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Caporalato e agricoltura: i tre grandi problemi nei campi di Italia, Spagna e Grecia

Un bracciante agricolo nella baraccopoli Casa Vieja di Nijar, tra le serre d'Almeria (foto d'archivio del 2016)
Un bracciante agricolo nella baraccopoli Casa Vieja di Nijar, tra le serre d'Almeria (foto d'archivio del 2016)   -   Diritti d'autore  JORGE GUERRERO/AFP or licensors
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Lavoratori immigrati pagati due centesimi di euro per ogni mazzetto di ravanello raccolto nelle campagne dell'Agro Pontino; raccoglitrici di fragole spagnole selezionate in Marocco in base a criteri di fragilità: tanto più deboli, tanto meglio per il lavoro nei campi; braccianti schiavizzati da aziende agricole con impianti di confezionamento dall’aspetto stellare e certificazione ISO impeccabili.

È impietosa la fotografia del caporalato in Italia, Spagna e Grecia scattata dal rapporto E(U)xploitation dell’associazione ambientalista Terra!, pubblicato il 24 febbraio.

Tre Paesi diversi dell'Europa meridionale, stesse fragilità: quelle di un'economia di filiera che vive di informalità, dove i sistemi di controllo sono deboli, le forze esigue degli ispettorati del lavoro non riescono a stare dietro alle verifiche sul campo.

Una filiera dove il far west dei contratti di lavoro è all'ordine del giorno, e i pagamenti effettuati in nero - o a cottimo.

In un'Europa dove 5-6 imprese multinazionali muovono l’80 per cento della produzione di alimenti, la pandemia ha accentuato la proliferazione del "lavoro grigio", che mantiene i lavoratori e le lavoratrici in una posizione di subalternità.

"Lo sfruttamento nei campi, il lavoro grigio, il caporalato non sono altro che la spia più evidente di una filiera non sostenibile, di cui conosciamo poco o niente, che vive nell’opacità e si autotutela, schermandosi dietro codici etici e certificazioni tese a scaricare sul più piccolo responsabilità che invece vengono da lontano", si legge nel rapporto dell'Associazione Terra!.

Per ciascuno dei tre Paesi mediterranei analizzati nel rapporto, abbiamo selezionato tre dei problemi più grandi che avvelenano la filiera agroalimentare.

Per risolverli, non c'è che una strada: rendere antieconomico lo sfruttamento, aumentando la capacità di rintracciare gli abusi da parte degli organi preposti e dei consumatori.

Italia, la giungla dei contratti

  • Aste al doppio ribasso, il simbolo dello strapotere dei supermercati. La grande distribuzione ricorre alle aste elettroniche al doppio ribasso per riuscire a strappare il prezzo più basso di un prodotto che deve acquistare in grandi quantità. In un primo momento è la catena della grande distribuzione a contattare diversi fornitori, ai quale chiede di fare un’offerta per il lotto. Raccolte le offerte, la catena cliente convoca su un canale privato un altro tender, la cui la base d’asta è l’offerta più bassa ricevuta a seguito della prima chiamata. Per assicurarsi la commessa, dunque, gli operatori che partecipano all’asta devono abbassare ancora di più il prezzo. È così che, mettendo in competizione telematica i fornitori, la grande distribuzione riesce ad ottenere tagli fino al 30 per cento rispetto al prezzo iniziale, creando uno schiacciamento sugli altri attori della filiera. Secondo uno studio dell’Associazione industrie beni di consumo, nei gruppi discount si ricorre alla pratica dell’asta per almeno il 50 per cento dei prodotti. Percentuale più bassa se si guarda ai supermercati tradizionali. È stato elaborato un disegno di legge correttivo che ora attende di essere approvato in via definitiva dal Parlamento

  • Il lavoro a cottimo, particolarmente presente nell’AgroPontino, dove i pagamenti sono erogati in base ai “mazzetti” di ortaggi raccolti, che seguendo tabelle del tutto informali, e vengono poi convertiti in giornate lavorate;

  • Il lavoro grigio, la piaga più presente al Sud. Si basa su un tacito - e spesso obbligato - accordo tra il lavoratore e l'imprenditore agricolo: l'imprenditore si assicura un lavoro continuativo tutto l'anno, ma non registra mai più di 180 giornate, il numero necessario ad accedere alla disoccupazione agricola. In questo modo, paga meno tasse e costringe il lavoratore in una condizione di subalternità

Spagna: colonialismo legale

  • “Uberizzazione”, ovvero la concentrazione del potere e ricchezza in oligopoli, a cui corrisponde sempre più “un’agricoltura senza agricoltori”. Poche grandi imprese - appena il 6,5 per cento dei proprietari di aziende agricole, contro il 94,5 per cento di persone fisiche - catalizza il 42 per cento del valore della produzione. In Spagna, il settore agricolo vanta cifre macroeconomiche da record, tanto da far parlare di “paradosso agro”: da un lato la rendita agraria e le esportazioni agroalimentari sono cresciute negli ultimi dieci anni del 97 per cento; dall’altro, sopravvive un numero sempre minore di aziende agricole a fronte di un aumento della superficie coltivata a frutta e ortaggi. Su un milione di aziende agricole, il 93,4 per cento ha come titolare una persona fisica, e il 6,6 per cento ha come titolare una persona giuridica; questo 6,6 per cento ottiene il 42 per cento del valore della produzione.
  • Società di servizieagenzie di lavoro interinale (ETT, nella sigla in spagnolo). Nella regione di Murcia, nota come "huerta d'Europa", c'è una forte presenza di grandi produzioni intensive (grandi imprese, alcune con capitale estero, con una produzione massificata). Qui i contratti tramite ETT rappresentano quasi il 75% dei 490mila contratti firmati nel 2019 nell'agricoltura. “Le imprese non vogliono oneri sociali e per questo ricorrono alle ETT, di cui peraltro si servono anche per precarizzare la situazione dei lavoratori assunti. O accetti le condizioni o domani assumo 100 lavoratori attraverso le ETT”, denuncia Ramón Inarejos, segretario di azione sindacale della Federación de Industria, Construcción y Agro della UGT a Murcia (FICA-UGT Murcia).

  • Il reclutamento spagnolo è diventato col tempo un modello europeo. Si tratta della cosiddetta contratación en origen, il reclutamento diretto di lavoratori in paesi terzi, quasi completamente assorbito dalle migliaia di contratti fatti in Marocco per portare manodopera a Huelva.

In questa provincia andalusa si concentra la quasi totalità della produzione nazionale di fragole, di cui la Spagna è primo esportatore mondiale. Questo sistema nasconde tante zone grigie, a cominciare dalla forte discriminazione di genere nei confronti delle lavoratrici marocchine, sottoposte a sfruttamento e violenze fisiche. La selezione delle lavoratrici avviene direttamente in Marocco, con una trasferta di tre giorni di una delegazione delle principali associazioni di produttori della fragola e dei frutti rossi, e in collaborazione con l’Agenzia Nazionale per il lavoro del Marocco (ANAPEC), l’organismo che pubblica l’offerta di lavoro. Come si legge nel rapporto, irequisiti per partecipare alla selezione delle cosiddette temporeras sono: avere tra i 25 e i 45 anni, essere sposate, vedove o divorziate, venire da zone rurali, aver lavorato precedentemente nel settore agricolo e avere figli a carico minori di 14 anni. Criteri di selezione che, come denunciato da ONG e sindacati, sono discriminatori e si basano su determinate idee e pregiudizi degli imprenditori: mani più delicate, caratteri più docili, meno problemi di scioperi o proteste. Non solo: i requisiti di status familiare e la maternità contribuiscono ad aumentare la probabilità di ritorno, e l'analfabetismo di alcune di queste persone le rende più vulnerabili allo struttamento.Non si contano infine i casi di persone che prestano o ‘affittano’ i documenti ad altri”, spiega Lorenzo Peñas, avvocato che rappresenta il sindacato UGT, e di cittadini stranieri in situazione irregolare impiegati nei campi per 150-200 euro al mese.

ABDELHAK SENNA/AFP
Lavoratrici stagionali marocchine in un'azienda agricola che produce fragole a Lepe, nel sud della Spagna, nel 2009. Qui vengono prese solo donne sposate e con figliABDELHAK SENNA/AFP

Grecia: sfruttamento senza controllo

In Grecia, il settore agricolo è principalmente integrato da micro aziende e da aziende agricole a conduzione familiare, ma la percentuale di manodopera e lavoro domestico non retribuiti è più alta che negli altri paesi UE.

Le piccole e medie imprese (il 98 per cento del totale) operano su una superficie media di 6,8 ettari, esposte alle pressioni di pochi e forti soggetti della commercializzazione e della distribuzione. Secondo Apostolos Papadopoulos, direttore del Centro di ricerca EKKE, "è evidente che la pressione sui produttori da parte degli agenti all’ingrosso e dei grandi supermercati stia accentuando la pressione che a sua volta si ripercuote sul costo e sulle condizioni del lavoro. Si trovano in una posizione subalterna e non possono negoziare in modo efficace, perciò non possono ottenere i prezzi che gli sarebbero dovuti. Per poter vendere a basso costo devono abbassare i costi del loro lavoro".

  • Immigrati vincolati al lavoro agricolo per evitare l'espulsione: nel Paese, il 90% della manodopera del settore agricolo è composto da migranti, la maggior parte dei quali lavora in modo informale, viene pagata in nero e non è assicurata. È molto difficile, in mezzo a questa frammentazione e alla confusione che genera, identificare chi è il produttore, chi gestisce l’azienda e chi assume i braccianti. A volte risulta troppo difficile persino identificare chi sono i lavoratori e quanti sono. Circa un lavoratore su dieci è in possesso di documento speciale che ne sospende l’espulsione grazie all’impiego nel settore agricolo. Questa possibilità è stata introdotta nel 2016 e consente ai datori di lavoro, in assenza di manodopera, di assumere braccianti che non risiedono legalmente nel paese e non hanno un permesso di lavoro. Questa deroga prevede aggiornamenti semestrali e può essere ottenuta anche più volte. Fornisce insomma un permesso di lavoro senza però risolvere la questione dei permessi di soggiorno. "Di conseguenza - si legge nel rapporto - accentua la dipendenza dei lavoratori dai datori di lavoro come condizione necessaria al mantenimento della loro presenza legale nel paese, ma anche all’accesso al mercato del lavoro".

  • Pagamento in voucher:I lavoratori della campagne greche appaiono nel database solo quando i datori di lavoro acquistano un voucher (Ergosimo) assicurativo a loro nome. Dal 2015, le spese per i voucher rendono i produttori esenti dalle tasse che devono pagare, questo ha portato ad un ulteriore abuso di questo strumento. I lavoratori con regolare permesso di lavoro necessitano di 150 bolli assicurativi per rinnovare il permesso. I datori di lavoro spesso vengono pagati con un importo eccessivo attraverso l’Ergosimo che poi trasferiscono a lavoratori irregolari, i quali possono essere pagati solo in nero. Non solo. Trovare lavoro molto spesso dipende dal pagamento di una ‘tassa’ di un euro al giorno a caporali della stessa origine etnica, chiamati spesso ‘mastoura’, che agiscono da intermediari tra più datori di lavoro.

SAKIS MITROLIDIS/AFP or licensors
Raccolta delle pesche da parte di lavoratori albanesi a Veria, nel nord della GreciaSAKIS MITROLIDIS/AFP or licensors
  • Mancanza di controlli. Il SEPE, l’Unità greca di ispezione del lavoro, denuncia la mancanza di un adeguato sistema di verifiche nelle aziende agricole. L’istituto, che lavora sotto vigilanza del Ministero del Lavoro, legalmente ha il mandato di controllare l'intero settore privato. Nella pratica però non riesce a controllare molto nella produzione agricola perché non ha gli strumenti adeguati. Tutto dipende dalle dichiarazioni di impiego dei lavoratori, spesso opache. A complicare le cose ci si mettono anche l’attività dei gruppi della criminalità organizzata e la resistenza violenta, fattori che spesso ostacolano l’attività ispettiva.