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Bimba nasce da mamma positiva, 'non l'ho ancora abbracciata'

Prende Covid in gravidanza, poi partorisce e va in Rianimazione
Prende Covid in gravidanza, poi partorisce e va in Rianimazione
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(ANSA) – BARI, 22 MAR – “Mi sono ammalata di Covid quando ero
alla 34esima settimana di gravidanza”. Comincia così il racconto
su Facebook di Monia, una neomamma di Turi, nel Barese, che ha
lottato in piena gravidanza con il virus, dando alla luce
prematuramente la sua bambina e finendo in Rianimazione. Oggi
Monia è a casa, ma “questo virus bastardo non ha ancora finito
di presentarmi il suo conto: sono finalmente tra le braccia di
mio marito, sto bene, posso parlare, ridere e respirare
contemporaneamente, ma non possiamo ancora stringere a noi la
nostra piccolina, perché siamo ancora positivi”. “È un virus bastardo – scrive – che ti manda il conto dei
suoi sintomi ogni giorno: un attimo prima riesci a respirare e
pensi di essere una delle tante asintomatiche, un attimo dopo
cominci a sentire una leggera difficoltà mentre parli, finché
non mi sono ritrovata nella zona rossa di ginecologia del
Policlinico con due tubicini di ossigeno nel naso, per aiutarmi
a respirare, per non far soffrire la mia piccolina”. Dopo il cesareo d’urgenza, Monia è stata per qualche giorno
nel reparto di Rianimazione Covid. “Non credo che dimenticherò
mai quello che ho visto attorno a me – racconta – . Ho sentito
l’ultima chiamata di una nonna, di una zia, di una mamma, alla
sua famiglia, prima del suo ultimo respiro. Ero accanto a lei
quando chiedeva aiuto perché non riusciva a respirare, quando ha
fatto quell’ultima chiamata, quando l’hanno portata via. Il
virus è ancora tra noi e la gente sta morendo, improvvisamente e
in solitudine. Abbiamo il dovere morale, soprattutto nei
riguardi di chi non ce l’ha fatta e di chi sta soffrendo per una
prematura scomparsa, di proteggerci e di proteggere i nostri
cari dal contagio”. E poi ricorda i “medici ed infermieri fenomenali” che
assistono i pazienti, “persone meravigliose, professionisti
instancabili, che lavorano all’inferno da un anno, eppure ti
donano in ogni momento il loro sorriso, la loro umanità, una
parola di conforto, una carezza. Di molti di loro non ricordo il
nome e non conosco i loro volti, ma ricorderò i loro occhi, i
loro sguardi teneri e orgogliosi, che mi hanno dato coraggio e
forza in uno dei momenti più tristi e difficili della mia vita.
Li definiscono angeli”. (ANSA).

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