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Arte, riflessioni sull'identità e il tempo in mostra alla Biennale di Kochi

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Arte, riflessioni sull'identità e il tempo in mostra alla Biennale di Kochi

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Una riflessione sull’identità e sul tempo è quella che propone la seconda edizione della Biennale di Kochi, nello Stato indiano di Kerala. Un

Una riflessione sull’identità e sul tempo è quella che propone la seconda edizione della Biennale di Kochi, nello Stato indiano di Kerala.

Un centinaio di artisti provenienti da oltre trenta Paesi hanno trasformato questa città in un “osservatorio sull’arte contemporanea”, per usare le parole del curatore Jitish Kallat.

Il tema, “Whorled Explorations”, richiama i trascorsi coloniali di una regione contesa un tempo da Portoghesi, Olandesi e Britannici, meta di esploratori marittimi sulla rotta delle spezie.

“Le opere puntano a dare una rappresentazione concettuale a idee sul tempo e la storia – spiega Kallat – Per dirla semplicemente, credo che la Biennale agisca come agiamo tutti quando cerchiamo di osservare o di capire qualcosa. Teniamo un oggetto e lo avviciniamo o lo allontaniamo per poterlo apprezzare meglio. Qui, in ogni momento siamo costretti a riflettere per capire dove siamo. E la Biennale esagera tutto questo”.

Le poesie minimaliste dello statunitense Aram Saroyan suggeriscono associazioni spontanee. E’ il caso della M con quattro gambe, che suona come “I am”, io sono, in inglese.

Le relazioni, spesso problematiche, dell’uomo con il suo tempo, con il pianeta in cui vive e l’ambiente su cui agisce, ispirano le opere di diversi artisti a Kochi.

Ma la Biennale vuole essere anche un’occasione per esplorare lo stato di salute della produzione di arte contemporanea in India e nel mondo.

Per l’indiano Valsan Koorma Kolleri, che riflette sul modo in cui l’ispirazione si manifesta all’artista, ogni opera rispecchia il proprio creatore: “Non sappiamo mai da dove provenga l’ispirazione. Non possiamo che seguire le tracce. Io mi ritengo un intuitivo, ricevo una piccola traccia su cui cui mi metto a lavorare. Se qualcosa va storto nel mio lavoro, so che che c‘è qualcosa di storto in me, e allora posso correggermi. Il lavoro è come uno specchio”.

Uno degli artisti più noti che espongono a Kochi è Anish Kapoor, di nazionalità indiana ma residente a Londra. Il suo vortice pepetuo costringe i visitatori a misurarsi tanto con paure ancestrali quanto con l’idea stessa dell’origine del mondo.

E’ indiano anche Nikhil Chopra. In più di cinquanta ore di performance, ha trasformato le pareti della stanza nelle sbarre di una prigione, dalla quale ha dipinto il mondo esterno. La sua fuga finale simboleggia la fuga dal post-colonialismo.

Norvegese ma residente a Berlino, Sissel Tolaas è da sempre attratta dagli odori e dalla loro potenzialità di comunicare sensazioni. Queste pietre raccolte a Kochi sono un campionario di odori umani, come spiega una guida: “Sissel Tolaas ha radunato un gruppo di uomini che soffrono di una fobia del corpo. Durante i loro attacchi di panico, ha raccolto il loro sudore. E poi ne ha ricreato l’odore attraverso una serie di procedimenti chimici”.

Il trauma delle deportazioni rivive nell’installazione dell’artista concettuale vietnamita Dinh Q Lê. Il suo sforzo di archiviazione di foto e lettere di rifugiati durante la Terza guerra d’Indocina si compie sotto gli occhi dei visitatori.

Riyas Komu, fondatore della Biennale di Kochi: “Questo è l’unico festival di arte non commerciale che si svolga al momento in India. E’ un luogo di sperimentazione, un luogo in cui gli artisti possono impegnarsi in progetti più ampi, senza pensare all’aspetto commerciale dell’opera. Questa biennale è un catalizzatore di cambiamento, è come un fattore di cambiamento”.

La prima edizione della Biennale di Kochi aveva attirato quasi un milione di appassionati d’arte in questa regione dell’India sud-occidentale. “Whorled Explorations” resterà aperta sino alla fine di Marzo.