ULTIM'ORA
This content is not available in your region

Coronavirus: io, lavoratore stagionale rumeno bloccato senza tetto in un limbo

Coronavirus: io, lavoratore stagionale rumeno bloccato senza tetto in un limbo
Diritti d'autore  Migranti bloccati a Porto Vecchio, Trieste, rifocillati ed aiutati dall'associazione Linea d'Ombra, che ringraziamo per averci concesso foto, storie e video - Francesco Cibati
Dimensioni di testo Aa Aa

Un lavoratore stagionale rumeno venuto in Italia a firmare dei documenti e rimasto bloccato dalla pandemia di Covid-19 nel nostro Paese, in un limbo, costretto per giorni a dormire per strada; un afghano che ha assaggiato i manganelli della polizia croata; un giovane egiziano che ha provato il "game" 12 volte e ha sul corpo ferite di arma da taglio; due amici che hanno perso un compagno in un crepaccio dei boschi croati; un minorenne che ha viaggiato sotto un tir nei Balcani ma anche Giuseppe, clochard italiano finito per strada "dopo 26 anni passati a lavorare e pagare le tasse".

Sono le storie degli invisibili, prime vittime dell'emergenza sanitaria, rimasti per oltre una settimana senza un tetto sulla testa per le strade di Trieste, e per di più in tempo di bora.

Una piccola fotografia di quanto accade anche in altre città italiane, dove per giunta l'accoglienza diffusa è meno sviluppata che nel capoluogo giuliano e, dopo l'indebolimento del sistema Sprar da parte del decreto Salvini, è più in voga il "modello casermone", fatto di grandi centri con camerate collettive e standard di accoglienza inferiori. Un modello a rischio, durante una pandemia.

A Trieste il gruppo è misto, formato da lavoratori stagionali; residenti nei paesi balcanici; italiani senza tetto e migranti in transito verso altre destinazioni europee - e quindi non intenzionati a fare domanda d'asilo in Italia.

Volontari di Linea d'Ombra in azione davanti alla stazione centrale di Trieste - Foto: Francesco Cibati

L'associazione Linea d'Ombra, che ha fornito cibo, riparo e conforto a un centinaio di persone nella zona della stazione e di Porto Vecchio, ha denunciato l'assenza di un piano d'azione nei confronti di migranti e senza tetto per tutta la durata dell'emergenza epidemica.

Dopo l'apertura di un centro diurno da parte del Comune, annunciato dal vicesindaco Paolo Polidori, i volontari dell'associazione non hanno più il permesso di intervenire a sostegno dei migranti. "Ma noi davamo dai 60 ai 100 pasti al giorno quando il comune ha aperto appena 24 posti letto, dicendo così di aver risolto il problema", afferma Francesco Cibati, volontario di Linea d'Ombra.

Nonostante quasi tutti i migranti e senza fissa dimora abbiano ora trovato sistemazione a Trieste e dintorni - come indica Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà (Ufficio Rifugiati Onlus) - "i dormitori, pur avendo qualche posto libero di notte, restano dormitori, e quindi abbiamo una 50ina di persone che di giorno sono messe fuori".

"Dal punto di vista sanitario è un problema per la collettività, il comune di Trieste ha profili di responsabilità anche penali in questa vicenda. La situazione è problematica, la scelta istituzionale è irresponsabile", aggiunge Schiavone.

Il sindaco Roberto Dipiazza bolla le dichiarazioni di Schiavone come propaganda ed indica ad Euronews che esiste un triplo problema: "I migranti non vogliono farsi registrare e vogliono restare anonimi, puntando a raggiungere Francia e Germania; inoltre, la competenza è dello Stato e delle prefetture, da cui i migranti dovrebbero andare a farsi identificare per entrare nei meccanismi d'asilo. Noi come Comune non abbiamo incredibili possibilità di spesa. Infine, siamo una zona di confine: la Slovenia li fa passare e li fa venire in Italia senza che le nostre istituzioni siano capaci di imporsi".

Dipiazza ha indicato di essere in contato con il prefetto, "per metterli in un albergo sul confine, a Fernetti, ma è lo Stato che deve pagare, io non posso occuparmi di una cosa che non è mia responsabilità".

Le frontiere sono chiuse e, nell'impossibilità di continuare il loro viaggio in un'Europa paralizzata dal coronavirus, alcuni dei migranti bloccati in città sono stati convinti dai mediatori culturali a fare domanda d'asilo in Italia.

"Se in tutta Italia avessimo un modello di accoglienza diffusa, per queste persone bisognose varrebbero le stesse misure di contenimento sanitario che per il resto della popolazione italiana, ovvero in appartamento. Ma così non è, e spesso si trovano a vivere nei grandi centri collettivi, i Cas (centri di accoglienza straordinaria, n.d.R.), con servizi comuni e standard molto bassi”, la critica di Schiavone.

Di seguito trovate le storie di chi vive questa emergenza sanitaria in un limbo, senza sapere non solo quando finirà, ma neanche che ne sarà di lui una volta passata la tempesta.

Il lavoratore agricolo stagionale rumeno

Ion Munteanu, rumeno di 51 anni, lavoratore stagionale bloccato a Trieste - Foto: Francesco Cibati

Ion, rumeno, è rimasto bloccato in Italia senza possibilità di rientro nel suo Paese. I tre figli e la moglie sono rimasti in patria. Come usava fare da 5 anni, il 27 febbraio era giunto in Italia per firmare la disoccupazione, garantita da suo lavoro stagionale nelle montagne in Trentino. Quando tutto si è fermato, il padrone dell'azienda non l'ha voluto ospitare, malgrado lo spazio ci fosse - dice Ion - ed è arrivato da solo a Trieste cercando di tornare in Romania. Ora non può ritornare indietro, né andare avanti. Non ha reddito, non può permettersi un posto letto. Dopo una settimana passata in strada, è ospitato da un gestore privato di un Airbnb che ha messo a disposizione una stanza.

Azzaam, i lividi dei manganelli in viso

Azzaam, afghano - Foto: Francesco Cibati

Azzaam ha 19 anni e viene dall'Afghanistan. Ha perso i genitori, suo fratello è bloccato a Lesbo. Arrivato a Trieste stremato dopo quindici giorni a piedi attraverso i boschi croati e sloveni, prima di riuscirci ha avuto la sfortuna di incontrare i manganelli della polizia croata, racconta. Dai volontari di Linea d'Ombra ha trovato cure mediche e cibo, è stato anche aiutato nel trovare un posto in accoglienza, dopo tre notti dormite all'addiaccio nel piazzale della stazione.

Makeen, pakistano, 25 anni - Foto: Francesco Cibati

Iqbal, pakistano, 28 anni e Makeen, suo connazionale di 25 anni, sono entrambi rimasti traumatizzati dopo aver perso il migliore amico, Mostafa, caduto in un crepaccio nei boschi croati. L'hanno sentito urlare alle loro spalle, mentre camminavano nel fitto dei boschi, spaventati dal rischio di incontrare orsi, mine e polizia croata. Non sono più riusciti a trovarlo.

L'ex traduttore per l'esercito USA

Yaqoob, Afghanistan, 36 anni. Foto - Francesco Cibati

Yaqoob, afghano, 36 anni. Ex traduttore per l'esercito USA, al ritiro delle truppe si è trovato senza protezione. Lo Stato Islamico lo ha minacciato di morte ed è scappato. Ha rischiato di annegare in Grecia. In Bosnia è rimasto bloccato un anno a causa del peggioramento delle condizioni di salute. Dopo svariati tentativi respinti e due settimane di "game", è arrivato a Trieste. Dice di non volere entrare in accoglienza per paura della Polizia. Accanto a lui c'è un ragazzo minorenne, avrà 15 o 16 anni. Sappiamo che ha fatto una tratta sotto un tir, probabilmente tra Grecia-Macedonia-Albania-Montenegro. Poi la Bosnia e il "game".

Sono siriani di Damasco, Alì e Youseff. Hanno circa 30 anni - Foto: Francesco Cibati

Alì e Youseff devono avere sui 30 anni. Le loro mogli sono ancora nei campi della Turchia. Lui, bloccato a Bihać, in Bosnia, hanno tentato il "game" innumerevoli volte. Sono sopravvissuti all'inferno dei boschi, della Croazia e Slovenia.

Foto: Lorena Fornasir, presidentessa e fondatrice di Linea d'Ombra

E infine c'è quel ragazzo che dice di avere 17 anni, ma forse ne ha 21. Viene dall’Egitto. I suoi genitori hanno pagato l’areo fino a Istanbul. Ha percorso a piedi la Turchia passando per la Grecia fino ad arrivare in Bosnia, a Velika Kladusa.

Ha tentato il “game” 12 volte finché la terza domenica di febbraio è arrivato con varie ferite sul corpo ed una infetta sul braccio.

La polizia croata, racconta, ha accerchiato il suo gruppo, con il coltello un poliziotto avrebbe tagliato i suoi vestiti ferendolo in vari punti.

Sgusciato via, salvandosi da un altro respingimento, è arrivato a Trieste esausto dopo giorni di cammino nel gelo dei boschi.

Non conosciamo il suo nome, come non conosciamo quello della grandissima maggioranza delle persone bloccate lungo la rotta balcanica.

Ha condiviso il marciapiede con Giuseppe, meridionale, finito per strada dopo 26 anni di lavoro. Ora si arrabbia facilmente se ripensa che non gli è rimasto più niente, solo il vizio del bere. Ha sorriso nel ricevere un sacco a pelo e un paio di scarpe nuove.