legate al dollaro colpisce Paesi emergenti come Brasile, India, Sudafrica e Indonesia, dove le valute in poco tempo toccano record minimi rispetto alla moneta statunitense.

Ma, secondo alcuni, il cosiddetto “tapering” (la frenata nel programma di acquisto di bond) altro non ha fatto che scoperchiare il vaso di Pandora in Paesi con fondamentali deboli: crescita in frenata, alta inflazione, conti statali in rosso e bilancia dei pagamenti in negativo.

Non sorprende che, già in tempi non sospetti (a margine dell’ultimo G20) i rappresentanti di questi Paesi avessero annunciato la creazione di fondi di valuta straniera comuni per prevenire la volatilità sul mercato dei cambi.

Per approfondire il tema della crisi delle valute nei Paesi emergenti Antoine Juillard di Euronews ha intervistato Jean-Pierre Petit, presidente di “Les Cahiers Verts de l’Economie”, un organismo di consulenza nelle strategie di investimento.

Antoine Juillard, euronews: “Dicono che il cambiamento di politica della Federal Reserve americana sia stato solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso e che le cause fondamentali sono da ricercarsi nelle debolezze di queste economie. Quali sono queste debolezze?”

Jean-Pierre Petit: “Se questi Paesi hanno un deficit esterno, è perché hanno dei problemi di competitività. È perché questi Paesi da tre o quattro anni non fanno riforme strutturali, contrariamente a quanto visto negli anni duemila, e hanno dei veri e propri “colli di bottiglia” a livello di offerta, in particolare India e Brasile. Ed è soprattutto quest’ultimo elemento che andrebbe affrontato, cercando di convincere gli investitori internazionali della credibilità e della sostenibilità delle misure.
Ma, allora, perché diciamo che la decisione della Federal Reserve ha giocato un ruolo trascurabile? Perché quando la Fed annuncia dei cambiamenti di politica monetaria, e i maggiori investitori del mondo sono negli Stati Uniti, non dimentichiamolo, quando essi vedono che il differenziale dei tassi di interesse sta per diventare un po’ più favorevole per gli Stati Uniti allora i flussi di capitali che nel corso degli ultimi cinque anni si erano riversati nei Paesi emergenti vengono ora rimpatriati verso gli Stati Uniti.
Dei flussi molto considerevoli che, in questi anni, si sono riversati nei mercati obbligazionari: i mercati del debito, i mercati dei tassi di interesse.
Perciò, un certo numero di Paesi che hanno visto i loro deficit ampliarsi sono in difficoltà. Soprattutto l’India, dove i deficit rimangono considerevoli come in Turchia, in Sudafrica e in alcuni Paesi dell’Europa dell’Est come l’Ucraina”.

Antoine Juillard, euronews: “Una crisi duratura in questi Paesi può causare dei danni anche nella zona euro?”

Jean-Pierre Petit: “È chiaro che se c‘è un grosso shock nei Paesi emergenti o almeno in un certo numero di questi, specialmente i più significativi, alla fine ci sarà un impatto negativo.
Lasciamo stare la Cina, che ha una maggiore autonomia finanziaria, ha molto più margine di manovra, specialmente in termini di riserve di cambio, e non conosce deficit nella bilancia corrente.
Ciò che posso dire, complessivamente, è che non credo alla possibilità di uno shock nella totalità dei Paesi emergenti tale da far abbassare la domanda mondiale come nel 1997-1998”.

Antoine Juillard, euronews: “I BRICS vogliono accordarsi per creare un fondo d’intervento sul mercato dei cambi. A breve termine sembra la misura giusta da prendere, no?”

Jean-Pierre Petit: “Allo stato attuale delle cose non è la misura giusta. La misura giusta che dovrebbero adottare oggi i Paesi più vulnerabili è quella di affrontare le cause dei deficit, le cause dei problemi, soprattutto quelli strutturali, la mancanza di governance che c‘è soprattutto in India.
L’India è un Paese che non fa più riforme strutturali, che ha una situazione politica molto fragile, che è 95esimo nell’indice di percezione della corruzione nel mondo, e che è bloccato quando si tratta di adottare soluzioni. È questo il vero problema, piuttosto che la messa a punto di un fondo d’intervento.
Allora, è chiaro che bisogna adottare delle misure d’urgenza. Per ora, però, non sembra esserci fretta. A parte un certo numero di Paesi, io credo che quelli in difficoltà debbano adottare delle misure per convincere la comunità internazionale della volontà dei governi di risolvere i disequilibri all’origine dei problemi”.