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Open Arms, funzionario UNHCR critica i migranti che chiedono asilo in Europa a tutti i costi

Open Arms, funzionario UNHCR critica i migranti che chiedono asilo in Europa a tutti i costi
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Fa discutere un tweet di Vincent Cochetel, inviato speciale per l'agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati (UNHCR), in cui - commentando il caso Open Arms - si dice "molto preoccupato per la radicalizzazione dei sogni migratori e per le richieste di alcuni migranti e rifugiati in Libia e nei Paesi limitrofi".

"Radicalizzazione dei sogni migratori? Wow", è stata per esempio la risposta sorpresa di un membro dello staff di Médecins Sans Frontières, mentre un altro utente commenta "pensavo che UNHCR si preoccupasse della radicalizzazione degli Stati Membri Ue nel loro rifiuto di rispettare le leggi e i regolamenti internazionali in materia di asilo e zone SAR. Ho frainteso il mandato?".

In attesa di un riscontro dal diretto interessato, che abbiamo contattato, prova a chiarire il pensiero di Cochetel il portavoce di UNHCR per Africa, il Mediterraneo e la Libia, Charlie Yaxley. "Stiamo assistendo ad un trend in crescita - anche se i numeri sono ancora piccoli - di persone che insistono a voler chiedere asilo solamente in Europa. Ci sono stati alcuni casi in cui i richiedenti asilo hanno rifiutato possibilità di protezione altrove. Chi scappa dalle guerre nell'Africa orientale e occidentale tipicamente fa domanda di asilo nei Paesi vicini. Il sistema in vigore dalla Convenzione sui Rifugiati del 1951 richiede di fare domanda nel Paese in cui ci si trova, i richiedenti asilo non hanno scelta su dove chiederlo. Esistono sì meccanismi di ricollocamento verso stati terzi, ma i posti disponibili sono molto inferiori rispetto ai bisogni, e in diminuzione, per cui la priorità viene data ai rifugiati più vulnerabili".

Insomma: chi arriva in posti come la Tunisia, per esempio, dovrebbe accontentarsi e fare richiesta di asilo lì.

Tuttavia è molto dibattuto se la stessa Tunisia, giusto per attenerci ad uno degli esempi proposti da UNHCR, possa essere classificata o meno come un Place of safety. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, il paese nordafricano può essere considerato un luogo sicuro, avendo sottoscritto la Convenzione del 1951.

Molti giuristi, attivisti e organizzazioni non governative criticano il fatto che nel Paese non sia stata ancora adottata una legge che regolamenti le richieste di asilo. Qui i migranti si troverebbero a vivere illegalmente in un posto che non ha capacità né mezzi per ospitare i rifugiati e che è stato già accusato di respingimenti e deportazioni verso la Libia (qui per approfondire).

La realtà delle cose è che i migranti chiedono asilo anche nei posti più pericolosi, come la Libia. Chi scappa dai conflitti viene spesso ospitato in campi profughi allestiti da UNHCR: si pensi a quelli ugandesi per chi fugge dal Sud Sudan. In Libia, Paese non sicuro in cui non è possibile richiedere asilo, l'UNHCR ha registrato decine di migliaia di richieste di registrazione: l'ultima cifra (luglio 2019) parla di 50mila rifugiati o richiedenti asilo registrati, mentre tutto intorno infuria la guerra civile.

Matteo Villa, ricercatore dell'Ispi, ha criticato su Twitter l'uscita di Cochetel. "Il sogno di arrivare in Europa non è previsto nella convenzione di Ginevra, ma il commento sulle aspirazioni dei migranti poteva essere evitabile da parte di UNHCR, un'organizzazione che è nata per proteggere chi chiede asilo", il suo commento per Euronews. "La questione Open Arms non ha nulla a che vedere con i sogni dei migranti, che non fanno differenza tra arrivare in Spagna o Italia, ma ha a che vedere con un problema creato dai Paesi europei. Dire che sulla nave i migranti hanno sogni irrealizzabili non centra il problema, qualsiasi cosa dica il diritto internazionale. Non è stato un buon momento per fare quel commento."

L'acceso dibattito su Twitter: UNHCR fa politica "contro gli interessi dei suoi stessi clienti, i rifugiati"

Aggiornamento 21/8: Su Twitter si è tenuta un'accesa discussione tra Yaxley, che ha difeso la posizione di Cochetel ribadendo che una persona "dovrebbe fare richiesta di asilo solamente nel territorio in cui si trova, senza poter sospendere la richiesta nella speranza di un posto migliore altrove", e vari esperti di diritto internazionale che hanno criticato questa linea, affermando che non ha alcuna base legale.

James Hathaway, direttore del programma della Michigan Law School sul diritto dei rifugiati, è molto chiaro: non c'è alcun obbligo internazionale per i rifugiati di cercare protezione in un determinato stato. "Gli individui sono liberi di viaggiare in qualsiasi Stato vogliano fare domanda".

Omar Shatz, avvocato e docente di diritto internazionale a Sciences Po, lo stesso che aveva denunciato l'Italia e la UE al Tribunale penale dell'Aja per la morte di migliaia di migranti nel Mediterraneo, paragona l'affermazione di Cochetel a quella di "un leader di estrema destra come Salvini".

"In base a quali dati l'UNHCR accusa i propri clienti, persone bisognose di protezione internazionale, di volere di aspirare a qualcosa in più rispetto a quanto si ritiene abbiano diritto?"

Shatz spiega che la posizione di UNHCR, che usa come scudo la Convenzione del 1951, non è legittima. "Non c'è alcun riferimento alla necessità di presentare una domanda di asilo nel primo stato di arrivo. Li invito a dimostrarlo".

Se così fosse stato, tutti i rifugiati sarebbero rimasti bloccati nei paesi vicini, come il Ciad per il Sudan oppure il Guatemala, per coloro che provengono dall'Honduras e vogliono raggiungere gli Stati Uniti"

Proprio perché non esiste una legge di questo tipo, la UE ha legiferato a livello regionale i regolamenti di Dublino, che impongono ai richiedenti asilo di presentare domanda di asilo nel primo Stato membro di arrivo.

"Inoltre, non c'è nessuna punizione per i rifugiati che non chiedono asilo per esempio in Tunisia e aspettano di farlo in Italia o Spagna. La legge sui rifugiati prevede il requisito positivo per il riconoscimento dello status di rifugiato e altri due principi fondamentali", continua, intervistato da Euronews: "quello di non respingimento (non-refoulement) e il divieto di penalizzare i richiedenti asilo per il modo in cui sono entrati nel Paese. Infine, e contrariamente alla critica di Cochetel sulla "radicalizzazione dei sogni del migrante", il diritto marittimo è cieco rispetto allo status o alla nazionalità delle persone salvate, e richiede il loro sbarco nel porto sicuro più vicino, cioè nel caso di OpenArms Italia, e non in Spagna o Tunisia".

Cochetel è stato criticato anche per un altro tweet controverso, quello in cui definisce "folle" la scelta di migranti di arrivare in Libia.

"Un'osservazione vergognosa", conclude Shatz. "Le sue dichiarazioni politiche contraddicono i principi fondamentali su cui si fonda e opera l'UNHCR. È' tempo che l'UNHCR rimanga neutrale e cessi di fungere da foglia di fico della UE per i campi di concentramento libici e nel Mediterraneo. La situazione è oggetto di indagine da parte della CPI. Tutti gli attori coinvolti, compresi gli agenti dell'ONU, possono essere ritenuti responsabili".

Gli fa eco Adel-Naim Reyhani del Ludwig Boltzmann Institute of Human Rights: "Nel diritto internazionale non ci sono obblighi per i rifugiati sul luogo in cui chiedere asilo. La Convenzione del 1951 non fa riferimento al problema né forza i rifugiati in alcun modo. Tuttavia, nella valutazione delle domande, gli Stati si basano sulla nozione di "paese terzo sicuro" o "paese di primo asilo" per rimpatriare i richiedenti asilo verso gli Stati di transito. Entrambi i concetti sono contestati in quanto non hanno un fondamento esplicito nel diritto dei rifugiati. Secondo il diritto marittimo, le navi sono tenute, nelle operazioni di ricerca e salvataggio, a sbarcare in un luogo sicuro. Tuttavia, non esiste un corrispondente obbligo degli Stati di consentire lo sbarco nei loro porti. La legge presenta quindi lacune rilevanti. La questione, secondo il diritto dei rifugiati, è quindi piuttosto come gli Stati debbano reagire alle richieste di asilo dei rifugiati che (avrebbero potuto) presentare domanda di asilo già altrove".

Aggiornamento 22/8: Cochetel risponde al nostro articolo su Twitter (ma non alla nostra email) rincarando la dose, e scagliandosi contro i rifugiati che si rifiutano di partecipare ai corsi di lingua e di inserimento professionale proposti da UNHCR.

Aggiornamento 23/8: Vincent Cochetel dice che alcuni suoi tweet possono essere stati fraintesi. "Le vite di troppi rifugiati sono state perse o rovinate lungo le rotte pericolose per l'Europa dalla Libia. Non può essere la migliore o l'unica soluzione. La maggior parte dei rifugiati non fanno questa scelta. Esistono alcune soluzioni di protezione lungo la via e c'è bisogno di più alternative legali".