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Processo Abdeslam: la parola alle vittime

C'è chi non vuole più pensarci e chi teme l'oblio. E poi c'è chi cerca delle risposte.

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Processo Abdeslam: la parola alle vittime

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Katarina, svedese, vive da 16 anni a Bruxelles. Sua madre Berit era venuta a trovarla e stava tornando a casa, il 22 marzo di due anni fa, quando ha perso la vita nell'attentato all'aeroporto di Zaventem. È una delle vittime del gruppo di cui faceva parte Salah Abdeslam, arrestato pochi giorni prima degli attacchi.

"Ho già sofferto abbastanza, - risponde Katarina quando le chiediamo che cosa pensi del silenzio in cui si è chiuso Abdeslam - e soffro ancora talmente di quel che è successo che per me pensare a lui non significa altro che stare ancora più male. Non voglio nemmeno occupare la mia mente, i miei pensieri, per lui. Per me non ne vale la pena".

La pensa diversamente Philippe, che negli attentati ha perso la sorella Fabienne. È il fondatore e il portavoce dell'associazione per le vittime del terrorismo V-Europe.

"L'importante per noi è capire che cosa sia successo fra il 13 novembre 2015 a Parigi e il 22 marzo 2016 a Bruxelles - spiega -. Perché sembra che si tratti della stessa cellula. Bisogna quindi capire l'immagine nella sua totalità".

A Parigi, quel 13 novembre, perse la vita anche Chloé, figlia di Elisabeth, che teme l'oblio per le vittime: "Ho talmente paura che siano dimenticati... che si dimentichi che sono morti mentre cominciavano il fine settimana, andavano a bere una birra, stavano bene insomma. Non siamo in guerra.... Ho talmente paura che li si dimentichi, che anche la mia Chloé venga dimenticata, che ho voglia di dire al mondo: non dimenticate. E poi mi rendo conto che anche con un dolore immenso come questo si può continuare a vivere".