Rohingya: la minoranza senza identità del Myanmar sopravvive in Bangladesh

Kutupalong è il campo profughi più grande del Bangladesh sud-orientale. L’accampamento improvvisato ospita oltre 66.000 persone, i cosiddetti “cittadini del Myanmar senza documenti”. Sono la grande maggioranza di Rohingya, sono coloro a cui è stato negato lo status di rifugiato.

Big thanks to ECHO_Asia for making our report on the #rohingya #crisis in #Bangladesh happen after #Myanmar didn't allow us in the country pic.twitter.com/jYRnWwkvT8

— Monica Pinna (_MonicaPinna) 25 maggio 2017

La crisi dei Rohingya, stupri, omicidi e violenze in Myanmar

Zannat è una di loro. Ha solo 15 anni, è spostata da due anni ed è arrivata qui tre mesi fa. Ci ha raccontato di essere stata stuprata dai soldati di Burma quando era incinta. “I militari sono venuti in casa nostra e hanno portato via mio marito. Quella sera hanno preso anche me, mi hanno portato dietro a un cespuglio e circa cinque, sei e sette soldati mi hanno violentato”, ci ha racconta la ragazza. “Mi fa stare male sentire che molte persone sono state uccise dai militari. Sto davvero molto male perché molti musulmani sono stati torturati e uccisi davanti a noi. Molte, troppe persone”.

Gli aiuti del PAM e delle OGN in Bangladesh

La sua storia è simile a molte altre. Il Bangladesh stima che i Rohingya dovrebbero restare nel paese solo temporaneamente, ma molti sono qui ormai da decenni. L’anno scorso il Programma Alimentare Mondiale è riuscito ad aprire un centro nutrizionale finanziato grazie all’aiuto umanitario dell’UE. Zannat porta qui il suo bimbo regolarmente. “In questo centro abbiamo circa 7.000 bambini, dai 6 mesi ai 6 anni, circa 1.390 donne in stato di gravidanza e allattamento. A partire da ottobre abbiamo avuto un aumento del 40% delle persone che si sono rivolte a noi”, ci ha spiegato Mohammad Ashikulla, assistente senior presso il Programma Alimentare Mondiale.

Qui i bambini vengono pesati una volta al mese. Alle loro mamme vengono dati cereali con vitamine per nutrirli meglio. Gli altri abitanti del campo improvvisato ricevono prodotti alimentari mentre nel vicino campo ufficiale i rifugiati hanno ottenuto una e-card. L’obiettivo è quello di facilitare l’assistenza. Uno dei maggiori problemi non è solo il cibo, ma anche l’accesso all’assistenza sanitaria. Da Kutupalong siamo andati fino a Leda, vicino al fiume Naf, al confine tra Bangladesh e Myanmar.

Qui lo scorso ottobre è stata aperta la clinica dell’Oragniazzazione Internazionale per le Migrazioni, l’IOM grazie ai fondi europei. Essendo vicono a un campo improvvisato è diventata subito il posto di riferimento per oltre 5.000 pazienti al mese. Insieme al dottor Mohiuddin abbiamo visitato la struttura a partire dal settore emergenz. Il manager della clinica Mohiuddin Khan ci racconta che sono in grado di gestire tutti i tipi di casi di emergenze attraverso questo centro: “Possiamo mandarli immediatamente nel centro più specializzato. Questo è il settore prevenzione e riabilitazione delle persone disabili. Forniamo inoltre anche molti servizi di laboratorio, davvero completi.”

Happy to see new eu_echo funded clinic in #Leda #Bangladesh, providing #healthcare to #Rohingya #refugees & locals pic.twitter.com/b6GtvauQaJ

— Pierre Prakash (ECHO_Asia) 23 maggio 2017

Monica Pinna, euronews: “Come facevano i pazienti prima che ci fosse questa clinica?”

Mohiuddin Khan: “Dovevano farsi almeno 40 chilometri per accedere ai servizi di laboratorio.”

Qui in clinica abbiamo conosciuto Mohammed. Si è rotto un braccio lo scorso dicembre mentre stava fuggendo dal suo villaggio attaccato dai soldati della Birmania. È venuto immediatamente in Bangladesh, è stato operato e ora sta facendo la riabilitazione. Mohammed ha perso cinque membri della sua famiglia lo scorso ottobre, tra cui due figlie, e due fratelli e sorelle. “Ho visto molte disgrazie accadare davanti ai miei occhi, ho visto persone rapite, ho visto violenze di massa, bambini che sono stati uccisi, bruciati vivi, il mio villaggio è stato bruciato. Come musulmani Rohinga vogliamo ci venga riconisciuta la nostra nazionalità e poi vogliamo la pace nei nostri villaggi. Non voglio vivere qui, voglio tornare a casa”, racconta Mohammed Nurul.

Abbiamo chiesto al dipartimento Aiuto Umanitario della UE, se le recenti violenze abbiamo cambiato le modalità del Bangladesh nell’ospitare i Rohingya, che nemmeno in Myanmar hanno una cittadinanza. “Nonostante sia uno dei paesi più poveri del mondo, e nonostante i numerosi problemi interni, il Bangladesh ha permesso a queste persone di restare nel Paese Tuttavia non ci sono i mezzi per affrontare un’emergenza umanitaria. Non ci sono le risorse e quindi è molto importante che la comunità internazionale sia presente. Le persone che vedete intorno a noi dipendono al 100% dall’assistenza umanitaria”, ci fa notare Pierre Prakash del dipartimento Aiuto Umanitario della UE.

Moving and intense shoot w/ euronews on #Rohingya crisis in #Bangladesh - look forward to the outcome on #AidZone! pic.twitter.com/PRgTqU42CC

— Pierre Prakash (ECHO_Asia) 24 maggio 2017

Occorre subito una soluzione politica alla crisi

Qual dunque è il il passo successivo? Che cosa deve essere fatto? Secondo Pierre Prakash, l’assistenza umanitaria non è una soluzione a lungo termine. “Occorre infatti trovare una soluzione a questa crisi. Per fare questo occorre la volontà politica di affrontare il problema, soprattutto da parte del Myanmar, dove queste persone continuano a fuggire oltre il confine “.

Dall’altra parte del fiume Naf, il Myanmar nega l’accesso ai media. Dopo aver limitato anche tutte le attività umanitarie, ora l’ONU sta indagando su una possibile pulizia etnica”:http://www.ohchr.org/EN/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx?NewsID=21142.
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