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Mubarak, le tappe della caduta del rais fino alla scarcerazione

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Mubarak, le tappe della caduta del rais fino alla scarcerazione

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Febbraio 2011, l’Egitto vive i giorni della sua rivoluzione. I giovani di piazza Tahrir reclamano le dimissioni del presidente Mubarak, che per 29 anni ha governato il paese.

In due mesi, la repressione fa 850 vittime. Ma la piazza ottiene ragione: il 10 febbraio, Mubarak fa un passo indietro e lo annuncia con un messaggio televisivo: “Ho deciso di delegare le mie responsabilità al vice presidente, come prevede la costituzione. Sono certo che l’Egitto sarà capace di superare questa crisi e che la volontà del popolo non sarà spezzata. Possa questo paese restare un luogo sicuro e possa ritrovare nuovamente la via della pace”.

La piazza esulta. Celebrazioni improvvisate hanno luogo al Cairo e in diverse città del paese. Ora i manifestanti vogliono che Mubarak sia processato. La mobilitazione prosegue fino ad aprile, quando l’ex raiss viene incriminato.

Il processo si apre in agosto. Adagiato su una lettiga, Mubarak è trasportato in aula, dove respinge ogni imputazione. Rispetto alle sue precedenti apparizioni in pubblico, è dimagrito, affaticato, come se fosse invecchiato di colpo. Davanti ai giudici, deve rispondere di corruzione, ma anche della morte di centinaia di manifestanti uccisi durante la rivoluzione. Una seduta dopo l’altra, il suo stato di salute appare sempre più precario.

Il 2 giugno 2012, Mubarak e il suo ex ministro dell’Interno sono condannati all’ergastolo per aver contribuito a causare il decesso dei manifestanti. L’ex raiss ricorre in appello e la corte di Cassazione stabilisce che il processo va rifatto. Ma, subito dopo la lettura del verdetto, le condizioni di Mubarak precipitano. Per giorni è attaccato a un respiratore artificiale, in bilico tra la vita e la morte, mentre un gruppo di simpatizzanti prega per lui fuori dall’ospedale.

Passa un anno e l’ex presidente, ormai ristabilito, affronta un nuovo processo, quello che gli offre l’occasione del rilascio, mentre i suoi detrattori si indignano per ciò che considerano un ritorno dell’ancien regime. I militari potrebbero rilanciare nuove accuse a suo carico. Ma la repressione ordinata dal generale al Sissi, in appena cinque giorni, ha ucciso più persone di quante ne sono cadute nella rivoluzione del 2011. La via d’uscita, a questo punto, non può che essere politica.