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Berlinale 2026, sconvolti e disgustati: la polemica al centro del festival

Berlinale, la controversia politica al centro del festival spiegata
Festival di Berlino, spiegata la controversia politica al centro dell’edizione di quest’anno Diritti d'autore  Berlinale - Canva
Diritti d'autore Berlinale - Canva
Di David Mouriquand
Pubblicato il
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L'edizione di quest'anno della Berlinale è travolta dalle polemiche per l'assenza di dibattito politico. In una lettera aperta, oltre 80 nomi del cinema denunciano il silenzio del festival su Gaza.

“Inaccettabile”. “Sconvolgente”. “Strano”.

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Per l’edizione di quest’anno del Festival del cinema di Berlino non è stato un percorso tranquillo. La Berlinale è stata travolta da quella che ha definito una “tempesta mediatica” per il presunto accantonamento del dibattito politico durante la manifestazione.

Il festival, considerato il più politico tra i tre grandi appuntamenti europei (Berlino, Cannes, Venezia), è partito tra le polemiche la scorsa settimana, quando i giornalisti hanno chiesto alla giuria del concorso, presieduta dal rinomato regista tedesco Wim Wenders, un commento sull’attuale situazione mondiale, compresa la guerra a Gaza.

Alla domanda se il cinema possa contribuire a cambiare le cose in ambito politico, Wenders ha risposto che “i film possono cambiare il mondo”, ma “non in senso politico”.

“Nessun film ha davvero cambiato l’idea di un politico. Ma possiamo cambiare l’idea che le persone hanno di come dovrebbero vivere”, ha detto. “Su questo pianeta c’è una grande discrepanza tra chi vuole vivere la propria vita e governi che hanno altre idee. Penso che i film si inseriscano proprio in questa discrepanza”.

Quando gli è stato chiesto del conflitto in corso a Gaza e di come il governo tedesco (che finanzia in parte il festival) continui a sostenere Israele, la giurata Ewa Puszczyńska ha reagito con decisione.

“Ci sono molte altre guerre in cui vengono commessi genocidi, e di questo non parliamo”, ha detto. “È una domanda molto complicata e credo sia un po’ ingiusto chiedere a noi cosa pensiamo, se sosteniamo o no, se parliamo o no con i nostri governi”.

Wenders ha aggiunto: “Dobbiamo restare fuori dalla politica, perché se facciamo film dichiaratamente politici entriamo nel campo della politica. Ma noi siamo il contrappeso della politica, siamo l’opposto della politica. Dobbiamo occuparci delle persone, non fare il lavoro dei politici”.

Proprio in quel momento la diretta streaming della conferenza stampa ha avuto problemi tecnici, e sono iniziate a circolare voci secondo cui il segnale fosse stato interrotto di proposito.

La Berlinale ha replicato con una nota: “Abbiamo avuto problemi tecnici con lo streaming web della Conferenza stampa con la Giuria internazionale di questa mattina. Vogliamo presentarvi le nostre più sincere scuse”.

Reazioni e contraccolpi

Wim Wenders alla Berlinale 2026
Wim Wenders alla Berlinale 2026 AP Photo

La reazione è stata immediata e l’indignazione costante, con molti che hanno accusato il festival di essersi “ammorbidito” e di essersi allontanato dai temi di attualità. Una scelta considerata particolarmente grave per la Berlinale, che in passato non ha mai esitato a prendere posizione, da ultimo sull’invasione russa dell’Ucraina. Il festival è arrivato perfino a realizzare la sua spilla-simbolo con il piccolo orso della Berlinale nei colori della bandiera ucraina.

Un altro esempio recente risale al 2024, quando il premio per il miglior documentario del festival è andato a No Other Land, che racconta l’espropriazione delle comunità palestinesi in Cisgiordania, territorio palestinese occupato da Israele. Il riconoscimento ha suscitato nuove polemiche, ma il festival ha difeso il film e chi prendeva la parola, anche quando esponenti del governo tedesco hanno criticato come “a senso unico” le dichiarazioni dei registi su Gaza durante la cerimonia di premiazione.

Gli ospiti della Berlinale 2026 Michelle Yeoh e Neil Patrick Harris sono stati a loro volta criticati online per aver evitato di rispondere a domande sulle retate dell’ICE negli Stati Uniti e sulla crescita del fascismo, in particolare Harris per aver affermato di essere interessato a fare cose “apolitiche”.

Una delle prese di posizione più forti è arrivata dalla celebre scrittrice indiana Arundhati Roy, che avrebbe dovuto presentare la sua commedia del 1989 “In Which Annie Give It Those Ones” nella sezione Classics del festival.

Ha annunciato che avrebbe ritirato la sua partecipazione al festival, citando le “dichiarazioni inaccettabili” della giuria e affermando che sentire dire che l’arte non dovrebbe essere politica è “sbalorditivo”.

“Sebbene io sia profondamente turbata dalle posizioni assunte dal governo tedesco e da varie istituzioni culturali tedesche sulla Palestina, ho sempre ricevuto solidarietà politica quando ho parlato al pubblico tedesco delle mie opinioni sul genocidio a Gaza”, ha dichiarato Roy nel suo comunicato. “È questo che mi aveva permesso di prendere in considerazione l’idea di partecipare alla proiezione di Annie alla Berlinale”.

Ha proseguito, riferendosi alla giuria: “Sentirli dire che l’arte non dovrebbe essere politica è sbalorditivo. È un modo per zittire una conversazione su un crimine contro l’umanità mentre si compie sotto i nostri occhi, in tempo reale, proprio quando artisti, scrittori e cineasti dovrebbero fare tutto ciò che è in loro potere per fermarlo. Lasciate che lo dica chiaramente: ciò che è accaduto a Gaza, ciò che continua ad accadere, è un genocidio del popolo palestinese da parte dello Stato di Israele. È sostenuto e finanziato dai governi degli Stati Uniti e della Germania, oltre che da diversi altri Paesi in Europa, e questo li rende complici del crimine”.

Ha concluso così: “Se i più grandi registi e artisti del nostro tempo non riescono a trovare il coraggio di dirlo, devono sapere che la storia li giudicherà. Sono scioccata e disgustata”.

La Berlinale si difende dalla “tempesta mediatica”

Tricia Tuttle alla Berlinale 2026
Tricia Tuttle alla Berlinale 2026 AP Photo

Vedendo crescere il malcontento, il festival ha diffuso una lunga dichiarazione firmata dalla direttrice della Berlinale, Tricia Tuttle.

La nota recita: “Molti hanno invocato la libertà di espressione alla Berlinale. La libertà di espressione esiste alla Berlinale. Ma sempre più spesso ci si aspetta che i cineasti rispondano a qualsiasi domanda venga rivolta loro. Vengono criticati se non rispondono. Vengono criticati se rispondono e le loro parole non piacciono. Vengono criticati se non riescono a condensare pensieri complessi in una breve battuta quando si ritrovano un microfono davanti, mentre pensavano di parlare di tutt’altro”.

Tuttle ha poi ricordato che quest’anno in programma ci sono 278 film, alcuni dei quali sono “sul genocidio, sulla violenza sessuale in guerra, sulla corruzione, sulla violenza patriarcale, sul colonialismo o sull’abuso di potere da parte degli Stati”.

Ha aggiunto: “In un ambiente mediatico dominato dalle crisi, resta sempre meno spazio per una discussione seria sul cinema o sulla cultura in generale, a meno che non possa essere ricondotta all’agenda delle notizie. Alcuni film esprimono una politica con la ‘p’ minuscola: analizzano i rapporti di potere nella vita quotidiana, chi e che cosa è visto o invisibile, incluso o escluso. Altri affrontano la Politica con la ‘P’ maiuscola: governi, politiche statali, istituzioni di potere e giustizia. È una scelta. Parlare al potere avviene in modi vistosi, e a volte in forme più intime e personali”.

“Gli artisti sono liberi di esercitare il loro diritto alla libertà di espressione nel modo che preferiscono. Non si dovrebbe pretendere che commentino tutti i dibattiti più ampi sulle pratiche passate o presenti di un festival, su cui non hanno alcun controllo. Né dovrebbero essere obbligati a esprimersi su ogni questione politica che venga loro posta, se non lo desiderano”.

La protesta delle star di serie A

Tilda Swinton alla Berlinale 2025
Tilda Swinton alla Berlinale 2025 AP Photo

La dichiarazione di Tuttle non è bastata a placare le preoccupazioni. Più di 80 figure dell’industria cinematografica hanno attaccato la Berlinale in una lettera pubblicata ieri (martedì 17 febbraio), dichiarandosi “inorridite” dal “silenzio istituzionale” del festival su Gaza.

Tra i firmatari figurano il premio Oscar Javier Bardem, l’attore Brian Cox, il regista britannico Mike Leigh, il cineasta belga Lukas Dhont, il regista statunitense Adam McKay, la celebre fotografa Nan Goldin e la frequentatrice e sostenitrice di lunga data della Berlinale Tilda Swinton, che lo scorso anno è stata insignita del prestigioso Orso d’Oro onorario.

Affermano di “dissentire con forza” dalle dichiarazioni di Wenders, sostengono che cinema e politica non possano essere separati, criticano la posizione della Berlinale su Gaza e denunciano “il ruolo centrale dello Stato tedesco nel rendere possibili” le azioni di Israele.

“Vi scriviamo come lavoratori del cinema, tutti partecipanti passati e presenti della Berlinale, che si aspettano che le istituzioni della nostra industria rifiutino ogni complicità nella terribile violenza che continua a essere inflitta ai palestinesi”, si legge nella lettera. “Siamo costernati per il coinvolgimento della Berlinale nella censura degli artisti che si oppongono al genocidio in corso da parte di Israele contro i palestinesi a Gaza e per il ruolo centrale dello Stato tedesco nel renderlo possibile. Come ha dichiarato il Palestine Film Institute, il festival ha ‘controllato i cineasti insieme a un costante impegno a collaborare con la polizia federale nelle sue indagini’”.

La lettera prosegue: “Siamo in forte disaccordo con l’affermazione del presidente della giuria della Berlinale 2026, Wim Wenders, secondo cui il cinema è ‘l’opposto della politica’. Non si possono separare le due cose. Siamo profondamente preoccupati che la Berlinale, finanziata dallo Stato tedesco, contribuisca a mettere in pratica ciò che Irene Khan, relatrice speciale dell’ONU sulla libertà di espressione e di opinione, ha recentemente condannato come abuso da parte della Germania di una legislazione draconiana ‘per limitare la difesa dei diritti dei palestinesi, raffreddando la partecipazione pubblica e restringendo il dibattito in ambito accademico e artistico’. È anche ciò che Ai Weiwei ha recentemente descritto come la Germania che ‘fa quello che faceva negli anni Trenta’ (concordando con il suo intervistatore, che gli suggeriva che ‘è lo stesso impulso fascista, solo con un bersaglio diverso’).”

La lettera ricorda che in passato la Berlinale ha rilasciato “dichiarazioni chiare” sulle “atrocità” commesse contro le popolazioni in Iran e in Ucraina, e sottolinea come molti festival internazionali, come l’International Documentary Festival Amsterdam e il più grande festival del Belgio, il Film Fest Gent, abbiano “aderito al boicottaggio culturale di Israele, potenza di apartheid”.

I firmatari aggiungono: “Più di 5.000 lavoratori del cinema, tra cui importanti figure di Hollywood e del panorama internazionale, hanno inoltre annunciato il loro rifiuto di lavorare con società e istituzioni cinematografiche israeliane complici” - maggiori dettagli qui.

La lettera si conclude così: “Chiediamo alla Berlinale di adempiere al suo dovere morale e dichiarare in modo inequivocabile la propria opposizione al genocidio, ai crimini contro l’umanità e ai crimini di guerra commessi da Israele contro i palestinesi, e di porre completamente fine al suo coinvolgimento nel proteggere Israele dalle critiche e dalle richieste di responsabilità”.

Parlare o tacere? Il dovere politico degli artisti

Proteste sul red carpet della Berlinale 2026
Proteste sul red carpet della Berlinale 2026 AP Photo

Quando diventa responsabilità di un artista che partecipa a un festival prendere posizione, soprattutto di fronte alla crescita del fascismo, che è in aperto contrasto con la libertà artistica?

Sempre, soprattutto se si condivide la posizione di George Orwell, che scrisse: “L’opinione che l’arte non debba avere nulla a che fare con la politica è di per sé un atteggiamento politico”.

Gli artisti che partecipano a un evento in cui, storicamente, la politica è stata al centro sia sullo schermo sia fuori, hanno il dovere di usare la propria visibilità per farsi sentire, soprattutto in tempi difficili, che molti definirebbero orwelliani.

Può essere ingenuo credere che un film riesca davvero a cambiare le idee di un politico, ed è irragionevole aspettarsi che ogni artista trovi all’istante una battuta illuminante su qualsiasi tema. Ma nessun artista dovrebbe avere paura di parlare. Se la ha, forse i festival internazionali non sono il posto giusto in questo momento. Tantomeno la Berlinale, dove la politica non è mai stata un terreno proibito.

Ethan Hawke alla Berlinale 2026
Ethan Hawke alla Berlinale 2026 AP Photo

L’attore candidato all’Oscar Ethan Hawke, quest’anno alla Berlinale, è riuscito a trovare un equilibrio piuttosto efficace (e con una certa ironia).

Durante la conferenza stampa del suo nuovo dramma storico The Weight, all’attore è stato chiesto quale sia la responsabilità delle grandi star nel prendere posizione.

“L’ultimo posto in cui probabilmente dovreste cercare consigli spirituali è un gruppo di artisti stanchi per il jet lag e un po’ brilli che parlano dei loro film”, ha detto, prima di aggiungere: “Credo nel potere del cinema di avere un effetto… Sapete come ogni notte tutti sogniamo, e quei sogni in qualche modo ci curano e ci preparano al giorno dopo? Ecco, io penso che, collettivamente, l’intero festival - tutti voi, tutti noi qui - siamo responsabili di creare una vita onirica internazionale. Che cos’è? Quali sono i nostri sogni? Di cosa parliamo? A cosa pensiamo?”

Hawke ha poi concluso con una risposta più diretta alla domanda: “Qualsiasi cosa combatta il fascismo, io la sostengo”.

Più tardi a Hawke è stata chiesta un’opinione sulla lettera aperta firmata da altri artisti.

“L’ultima volta che ho parlato pubblicamente di tutto questo, sono rimasto davvero colpito dall’astio con cui sono state accolte le mie parole”, ha risposto Hawke con franchezza. “Sapete, gente che diceva: ‘Gli attori non dovrebbero parlare di politica’ e cose del genere. E io penso davvero che la risposta sia esattamente l’opposto, cioè che dovremmo farlo tutti. Siamo tutti cittadini del mondo, ognuno di noi conta, tutti abbiamo una voce ed è legittimo che chiunque sia in disaccordo. È uno dei vantaggi di vivere in una società libera”.

Hawke ha aggiunto che le celebrità tendono a “ritrovarsi microfoni puntati in faccia, ma non è perché vogliamo dire alle persone cosa devono fare. Stiamo solo condividendo arte”.

“Non siamo certo alcune delle menti più illuminate del pianeta che cercano di far vivere il mondo in pace”, ha proseguito, concludendo la sua risposta rivolgendosi al giornalista che aveva posto la domanda. “Ho la sensazione che nella sua domanda ci sia una piccola agenda diversa dalla mia. Ma la rispetto e rispetto la domanda”.

Il Festival del cinema di Berlino si chiuderà domenica 22 febbraio 2026.

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