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Disastro Moby Prince: ecco il perché della collisione

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Di Euronews
Soccorsi  in mare
Soccorsi in mare   -   Diritti d'autore  Jeremias Gonzalez/Copyright 2022 The Associated Press. All rights reserved   -  

Una conclusione choc. La Moby Prince è andata a collidere con la petroliera Agip Abruzzo per colpa della presenza di una terza nave comparsa improvvisamente davanti al traghetto che provocò una virata a sinistra che ha poi determinato l'incidente. Purtroppo questa nave non è ancora stata identificata con certezza". A dichiararlo Andrea Romano presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sul disastro Moby Prince presentando la relazione conclusiva approvata oggi all'unanimità.

La relazione conclusiva è stata approvata all'unanimità dai commissari dopo poco più di un anno di lavoro, iniziato il 13 luglio 2021.

"Abbiamo accertato senza ombra di dubbio, grazie a studi scientifici eseguiti in modo approfondito - ha aggiunto Romano - che la petroliera Agip Abruzzo, contro la quale andrò a collidere il traghetto Moby Prince, si trovava ancorata in rada in una zona dove invece c'era il divieto di ancoraggio.

"Per rispetto dei commissari e dei familiari - aveva commentato Romano prima del voto in commissione- non intendo anticipare oggi ciò che sarà votato domani ma posso dire che abbiamo fatto un lavoro importante che ha completato quello già meritorio della precedente commissione del Senato, che aveva evidenziato ciò che in realtà non era avvenuto, come ad esempio i tempi di sopravvivenza a bordo smentendo la tesi che fossero tutti morti entro mezz'ora". 

La risoluzione finale della commissione d'inchiesta, conclude Romano, "per la prima volta dirà che cosa è accaduto e dare una spiegazione chiara del perché sia avvenuta la collisione: lo abbiamo fatto grazie a un lavoro che ha elaborato nuove perizie e anche testimonianze che ci hanno permesso di ricostruire la dinamica dei fatti". 

Trent'anni di punti oscuri

"Siamo arrivati alla conclusione che le condizioni di visibilità la sera della collisione fossero buone, se non ottime, con vento di brezza e mare calmo", ha continuato Andrea Romano (Pd), "inoltre abbiamo accertato senza ombra di dubbio, grazie a studi scientifici eseguiti in modo approfondito  che la petrioliera Agip Abruzzo, contro la quale andrò a collidere il traghetto Moby Prince, si trovava ancorata in rada in una zona dove invece c'era il divieto di ancoraggio".

Ma non è tutto.  Non c'era esplosivo a bordo del Moby Prince quando, nella notte del 10 aprile 1991, nella rada del porto livornese, entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo e nella quale morirono 140 delle 141 persone che erano a bordo del traghetto. Lo stabilisce, come anticipato dalla stampa, la relazione conclusiva della perizia del Ris che ha potuto analizzare i reperti con tecnologie innovative non ancora disponibili nel 1991, arrivando alla conclusione che le tracce trovate sui reperti nel 1991 dal perito Alessandro Massari, furono causate da "contaminazioni esterne" per "cattiva conservazione".

La perizia sull'esplosivo, aggiunge, "rappresenta una piccola parte di un lavoro più complesso".

Il ruolo dell'Eni nell'inchiesta

"Eni, che è una grandissima società ed è un vanto nazionale, forse sapeva che Agip Abruzzo si trovava dove non doveva essere, forse sapeva anche del black out o del vapore e perfino che forse era coinvolta in attività di bunkeraggio clandestino: noi abbiamo chiesto i materiali delle inchieste interne ma non li abbiamo avuti. Spero che chi lo farà in futuro sia più fortunato di noi. Quei documenti per i quali rinnovo l'appello a renderli pubblici - ha osservato Romano - possono contribuire a scrivere un altro pezzo importante di verità di quella tragica notte".

Le reazioni

"Ora è necessario scoprire chi è la terza nave che ha causato questo disastro, ma anche sapere  chi ha messo in atto, da subito, un'azione dolosa per fare in modo che la verità non si scoprisse e che ora è più vicina.

Spero che anche la procura di Livorno, che ha un fascicolo aperto, vada in fondo su questi aspetti". Lo ha detto Luchino Chessa, uno dei due figli del comandante del Moby Prince, commentando l'esito della commissione parlamentare d'inchiesta. L'altro figlio, Angelo, è deceduto nei mesi scorsi.

"Ora sappiamo - ha sottolineato - che una terza nave ha creato turbativa alla navigazione del Moby Prince e adesso dobbiamo anche capire perché nessuno ha soccorso il traghetto e perché tutti sono andati verso la petroliera, che aveva una serie di situazioni dubbie che oggi devono essere chiarite e che hanno portato a quel patto di non belligeranza tra le due compagnie. Perché Navarma ha voluto questo accordo assicurativo? Che cosa ci ha guadagnato?". È intervenuto anche Nicola Rosetti, vicepresidente della commissione Moby Prince 140: "Bisogna trovare - ha detto - i responsabili di quelle menzogne che da subito volevano farci credere che fu la nebbia e una tragica fatalità a determinare la morte di 140 persone".

I depistaggi

Tra le tante ipotesi anche quella di una bomba esplosa a bordo del Moby Prince, insieme a quella della nebbia o della distrazione del comando del tragetto durante la navigazione, hanno contribuito a creare confusione su ciò che è realmente accaduto la notte del 10 aprile 1991". 

"L'ipotesi della presenza di un esplosivo che causò lo scoppio nel locale delle eliche di prua del Moby Prince - ha spiegato Romano - indicata dalla perizia del dottor Alessandro Massari, si è rivelata infondata e insieme alle altre ha contribuito a creare confusione".