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La tragedia di Aylan non è servita: i migranti continuano a morire

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La tragedia di Aylan non è servita: i migranti continuano a morire

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Esattamente un anno fa, il 9 settembre 2015, la Commissione europea chiedeva il ricollocamento in altri Stati membri dell’UE di 120.000 migranti, in evidente bisogno di protezione internazionale, che già si trovavano in Italia, Grecia e Ungheria. In precedenza aveva promesso il ricollocamento di altre 40.000 persone.

Soltanto una settimana prima il mondo si era commosso davanti alla foto del piccolo Aylan Kurdi, il bambino siriano di tre anni, il cui corpo privo di vita venne stato ritrovato su una spiaggia turca di Bodrum.

L’immagine scatenò la commozione del mondo intero. La comunità internazionale chiedeva all’Europa soluzioni rapide ed efficaci perché simili tragedie non si ripetessero.

Il Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker sottolineava come noi europei non avremmo mai dovuto dimenticare perché accoglienza e asilo sono così importanti e chiedeva ai 28 più solidarietà e coraggio.

Un anno più tardi poco o nulla è cambiato. In dodici mesi sono state ricollocate soltanto 4.500 persone delle 160.000 promesse.

Numeri infinitamente piccoli, se si considera che lo scorso anno 1.255.000 persone hanno fatto domanda d’asilo in Europa. Il doppio rispetto alle richieste presentate nel 2014.

Per John Dalhuisen, direttore di Amnesty International per l’Europa, si tratta del totale fallimento dai leader europei per il reinsediamento dei rifugiati. Esemplifica la palese mancanza di impegno dei Paesi dell’UE, il venir meno ai loro obblighi e una preoccupante mancanza di solidarietà, sia tra gli Stati membri che con i rifugiati. Questi ultimi dovrebbero essere distribuiti equamente fra tutti gli Stati membri della UE.
L’Europa dovrebbe inoltre offrire vie legali per l’ingresso come, ad esempio, il ricongiungimento familiare o i visti umanitari”.

L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) sottolinea come simili ritardi stiano obbligando molti rifugiati a rimanere per un anno in Grecia. Con conseguenze drammatiche per i centri di prima accoglienza, insufficienti e perennemente sovraffollati.

In prospettiva: il fallito piano per i rifugiati della UE

Questa infografica illustra il totale delle richieste di asilo nell’ultimo anno (in nero), paragonato al numero di persone che l’Unione europea voleva reinsediare (in rosso) e quante persone effettivamente lo sono state (in blu).

Nell’infografica ogni persona disegnata equivale a mille rifugiati.

Cosa non ha funzionato?

Molti Paesi europei hanno vissuto la decisione di Bruxelles come un’imposizione dall’alto. Molti governi, spesso messi sotto pressione dalle proteste della popolazione locale e complice una situazione economica non favorevole, semplicemente non hanno accolto il numero di persone assegnate loro.

A questo si sono aggiunti, come ha spiegato Eugenio Ambrosi, Direttore regionale per la UE dell’“Organizzazione Mondiale per le Migrazioni”:http://www.italy.iom.int/index.php?language=ita, problemi infrastrutturali. La mancata redistribuzione dei migranti ha causato il collasso delle strutture italiane e greche.

UE: i Paesi più riluttanti

Le cifre sul reinsediamento di 160.000 persone, programmato un anno fa, sono rivelatrici.
La Germania, ad esempio, nonostante sia stato uno dei Paesi più accoglienti, ha preso in carico soltanto 62 persone sulle 27.536 previste dalle quote.

I Paesi ‘virtuosi’, come Finlandia e Malta, hanno accolto soltanto un terzo della quota che spettava loro.

Polonia e Austria non hanno voluto accogliere nessuno.

La Commissione Europea un anno dopo

Attualmente la Commissione Europea sta raddoppiando gli sforzi nel tentativo di velocizzare i trasferimenti dall’Italia e dall Grecia verso gli altri Paesi europei, mentenendo al tempo stesso la pressione politica sugli Stati membri. Lo scorso 5 agosto il commissario per le migrazioni Avramopoulos ha chiesto che le quote siano rispettate e i ricollocamenti esauritii nel più breve tempo possibile.

Mediterraneo: una trappola mortale

Intanto, nel tentativo di raggiungere l’Europa o un qualsiasi luogo che dia speranze per il futuro, si continua a morire. Secondo i dati dell’Oxfam dall’inizio del 2016, lungo le rotte migratorie di tutto il mondo muore una persona ogni 80 minuti. Il Mediterraneo si conferma la rotta più difficile con 4.181 persone morte dal ritrovamento del corpo di Aylan, il 12,6% in più rispetto all’anno precedente.

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