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Steve Bannon: l'eminenza grigia di Trump

L'ultraconservatore convinto della supremazia della 'razza bianca'

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Steve Bannon: l'eminenza grigia di Trump

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Gli Stati Uniti, e non solo, si chiedono quale sarà la prossima mossa di Steve Bannon, l’uomo ombra di Trump, il suo consigliere strategico.

La giornalista Alessandra Baldini dell’agenzia ANSA ha fatto ne ha fatto un ritratto, che riportiamo qui di seguito:

Dopo aver messo in bocca a Donald Trump le parole del discorso dell’insediamento, Steve Bannon ha scavalcato il ministero della Sicurezza Interna, che aveva sconsigliato di includere i possessori di ‘green card’ dall’ordine esecutivo sull’immigrazione dal Medio Oriente e l’Africa varato venerdì scorso.

Mossa azzardatissima, tanto che, dopo una valanga di proteste, l’amministrazione ha dovuto fare – almeno su questo – marcia indietro, assicurando che il bando non avrà effetti per i titolari delle ambite ‘carte verdi’.

Chiamato tra mille polemiche alla Casa Bianca come consigliere strategico dopo l’elezione del tycoon, lo stratega da sabato siede in permanenza nel nuovo Consiglio per la Sicurezza Nazionale, da cui sono stati invece esclusi il capo degli Stati Maggiori e il direttore
dell’Intelligence Nazionale.

63 anni, ex Ceo della campagna elettorale di Trump, Bannon è la vera eminenza grigia della nuova presidenza Usa. Nato in Virginia in una famiglia democratica, il ‘Richelieu’ di Donald Trump si fa le ossa nel mondo dell’alta finanza. Negli anni Ottanta, dopo aver fatto il servizio militare nella Navy, lavora a Goldman Sachs, la banca d’affari che in campagna elettorale era stata messa sul banco degli imputati da Trump come simbolo dell’avidità di Wall Street, poi passa a Hollywood. Lì, nel 1990, si mette in affari con un compagno di studi a Harvard, Scot Vorse, e tra i clienti dello studio di consulenza Bannon & Co ci sono Silvio Berlusconi e il principe saudita Talal al Waleed.

Ma è a Breitbart, il giornale online di estrema destra creato nel 2007 durante una visita in Israele dal defunto commentatore conservatore Andrew Breitbart, che Bannon trova la sua identità. Ne prende le redini nel 2012 alla morte del
proprietario e fondatore, trasformandolo in un punto di incontro per la ‘alt-right’ e per i movimenti nazionalisti bianchi che includono l’antisemitismo e la xenofobia nella loro agenda.

Nemico della stampa mainstream, qualche giorno fa Bannon ha definito i media tradizionali ‘il vero partito di opposizione’ e ha intimato loro di ‘tenere la bocca chiusa’. “Ci chiamiamo il Fight Club”, aveva detto nel 2016 al Washington Post l’allora stratega definendosi ‘viralmente anti-establishment’.

Intanto, con lui al timone, Breitbart dilagava in Europa con uffici a Berlino, Londra
e Parigi (dove erano e saranno in corso elezioni cruciali) a sostegno di leader populisti e di destra come Marine Le Pen. Bannon ha aperto qualche anno fa anche
un ufficio a Roma guidato da Thomas Williams, un ex sacerdote.