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Myanmar, la transizione democratica tra spinte al futuro e retaggi del passato

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Di Euronews
Myanmar, la transizione democratica tra spinte al futuro e retaggi del passato

<p>Dopo mezzo secolo di di dittatura militare conclusasi appena due anni fa il Myanmar è pronto per aprirsi al mondo. Ma nel paese è oggi davvero escluso il rischio di una nuova ondata di repressione, come quella che ha già portato alla prigionia di Aung San Suu Kiy e delle altre migliaia di attivisti, compresi i monaci della “rivoluzione zafferano ?”</p> <p>L’appuntamento cruciale, a seguito del quale si capirà se il paese è davvero pronto per un cambiamento, è rappresentato dalle elezioni del 2015. Intanto il paese continua a essere segnato da un’accesa violenza etnica rivolta soprattutto verso la minoranza musulmana. In Myanmar si contano oltre 100 minoranze etniche tra queste i musulmani rappresentano circa il 4%. </p> <p>Per Piy Kyam, monaco tra quelli ad aver preso parte alla “rivoluzione zafferano” nel 2010 la violenza è semplice propaganda politica:“La violenza settaria è opera del governo. E’ una strategia creata in vista delle elezioni del 2015. E’ stato il govero ad agitare le acque tra gli agricoltori e gli altri lavoratori. E’ un modo per creare delle tenisioni. E lo stesso vale per il problema della proprietà terriera”. </p> <p>Il direttore della testata d’opposizione Democratic Voice of Burma Zoe Zaw Latt racconta :“E’ sempre piu`difficile coprire le violenze settarie. Appena accade qualcosa, la polizia chiude le strade. Vengono create delle vere e proprie barriere fisiche. E’ anche difficile raggiungere alcune delle minoranze marginalizzate perché risiedono in aree remote del paese. Uno dei nostri giornalisti è stato picchiato perché aveva ripreso alcune scene di violenza. Gli hanno sequestrato la telecamera”.</p> <p>Democratic Voice of Burma ha lavorato per anni seguendo il Myanmanr dall’estero. Oggi può contare su una sede a Yangon. Nonostante questo però molti dei giornalisti ammettono che le condizioni di lavoro continuano a essere difficili. Soprattutto se si guarda alle elezioni del 2015. Than Win Htut è uno di questi e ammette: “Abbiamo il problema di come coprire le prossime elezioni. I problemi sono anche di tipo logistico: non esistono trasporti, non ci sono telecomunicazioni o infrastrutture a facilitare il compito. E’ tutto molto complicato”. </p> <p>Alla transizione democratica del Myanmar guarda con interese anche l’Unione europea. Dopo aver alleggerito le sanzioni circa un anno e mezzo fa Bruxelles ha anche promosso nel mese di novembre una visita diplomatico- commerciale nel Paese. </p> <p>“Tutti coloro che hanno partecipato a questa visita possono testimoniare il reale impegno europeo affinché si vedano migliorate le condizioni di vita in Myanmar e siano garantite a tutti reali possibilità di occupazione. L’Europa vuole anche procedre a creare delle concrete occasioni di partnership con il paese” ha dichiarato Catherine Ashton ai giornalisti europei a margine della visita. </p> <p>Agli incontri con la delegazione europea ha preso parte anche Aung San Suu Kiy. Il premio Nobel per la Pace, eletta in parlamento è oggi tra i fervidi sostenitori di una riforma costituzionale. “Stiamo compiendo sforzi continui nel tentativo di assicurare che la politica proceda lungo il giusto cammino” ha affermato San Suu Kyi “Non è un processo automatico, , che si possa definire concluso, senza necessità di miglioramento. La transizione è un lavoro in divenire, da compiere anno dopo anno, decade dopo decade, generazione dopo generazione”. </p> <p>Il Myanmar inizia ad attrarre anche gli appetiti commerciali e industriali. Ovunque nelle grandi città vanno affermandosi stili e abitudini occidentali. </p> <p>Vicky Bownan è la fondatrica di una Ong impegnata a monitorare il processo di “industrializzazione” del paese, in modo da garantire che i benefici arrivino a tutta la popolazionedel paese . “Tra i principali rischi per gli investitori, soprattuto quelli che hanno intenzione d’investire sui terreni, è capire a chi appartengono i terreni” spiega Vicky “Se sono stai divisi, anche 20 anni fa. Oppure se esistono piani urbanistici che prevedono lo spostamento della popolazione da quell’area. In quel caso assicurarsi che i residenti vengano compensati adeguatamente. Fino ad oggi le compravendite sono state pessime nel Paese”.</p>