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La Fiat e la sfida nel futuro dell'industria italiana

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La Fiat e la sfida nel futuro dell'industria italiana

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Produttività e competitività sono i punti chiave della crisi italiana. Ma il settore industriale si trova oggi nel suo peggior periodo nella storia del paese. Un trend negativo che la classe politica non è riuscita a migliorare e il prossimo governo avrà davanti una sfida fondamentale.
La Fiat, marchio italiano per eccellenza, ha deciso di investire sull’internazionalizzazione dell’economia. È in questa chiave che ha puntato sul mercato statunitense con l’acquisto di una grossa quota di Chrysler, in vista di una prossima fusione.
Una scelta che spaventa i lavoratori italiani, timorosi per la chiusura degli stabilimenti.

Qui siamo a Melfi, in provincia di Potenza, dove la Fiat ha recentemente annunciato la cassa integrazione straordinaria per 5.500 lavoratori. Secondo l’azienda è il prezzo da pagare per i nuovi macchinari che serviranno alla produzione di due nuovi modelli. La Fiom Cgil ha messo in guardia sul rischio di tagli tra i lavoratori.
Ma a Melfi si preferisce credere che questo sia solo un passaggio per lo stabilimento per diventare il fulcro dell’innovazione industriale italiana.

Euronews ha incontrato due lavoratori piuttosto ottimisti.

“Ora faranno due modelli, mentre prima se ne produceva solo uno qui alla Fiat – dice Aldo Caprarella – Speriamo ci sia abbastanza lavoro per tutti. Anche perché questa regione dipende economicamente da Fiat e dall’indotto. La Fiat ha scelto di unirsi con Chrysler speriamo porti benefici. Ora li ha portati solo in America. Il fatto che ora a Melfi faremo delle jeep credo sia positivo”.

Ma siamo di fronte ad un’ internazionalizzazione del lavoro oppure di una delocalizzazione di Fiat?
“Il brutto arriva se decidessero di chiudere Melfi e aprire in Cina. Ma se decidono di costruire sia in Cina sia a Melfi ben venga”.
“Non avete paura – Sergio Cantone, Euronews – che un giorno Fiat lasci l’Italia? “
“Secondo me non succederà” dice Caprarella.
“Perché?”
“Perché sono radicati in Italia – conclude il lavoratore – Fiat è considerato come un prodotto italiano”.

Aldo Caprarella guadagna circa 1700 euro al mese. Come gli altri lavoratori di Melfi, pur di salvare il proprio posto di lavoro è disposto ad accettare nuove condizioni.

“Secondo me certe regole che sono radicate da anni – dice Biagio Amoroso, lavoratore Fiat – bisogna cambiarle. Per quanto riguarda la produttività se c‘è bisogno di lavorare di sabato bisogna accettarlo. Bisogna essere competitivi. Per stare nel mercato globale”.

La FIOM CGIL appare scettica sulle opportunità che potrebbero arrivare dal processo di globalizzazione.

“C‘è il rischio che la potenzialità – dice Emanuele De Nicola, segretario regionale della Fiom – composta da 400 mila vetture per 5.500 operai con queste nuove produzioni rischiano di ridimensionarsi. Anche perché l’accordo firmato sulla cassa straordinaria non prevede esplicitamente il rientro di tutti i lavoratori alla fine dei 24 mesi”.

I livelli di produttività in Italia sono tra i più bassi dei paesi Ocse.
Gli imprenditori danno spesso la colpa ai sindacati. Per i sindacati le aziende non investono in progetti a lungo termine.
In questo quadro è entrata in gioco un’economia basata sulla globalizzazione.

“Tutto sommato pensavamo che la globalizzazione – dice Valerio Castronovo, economista – fosse a portata di amno per i paesi avanzati. E noi eravamo tra questi, allora eravamo il sesto o il settimo paese più industrializzato del mondo e che tutto sommato che i paesi emergenti si limitassero a produrre delle merci di seconda qualità e non fossero in grado nemmeno di acquisire le tecnologie intermedie che l’Europa e anche noi avevamo. questo è stato il difetto. Una nostra vista corta”.

“Se non c‘è un quadro complessivo – aggiunge Emanuele De Nicola – di come si immagina l’industria dell’auto del futuro. È evidente che questi paesi sono un effetto della delocalizzazione delle produzioni che si facevano in Italia. In Serbia per esempio producono un modello che si poteva fare in Italia”.

Fiat ha recentemente investito in Serbia. Nella città di Kragujevac è stato costruito un nuovo impianto all’interno della vecchia fabbrica Zastava. È qui che viene prodotta la nuova 500 e la 500 a sette posti indirizzata al mercato statunitese.

Euronews ha incontrato due lavoratori della Fiat in Serbia, padre e figlio.

“Quando ho iniziato a lavorare alla Zastava – dice Goran Ostajic, lavoratore Fiat – era molto pesante. Faceva freddo e il lavoro era duro. Poi è arrivata la Fiat ed è cambiato tutto: le strutture e i reparti sono migliorati. Sono stati rinnovati e c‘è il riscaldamento. Si può stare al caldo e non si deve soffrire il freddo mentre si lavora”.

“È un lavoro sicuro – aggiunge Aleksandar Ostajic – che ci permette di pianificare il futuro. Dopo essermi diplomato alle superiori, appena due o tre mesi dopo ho iniziato a lavorare alla FIAT. Sono qui da allora”.

In questo stabilimento lavorano 1500 persone che guadagnano tra i 350 ai 400 euro al mese. Poco più del salario medio serbo.
Alla Zastava i lavoratori erano 25.000, ma non esistevano i macchinari robotizzati e gli stipendi erano leggermente inferiori rispetto agli attuali.

Dalla fine della guerra alla transizione post Milosevic, la produttività dei lavoratori serbi è nettamente in crescita.

“L’Italia è un paese più maturo dal punto di vista delle ralzioni industriali – dice Diego Velini, manager Fiat a Kragujevac – la Serbia in termini di contrattualistica e tutela dei lavoratori è in una fase diversa però non vuol dire che tutto sia regalato, che il diritto dei lavoratori non esista. È una realtà diversa in un contesto diverso e quindi è possibile fare delle cose diverse”.

“Quindi è più facile lavorare qui piuttosto che a Melfi o Pomigliano?” chiede Sergio Cantone, Euronews.

“Io sono sono un esperto del diritto del lavoro italiano – aggiunge Diego Velini – sono due contesti diversi. Il fatto di aver organizzato un progetto qui non dipende solo dalla capacità della forza lavoro. C‘è dietro uno studio molto più ampio che riguarda un investimento nel suo complesso. Dalla possibilità di servire tutti i mercati, dalla localizzazione del sito, l’esperienza pregressa delle ralazioni con la Serbia, un pacchetto anche di supporti ricevuti dal governo”.

Guardando l’Italia attraverso l’esperienza delle fabbriche Fiat all’estero, emerge sempre più evidente la necessità di una riforma del mercato del lavoro, frutto di un accordo
tra lavoratori e il mondo impreditoriale. In questa partita non può mancare la classe politica.
La nuova tornata elettorale in Italia potrebbe non interessare troppo la famiglia Ostajic. Ma in una visione di globalizzazione anche le frontiere sono cambiate. E una
scelta politica in Italia non è detto che non possa avere ripercussioni la dove si è spinto il mercato del lavoro di Fiat.