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Morte "Re Furio": imputati, non siamo nemici degli animali

Difesa replica a ondata indignazione per decesso purosangue
Difesa replica a ondata indignazione per decesso purosangue
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(ANSA) – SASSARI, 12 DIC – Avevano accettato di prendere in
custodia quel cavallo perché amano gli animali. Pensavano di
potergli prestare cure adeguate. Provano rimorso per non aver
intuito tempestivamente che il cavallo affidatogli dai suoi
proprietari stesse male e di non aver chiamato per tempo un
veterinario in grado di curarlo e di scongiurare il decesso. Re
Furio, un purosangue inglese di 11 anni, è morto due anni fa
nelle campagne di Sorso. Aveva corso e vinto nei più prestigiosi
ippodromi d’Italia, dalle Cascine di Firenze al San Siro di
Milano. Secondo la Procura di Sassari, è morto di stenti, alimentato
e dissetato saltuariamente. Ma per Lisa Gavinuccia Piras, di
Usini, e Manuel Puledda, di Sassari, quei capi d’imputazione nei
loro confronti sono infondati: il cavallo è morto in conseguenza
di una colica, è la tesi dell’avvocato della difesa, Giuseppe
Masala, sulla base delle perizie effettuate durante gli
accertamenti. La verità la stabilirà il Tribunale, nel frattempo
i due imputati respingono le critiche piovute loro addosso dopo
l’apertura del processo. Si considerano amanti degli animali,
sono turbati dalle accuse mosse dagli animalisti di tutto il
Paese, a iniziare dall’associazione Horse Angels di Cesenatico,
che si è costituita parte civile nel procedimento che si è
aperto due giorni fa dinanzi al giudice di Sassari. “Come pacificamente accertato in sede di accertamenti, la
proprietà del cavallo è della Scuderia Annalisa di Sotgia
Salvatore – chiarisce per iscritto il difensore legale – I miei
assistiti non hanno sottoposto il cavallo né a sevizie, né a
maltrattamenti, né a fatiche insopportabili”, puntualizza
rispetto al capo d’imputazione che ha indignato l’opinione
pubblica nazionale. “Il cavallo è morto per una colica, non ha
subito alcun trattamento, è sempre stato regolarmente alimentato
e abbeverato”, continua l’avvocato. Anche la scelta processuale
della “messa alla prova”, il cui programma verrà dettagliato
nella prossima udienza, “non è un’assunzione di responsabilità”,
precisa il legale. (ANSA).

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