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La lezione di Giovanni Falcone, a 30 anni dal suo assassinio

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Di Samuele Damilano
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Giovanni Falcone
Giovanni Falcone   -   Diritti d'autore  Uncredited/ASSOCIATED PRESS

"Adesso viene il peggio". Giovanni Falcone lo disse con un sorriso malinconico alla sua amica Liliana Ferraro, all'indomani della sentenza della Corte di cassazione del 30 gennaio 1992, che confermava gran parte delle sentenze del maxiprocesso. Falcone lo disse qualche settimana prima dell'omicidio di Salvo Lima, ex sindaco di Palermo colluso con la mafia, che avrebbe dovuto scongiurare le condanne ai mafiosi. Lo disse meno di quattro mesi prima che la sua auto venne fatta saltare in aria, alle 17.56 minuti quel 23 maggio 1992, sull' autostrada A29 che collega l'aeroporto di Punta Raisi a Palermo, con 500 chilogrammi di tritolo, nitrato d’ammonio e T4 (ciclotrimetilentrinitroammina). 

L'obiettivo era colpire il convoglio di tre auto blindate a protezione di Giovanni Falcone. La prima a essere colpita fu la Croma marrone in cui c'erano gli agenti di scorta, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo, trentenni, e Vito Schifani, 27enne. Tutti e tre morti. La seconda, una Croma bianca, con dentro Falcone, che stava guidando, la moglie Francesca Morvillo e l'autista Giuseppe Costanza, si schiantò sull'asfalto. Quest'ultimo si salvò, Falcone e Morvillo morirono poche ore dopo l'impatto in ospedale. Gli uomini di scorta della terza auto, Paolo Capuzza, Gaspare Cervello e Angelo Corbo, sopravvissero all'attentato.

Falcone, un uomo pericoloso

Il magistrato era diventato il simbolo di una lotta non solo contro la mafia, ma contro un sistema politico economico con essa in parte colluso, o quantomeno accondiscendente. I suoi metodi d'indagine, ritenuti poco ortodossi, o quantomeno non tradizionali, gli permisero di scoperchiare legami economici - finanziari fino ad allora rimasti occulti, almeno all'apparenza. "Nei primi tempi veniva talvolta criticato, dicendo che operava come un agente di polizia più che come un magistrato, una sorta di sceriffo.", ricordava il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione dell'anniversario del 23 maggio nel 2017. "Non era vero: il suo era un metodo moderno, più dinamico, più attivo di quanto fosse abituale ma manteneva forte e inalterato lo stile e il carattere del magistrato, attento, fino allo scrupolo, alla consistenza degli elementi di prova raccolti". 

Come ricorda poi Roberto Saviano nel trentesimo anniversario della sua morte, "fu lui il primo a mostrarci una mafia finanziaria, prima ancora che sanguinaria. Fu lui il primo a parlare di una mafia che ancora prima delle pistole fa parlare i consulenti finanziari". Il riferimento è alla prima grande indagine affidata a Falcone su Rosario Spatola, impresario edile di Palermo, complice del falso rapimento del banchiere Michele Sindona, e ritenuto ai tempi un benefattore per lecentinaia posti di lavoro che le sue costruzioni garantivano. Grazie ai soldi del traffico di stupefacenti prodotti dai clan mafiosi negli Stati Uniti, cui Spatola era legato. Falcone iniziò quindi un'indagine che coinvolgeva le banche palermitane, indagava sui flussi di denaro in entrata e in uscita, squarciando così quel velo di Maya che nascondeva i proventi degli affari di Spatola. Ed ecco che Falcone divenne "un giudice pericoloso", tanto che la Procura generale arrivò a dire che "così non si fa perché così si rovina l’economia siciliana". 

Francesco Di Carlo, collaboratore di giustizia, ha confessato al giornalista Enrico Bellavia di aver ricevuto una richiesta dai servizi segreti italiani di scovare qualche aneddoto che potesse infangare la figura di Falcone, per ostruire il suo lavoro di indagine.

Un uomo solo

È tuttavia dal 1983, ovvero da quando venne istituito il pool antimafia, di cui facevano parte anche Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta, che Falcone divenne l'obiettivo principale di Cosa Nostra. Ucciso Rocco Chinnici, giudice istruttore che ebbe l'intuizione di costruire un team che si dedicasse a tempo pieno all'indagine sul sistema mafioso, poi, una volta assassinato, ereditato da Antonio Caponnetto, che Falcone divenne il principale indiziato per il successivo omicidio mafioso. 

E in quei nove anni che separano l'omicidio di Chinnici da dalla strage di Capaci, ampiamente preannunciata, il magistrato venne lasciato solo. La strage del resto fu una replica, vincente, di un tentativo di assassinio fallito tre anni prima, quando vennero piazzati 58 candelotti di Brixia tra gli scogli dell'Addaura, davanti alla casa al mare affittata da Falcone. Fu un miracolo se, alle 7.30 del mattino del 21 giugno 1989, quattro poliziotti della scorta scoprirono l'esplosivo ed evitarono la tragedia. 

Un mese dopo, Falcone rilascia un'intervista all'Unità utilizzando quel termine, "menti raffinatissime", emblema del rapporto mafia-potere: “Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi, ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi”. 

Quando la Cassazione emise la propria sentenza sul fallito attentato dell’Addaura, disse che "Giovanni Falcone fu sottoposto a un infame linciaggio diretto a stroncare per sempre, con vili e spregevoli accuse, la reputazione e il decoro personale del valoroso magistrato. Non vi è, invero, alcun dubbio che Giovanni Falcone — certamente il più capace magistrato italiano — fu oggetto di torbidi giochi di potere, di strumentalizzazione ad opera della partitocrazia, di meschini sentimenti di invidia e di gelosia (anche all’interno delle stesse istituzioni), tendenti ad impedirgli che egli assumesse quei prestigiosi incarichi i quali dovevano, invece, a lui essere conferiti sia per essere egli il più meritevole sia perché il superiore interesse generale imponeva che il crimine organizzato fosse contrastato da chi si era indiscutibilmente dimostrato il più bravo e il più preparato e che offriva le maggiori garanzie — anche di assoluta indipendenza e di coraggio — nel contrastare, con efficienza e in profondità, l’associazione criminale"

Come le lettere anonime firmate "Il Corvo", dall'interno della magistratura, volte a svelare presunti piani di Falcone, che avrebbe addirittura simulato il tentativo di attentato all'Addaura. O la decisione del Consiglio superiore della magistratura (Csm) di nominare Antonino Meli a capo del pool antimafia, dopo la morte di Chinnici, scartando la candidatura di Falcone, riconosciuto universalmente come il giudice più competente sul tema. A molti sembrata una scelta più di convenienza che di merito.

La lezione di Falcone

A trent'anni dalla sua morte, Giovanni Falcone ci ricorda il coraggio di non piegare mai la testa, anche quando questo comporta morte certa. Ci ricorda l'importanza di combattere la mafia, e qualsiasi organizzazione criminale che con una concorrenza sleale, possibile grazie a soldi provenienti da traffici illegali, mina le istituzioni democratiche. A maggior ragione nel momento di ricostruzione del nostro Paese possibile grazie ai fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). 

Ci ricorda che la frase "Io posso", scelta come titolo del romanzo "Io posso. Due donne sole contro la mafia" del regista Pif e del giornalista Marco Lillo, non può sempre valere. Non può giustificare soprusi possibili grazie a un sistema che chiude gli occhi davanti alle ingiustizie che gli permettono di consolidare potere e status quo. 

"Quando il 23 maggio vado a Palermo, dico sempre che torno a casa per festeggiare Giovanni Falcone. Non dobbiamo raccontare tutto come una storia triste", dice il Pif. "Lui e Borsellino erano persone che volevano cambiare la realtà, non si rassegnavano e regole ed equilibri predefiniti. Ci hanno permesso di vivere meglio perché hanno avuto di seguire i loro sogni, di combattere il sistema".