I populismi europei ripartono dalla Germania?

Alternativa per la Germania ( AfD ) fa entrare il nazional-populismo al Bundestag per la prima volta in oltre cinquant’annni. Angela Merkel si è conquistata il suo quarto mandato alla Cancelleria, ma a che prezzo? Nell’emiciclo di Berlino, malgrado le resistenze culturali e storiche, si è materializzato un partito alla destra della CDU-CSU, con un centinaio di seggi, e i partiti tradizionali – cristiano-democratico e socialdemocratico, in primis – non sono mai stati così deboli. Dopo mesi di rasacca, l’onda lunga dei populismi, ricomincia a formarsi, e per di più in uno dei più centrali e importanti paesi per la politica europea?

Vediamo. Intanto, a poche ore appena dal suo trionfo, l’ AfD già si spacca. La leader storica Frauke Petry ha annunciato che non siederà in Parlamento. È l’estrema conseguenza di quanto accaduto nell’aprile scorso, all’ultimo congresso, finito in incontro di pugilato. Gli hardliner del partito populista, e sempre più xenofobo, avevano messo knock-out Petry e la sua linea ‘moderata’. Ricordando che l’AfD aveva già subito una scissione nel 2015 (il fondatore Bernd Lucke se n’era andato, costituendo un altro movimento, l’Alleanza per il Progresso ed il Rinnovamento) è ancora presto per capire se, vittima del proprio successo, l’AfD rischi la spaccatura che potrebbe fiaccarlo inesorabilmente, oppure se si tratti di una crisi di crescita.

Ma torna alla mente quanto accaduto nel Regno Unito , dopo la Brexit . Lo Ukip britannico era stato uno dei simboli dell’ondata populista in Europa. Il partito aveva vinto il referendum per poi però afflosciarsi subito dopo. I pezzi grossi avevano abbandonato la nave, che si era ritrovata a cambiare timoniere ben tre volte. L’ultimo, Paul Nuttall , non è riuscito neanche a farsi eleggere alle amministrative. Infine l’elettorato ha dato il colpo di grazia alle politiche di giugno, togliendo allo Ukip anche l’unico deputato alla Camera dei comuni. La formazione è passata dai 3 milioni di voti nel 2015 ai 600mila del 2017.

La settimana scorsa, un altro abbandono eccellente. In Francia , le dimissioni, più o meno forzate, del n° 2 del Front National Florian Philippot hanno aperto una faida interna nel più forte partito populista di destra d’Europa. Anche qui, crisi di crescita o battuta d’arresto – con contorno di disgregazione, dopo l’inaspettato successo, troncato di netto fra il primo e il secondo turno – alle elezioni presidenziali francesi? La risposta la darà il prossimo congresso, a marzo.

Fatto sta che i partiti fratelli d’Europa non stanno meglio, e questo malgrado l’epifenomeno AfD in Germania.

Anche in Francia, come in Germania, si sono confrontate, e scontrate, due linee, una più moderata e intenzionata ad andare a pescare in diversi settori dell’elettorato, anche non tradizionalmente di estrema destra (fra gli operai o gli abitanti delle periferie urbane, ad esempio) con l’obiettivo di sfondare quel cordone sanitario che isola il partito e gli impedisce di andare al potere davvero; una linea più articolata, dunque, incentrata sulla lotta alla cosiddetta globalizzazione, anti-euro, che si proclamava contro l‘élite e a fianco del Paese reale, popolare e periferico. Era la linea Philippot e, in parte, anche il messaggio di Petry in Germania. L’altra linea, invece, più unidimensionale, prevedeva l’ancoraggio al tema, classico per l’ultradestra, della xenofobia e del ‘fuori i migranti e gli stranieri’.

Alla prova delle urne, in Francia la linea Philippot non ha vinto, e la vecchia guardia ha ottenuto la testa dell’eminenza grigia di Marine Le Pen. In Germania, Petry è stata fatta fuori ancor prima delle elezioni e, ai seggi, la linea dura ha pagato.

Ma questo non vuol dire che sia davvero la strategia vincente cui i nazional-populisti o le estreme destre europee possano far rifeimento ovunque. Se guardiamo alla girandola di tornate elettorali, cominciata a marzo con i Paesi Bassi – e con i risultati deludenti di Gert Wilders – e conclusasi in Germania domenica, vediamo che non è così, anzi.

A Wilders era stato promesso un avvenire radioso. I toni della campagna elettorale sono stati particolarmente violenti, Wilders ha messo nel mirino la minoranza di origini marocchine, con una serie di dichiarazioni shock. La virulenza del suo discorso ha trascinato su un terreno scivoloso anche il premier uscente conservatore Mark Rutte.Tanto rumore per quasi nulla. Il Partito per la libertà di Wilders ha sì aumentato i seggi, ma si è fermato a 5 in più, ben al di sotto degli almeno 13 in più che gli davano i sondaggi prevoto. Lo stesso Wilders ha dovuto riconoscere la portata relativamente scarsa del risultato.

Altro esempio, nell’estremo Nord dell’Europa, la Finlandia. A metà giugno, il Partito dei veri finlandesi è stato cacciato dalla coalizione di governo, al potere dal 2015. Il premier centrista Juha Sipilä si è dimesso, dichiarandosi impossibilitato a continuare, dopo l’arrivo alla testa della formazione di estrema destra del controverso Jussi Halla-aho, già condannato per aver pronunciato frasi di carattere razzista. Ma, colpo di scena, 20 dei 37 deputati populisti hanno fatto defezione, creando una nuovo gruppo, meno estremista, per poter rientrare nell’esecutivo e conservare le poltrone.

In Europa meridionale quest’anno, almeno finora, non è andata meglio. In Italia il Movimento cinque stelle (che comunque si autodefinisce ‘l’unico vero antidoto agli estremismi’, pur sposandone i toni e, in parte, i temi) ha perso le amministrative in diverse città, compresa l’emblematica Genova del suo co-fondatore Beppe Grillo. Arrivati al ballottaggio solo in 10 comuni su 23, i pentastellati si sono fermati a 8 sindaci eletti. Tuttavia la prova delle politiche arriva a grandi passi.

E anche per la Lega Nord. I leghisti di Matteo Salvini si trovano invischiati in gravi problemi economico-giudiziari, dopo che l’ex leader storico Umberto Bossi e l’ex tesoriere Francesco Belsito sono stati riconosciuti colpevoli di truffa ai danni dello stato. Al partito sono stati confiscati 49 milioni di euro. Ciò potrebbe decretare la paralisi per il Carroccio, almeno come struttura, proprio nel momento in cui si stava facendo vezzeggiare dai sondaggi.

Un po’ in controtendenza i populisti austriaci e svedesi. In Austria, nel 2016, al primo turno delle presidenziali, Heinz Christian Strache è riuscito a far ottenere al candidato della FPÖ più di un terzo dei voti. Ma Norbert Hofer non è arrivato alla presidenza. Pur avendo gli austriaci rifatto le elezioni (scrutinio ripetuto per irregolarità) il responso delle urne è rimasto lo stesso. Il cordone sanitario ha tenuto.

In Svezia, il paese più democratico al mondo secondo la classifica dell’Economist, per rovesciare la coalizione di sinistra alle legislative del 2018 i conservatori del Partito dei moderati tendono la mano agli ultranazionalisti del Partito dei democratici , di tendenza francamente neo-nazista, come il nome non indica, ma indica invece chiaramente la perdita di senso semantico di certi termini nel linguaggio politico.
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