Ricominciare in Colombia dopo l'accordo di pace

L’accordo di pace firmato lo scorso agosto all’Havana tra la Colombia e il suo principale gruppo armato, le FARC, ha avviato il processo di pacificazione per mettere fine a 52 anni di guerra. L’intesa, emendata, è stata ratificata a Novembre dopo una bocciatura referendaria.

Mezzo secolo di conflitto è costato la vita a 200,000 persone

Negli ultimi vent’anni sono stati oltre sette milioni gli sfollati.

L’accordo di pace ha interessato solo uno dei molti gruppi armati della Colombia. Non a caso varie zone del paese sono ancora devastate dai combattimenti

L’instabilità e gli scontri hanno costretto almeno 58.000 persone a fuggire lo scorso anno, secondo le stime ufficiali. Ma i dati delle Ong indicano cifre ben superiori.

Il Dipartimento di Putumayo è una delle zone di accoglienza degli sfollati. Tra questi troviamo Lucia, il nome è di fantasia, che ha viaggiato con la famiglia verso la cittadina di Puerto Asís, lo scorso luglio. Sessantasette anni, dieci figli. Quattro sono morti, uno per mano dei gruppi armati.

Lucia, sfollata: “Me ne sono andata due volte. Ora e nel 2002. Nel 2002 mi tolsero tutto quello che avevo. L’anno scorso ce ne siamo andati il 10 di luglio. I gruppi armati ci chiedevano 5.000 pesos al giorno, un euro e mezzo, e quando non siamo più riusciti a pagare, hanno cominciato a minacciarci”.

Una volta giunta a Putumayo, Lucia ha presentato la domanda di iscrizione nel registro degli “sfollati” per accedere agli aiuti statali. La procedura richiede ufficialmente tre mesi, durante i quali le famiglie più in difficoltà ricevono aiuti internazionali.

E’ il caso di Lucia, che abbiamo seguito all’ultimo dei suoi incontri mensili con l’ONG Azione Contro la Fame. L’organizzazione fornisce aiuti urgenti in termini di sistemazione, igiene e soprattutto cibo come ci spiega un’attivista di Action Against Hunger.

Veronica Nayive Tejada Rodrguez, dell’organizzazione Action Against Hunger: “Ogni famiglia riceve 100.000 pesos per ogni membro, pari a 30 euro al mese. In termini di igiene, forniamo l’equivalente di 18 euro per tutta la famiglia una sola volta”.

Lucia aspetta da 5 mesi la risposta per l’iscrizione al registro degli sfollati. Questa è la sua ultima spesa con il sostegno della ONG. Alcune famiglie ricevono una risposta anche dopo un anno. E non sempre positiva.

Lucia: “Quando gli aiuti finiranno, ritorneremo al solito riso e minestrina”.

com/cOMwo7a5aw— Monica Pinna (@_MonicaPinna) 1 febbraio 2017

Putumayo è conosciuto come la roccaforte del Fronte 48 delle FARC, da cui giungevano la maggior parte dei narco-dollari per finanziare il conflitto. L’accordo di pace sta spingendo via la guerriglia e mettendo in moto nuove dinamiche. L’Europa, tra i principali donatori internazionali, segue l’evolversi della situazione con attenzione. Ce ne parla Hilaire Avril, dell’Ufficio europeo per gli Aiuti umanitari:

“Il Paese continua ad avere un certo numero di gruppi armati che non solo non hanno firmato l’accordo di pace, ma sono sempre più in concorrenza per recuperare terreno. Questo produce conseguenze in termini di evacuazioni, in primo luogo nelle comunità rurali”.

Ci siamo spostati nelle parti più remote di Putumayo per capire in che modo i programmi per la sicurezza alimentare stanno arginando le evacuazioni forzate dalle zone rurali dove la produzione di coca è ancora diffusa, come i tentativi di eradicarla.

Monica Pinna, euronews: “Gli effetti del conflitto armato sono più evidenti nelle città, ma anche i centri rurali sono stati gravemente colpiti. Qui siamo sul fiume Afilador e stiamo per raggiugere la comunità indigena dei Cofán”.

I Cofán hanno vissuto per anni tra i gruppi armati e il Governo. Le vittime civili sono state numerose, molti hanno preferito andarsene. L’isolamento imposto dal conflitto ha limitato l’autonomia di queste popolazioni e il commercio. Per arginare la coltivazione della coca, Bogotà ha messo in atto la politica delle fumigazioni aeree. I Cofán ne pagano ancora il prezzo.

My #photo of the day – Indigenous reserve #Colombia #Cofan – During the shoot on the effects of armed conflict in post-peace-deal #colombia pic.twitter.

Diomedes Lusitante, membro della comunità indigena locale racconta come e quando sono iniziate le fumigazioni nella riserva:  

“Le fumigazioni sono state lanciate per l’abbondanza della coca. Qui sono iniziate nel 2005 e terminate nel 2013. Non hanno colpito solo le coltivazioni illecite, ma soprattutto quelle alimentari. Qui non ci sono opportunità commerciali, non ci sono garanzie, il lavoro è solo sfinimento. Come coltivatori indigeni, chiediamo che tutte le piantagioni di coca vengano sostituite”.

La FAO continua a monitorare questa comunità, che l’anno scorso ha partecipato a un progetto per la sicurezza alimentare.

#AidZone is back from #colombia. What's happening after the peace deal with the #FARC? Lots of stories to tell. Stay tuned. pic.twitter.com/hqEcjzuzhr— Monica Pinna (@_MonicaPinna) 28 gennaio 2017

I Cofán hanno ricevuto semenze per recuperare le coltivazioni e hanno imparato pratiche agricole efficienti. Ce lo spiega il resposabile per Putumayo dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, Henry Solarte:

“Stanno continuando ad applicare quanto imparato con la FAO, ma autonomamente. Sono loro adesso a scegliere le colture. Praticano le tecniche nell’orto comune, che è questo, e poi lo replicano nei loro appezzamenti privati”.

L’isolamento è ancora un problema per molte comunità rurali. Le prime conseguenze sono l’insicurezza alimentare e la malnutrizione. Nel 2009 oltre trenta comunità indigene vennero dichiarate a rischio estinzione a causa del conflitto.
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