"Io, nelle camere della morte di Assad"

Questo ragazzo si chiama Omar Alshogre ed è un profugo siriano.Ora vive in Svezia, a Stoccolma, studia per il diploma di scuola superiore e durante il weekend lavora in un luna park. Nelle carceri del suo Paese ha visto la morte in faccia, ridotto a pelle e ossa per via delle razioni da lager. Ha conosciuto la violenza sessuale, coi suoi aguzzini che dicevano ai detenuti “violenta il tuo compagno o ti ammazzo”; e poi torture di ogni tipo nelle camere della morte di Assad: il braccio 215 a Damasco e il carcere di Saydnaya a pochi chilometri dalla capitale: i garage olimpo del XXI secolo.

Omar aveva solo 17 anni. La sua colpa era di essere sceso in piazza, sulla scia della primavera araba, contro un regime che non ha avuto pietà del ragazzino che era.

“Dopo aver passato i primi cinque minuti a Saydnaya, ho realizzato che il braccio 215 era il paradiso – racconta – e che ci sarei voluto tornare. Duecento anni di torture nel braccio 215 erano meglio di un minuto a Saydnaya.

Hanno iniziato a torturarmi, me e mio cugino. A lui hanno sparato. A me? Hanno iniziato a colpirmi direttamente in bocca, mi hanno strappato i detti e tolto delle unghie. Poi via con le scariche elettrice, cibo e acqua pessimi”.

Ogni notte, ha raccontato il ragazzo alla testata spagnola El Pais , alle 4 era l’ora della tortura, Ogni domenica, lunedì e martedì arrivavano i furgoni a caricare i morti.

Poi Omar è stato liberato. Non dopo un processo ma dopo che sua madre ha pagato una tangente di 15mila dollari e gli ha detto “scappa”. A fianco a lui, ridotto a uno scheletro, troppo debole per farcela da solo, il fratellino di 11 anni a fargli forza ed accudirlo; due anime tra tante, sulla via della Turchia che è stata la loro porta d’ingresso all’Europa: Grecia.

Racconta: “Mia madre ha detto: ‘devi andare in Grecia’. Bene, allora devo prenotare i biglietti – ho pensato! ‘No, non ci sono biglietti Omar’ – fa mia mamma. ‘Come dovrei andare lì allora?’ – le chiedo. ‘In barca’. ‘Ah, in barca!’ – dico io immaginando una nave dove si può prendere il sole sul ponte. Ma mia madre dice ‘no Omar, stai andando con una barca in gomma con un sacco di gente che muore durante il viaggio’.

Ma Omar e suo fratello Alì, che a 11 anni aveva già visto morire massacrato suo padre e altri due fratelli in Siria, ce l’hanno fatta e dalla Grecia alla fine sono arrivati in Svezia via rotta balcanica nel 2015. Ora hanno 22 e 13 anni e vivono con una famiglia che li ha accolti come figli, i Von Heland. Ce l’hanno fatta ma un pezzo di loro, la madre che li ha messi al mondo e poi salvati, è ancora lì in Turchia, in attesa dei documenti per il ricongiungimento.
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