Pubblicità politica "occulta" su Facebook? OpenPolis lancia il monitoraggio "dal basso"

Siete entrati a vostra insaputa nel mirino di una forza politica, target di una pubblicità su Facebook? Chi la sta pagando? Chi risponde dei contenuti sponsorizzati che visualizzate sui social, magari anche sotto "silenzio elettorale"? 

In contatto diretto e sulla scia dell'americana ProPublica, anche l'associazione OpenPolis lancia in Italia uno strumento per monitorare la campagna elettorale e la propaganda politica su Facebook in vista delle elezioni politiche del 4 marzo. Si tratta di un'estensione per i browser Firefox e Chrome per permettere agli utenti, futuri elettori e non, di segnalare la matrice politica dei contenuti sponsorizzati che passano davanti agli occhi sulle bacheche di Facebook.

"Non c’è accountability, e non è possibile tracciare il fenomeno", scrive OpenPolis introducendo Pac (Political Ad Collector), la versione italiana di uno strumento già lanciato per le elezioni politiche in Germania dello scorso settembre.

Monitoraggio collettivo "dal basso" della propaganda politica

Gli utenti che lo installeranno nel browser potranno segnalare le pubblicità allo strumento, scegliendo tra le réclame viste solamente da loro o da tutti allo scopo di avviare un monitoraggio dei contenuti sponsorizzati dai partiti politici. Tutto questo lavoro serve, nelle intenzioni, a migliorare l’algoritmo, che piano a piano riuscirà a riconoscere le pubblicità politiche da solo.

"Man mano che vengono raccolti i contenuti politici sponsorizzati, l’estensione alimenta un database. Il contributo degli utenti contribuisce quindi alla creazione di un’unico raccoglitore che contiene tutti i contenuti politici visualizzati dagli utenti nei mesi della campagna elettorale. Nelle ultime settimane prima del voto openpolis renderà pubblica una dashboard per visualizzare e navigare il database generato grazie all’utilizzo di Pac da parte degli utenti", si legge sul sito. Tutti i dati saranno scaricabili tramite Api e riutilizzabili.

Quali obblighi su Facebook?

"L’idea è abbaastanza chiara. Sembra evidente che le dinamiche politiche ed elettorali si stiano spostando sui social ma la propaganda elettorale su Facebook è ancora materia oscura. Da qui la volontà da parte nostra, che abbiamo sempre lottato per la trasparenza, di lanciare un messaggio: non si può ignorare questo aspetto", riferisce a euronews Daniele De Bernardin, analista politico di OpenPolis. "In Italia alcune lacune normative non permettono il rispetto dei limiti legali sui social network. Se una copisteria stampa un manifesto elettorale, viene riconosciuto un mandatario - una figura, per intenderci, che abbia un conto corrente bancario da cui partono i pagamenti. Ma Facebook non funziona così: anche la piattaforma deve avere degli obblighi e rispettarli".

Un altro problema sorge per il cosiddetto "silenzio elettorale": la legge 212 del 1956 stabilisce che nel giorno in cui si vota e in quello precedente non si può fare propaganda in televisione e in radio, non si possono tenere comizi in luoghi aperti al pubblico e non si può fare alcuna forma di propaganda elettorale entro 200 metri dai seggi. Una norma che esiste in Paesi come Francia e Spagna ma non nel Regno Unito e negli Stati Uniti.

"Ma un candidato può sponsorizzare la reach della pubblicità fino al momento del voto: come fai allora a capire se in questo caso viene rispettato i silenzio elettorale o meno?", obietta De Bernardin.

Linee guida AGCOM

Il tavolo tecnico di autoregolamentazione dell'autorità garante, AGCOM, ha pubblicato di recente delle linee guida in cui si legge che "sarebbe auspicabile che anche sulle piattaforme in questi due giorni fosse evitata, da parte dei soggetti politici, ogni forma di propaganda" (difficilissimo, scrive Wired), e che sulle piattaforme online "si evidenzia la necessità che l’inserzionista indichi la natura di “messaggio elettorales specificando il soggetto politico committente". 

Trasparenza, insomma, su chi sta finanziando il messaggio che vi passa sotto gli occhi nel newsfeed di Facebook (legge 515 del 1993). Le raccomandazioni, sulla carta, rimangono ancora "molto vaghe", fa notare De Bernardin. Sono unite a un generico invito al rafforzamento delle iniziative di fact-checking - non quelle della Polizia Postale, ma quelle già presentate da Google e Facebook.

"L'AGCOM non ha nessun potere di intervento su questi temi nonostante sia desideroso di acquisirli", sottolinea l'avvocato Fulvio Sarzana, esperto di diritto d'autore, media e digitale. "Internet non è considerato uno strumento di telecomunicazione vero e proprio su cui AGCOM ha poteri sanzionatori."

"La legge del 1956 sul silenzio elettorale è improntata ai mezzi di comunicazione dell'epoca", aggiunge il legale.

Pagine e gruppi senza controllo

L'appunto del Sole 24 Ore secondo cui "sfugge per ora ad ogni regola la pubblicità occulta dei "social media influencer" vale anche in politica, non solo per le marche di abbigliamento.

Come fa notare il giornalista Leonardo Bianchi su Vice e nel suo libro La Gente, pagine apparentemente a-politiche e "innocue" come 800.000 iscritti per Homer Simpson presidente del Consiglio, in concomitanza delle elezioni 2013 o dell'ultimo referendum costituzionale si è popolata di endorsement e contenuti tesi ad orientare sfacciatamente le scelte dell'elettorato - o, quantomeno, delle centinaia di migliaia di fan. E non è la sola.

L'utilizzo di profili falsi o aperti ad hoc per simulare apprezzamento dei contenuti proposti è un'altra strategia messa in atto dagli "smanettoni" della campagna elettorale parallela su Facebook.

Privati animati dal fuoco sacro dell'attivismo politico o agenzie pagate direttamente dai partiti?

Il termine americano per definire il fenomeno è astroturfing, ovvero "la creazione a tavolino del consenso proveniente dal basso", una tecnica che "si affida spesso a persone retribuite affinché esse producano artificialmente un'aura positiva intorno al bene da promuovere".

Difficile, quasi impossibile spesso stabilire un nesso diretto con una formazione politica. Alessandra Serra, responsabile per i social network del comitato Basta un Sì, all'epoca rispose così a Leonardo Bianchi:  "Non c'entrano niente con noi. Noi ovviamente li vediamo perché stiamo tutto il giorno sulla rete, alcuni nostri volontari vanno e mettono dei like, ma non sono collegati a noi. Anzi, siamo pure abbastanza contenti—anche se, per la verità, non sono tantissime quelle che hanno a che fare con il sostegno al Sì al referendum. Ci piacerebbe che fossero anche di più, magari."

D'altro canto, bisogna anche considerare, come fa notare l'avvocato Sarzana, il pericolo di censura verso eventuali movimenti di opinione spontanei da parte dell'autorità amministrativa. Il terreno, insomma, è estremamente scivoloso.

In America

La Commissione federale delle elezioni, in America, a dicembre ha stabilito che gli annunci politici con immagini o video pubblicati su Facebook dovranno ora includere disclaimer sul soggetto che li ha commissionati. Eppure a Seattle, secondo le autorità locali, la società di Menlo Park si deve già difendere dalle accuse di non essere riuscita a fornire dettagli adeguati sulla spesa dei suoi inserzionisti nelle elezioni cittadine del 2017.

Ora che fare propaganda sul web è diventato un obbligo, la domanda resta: sarà la politica a dare le regole ai social network o il contrario, si chiede Pagina99.

Bonus: il plugin brasiliano anti-corruzione

Interessante l'esperienza brasiliana dove, per far fronte all'endemica corruzione a tutti i livelli dell'apparato statale, ad aprile è stato lanciato un plug-in di Google Chrome che dipinge letteralmente di viola i nomi dei politici che hanno avuto grane con la giustizia (indagati o condannati), rivelando i dettagli delle accuse nei loro confronti. Segno di una lotta sociale e tecnologica contro la corruzione e l'impunità, scrive il Guardian, in un momento di particolare risentimento pubblico nei confronti della classe dirigente.

Vedi l'originale