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Messico: chi ha paura di Amlo?

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Messico: chi ha paura di Amlo?

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La terza volta è stata quella buona. Andrés Manuel López Obrador ha sbaragliato tutti gli avversari nelle ultime elezioni presidenziali in Messico. Dopo due tentativi andati a male, favorito dai fallimentari risultati del suo predecessore, Enrique Peña Nieto, Amlo, questo il suo acronimo, ha vinto con scarti abissali promettendo la fine delle ingiustizie, della violenza e della corruzione. Ma potrà mantenere le promesse di campagna? Lo abbiamo chiesto a Tiziana Bertaccini, professoressa di storia dell'America Latina all'università di Torino.

Secondo me non può realizzare tutto quello che ha promesso. Si tratta ovviamente di promesse elettorali. Lui dice che riuscirà a non alzare le tasse semplicemente eliminando la corruzione. Un'impresa titanica. Non credo che riuscirà ad avere la copertura economica per tener fede alle sue promesse.

Tiziana Bertaccini è stata anche osservatrice internazionale durante le consultazioni. Sono state elezioni regolari? L'Ine, authority per le elezioni, è una cosa seria in questo paese?

Credo che il paese sia anche istituzionalmente diverso dal Venezuela. Se pensiamo alle istituzioni elettorali abbiamo visto che l'Ine ha dimostrato la sua indipendenza. Questo è un segno assolutamente positivo, al contrario dei timori che c'erano per i brogli elettorali, della compravendità di voti che probabilmente ci sarà stata come sempre, ma l'Ine si è dimostrata un'istituzione solida.

Amlo è uomo di sinistra o rappresenta un rischio per il Messico? Era stato perfino accusato di essere vicino al Venezuela di Chavez e Maduro.

In teoria non so nemmeno se si possa definire di sinistra. Forse lui si definisce di sinistra, ma ricordiamoci che si è comunque alleato con il Pes, che è un partito fondamentalmente conservatore. Anche se linea sembra quelle dai partiti progressisti di America Latina. Anche a livello economico lui torna a guardare diciamo, verso l'interno. I rischi per me sono più contenuti in quanto è cambiato il contesto latinoamericano. L'asse panlatino, che c'era con Chavez fino a qualche anno fa ora non c'è più. Dal 2015 con il cambio di ciclo politico, l'elezione di Macri in Argentina, quello che è successo in Brasile l'America latina sta andando verso il centrodestra. Il Messico in questo caso è in controtendenza.

Il neopresidente potrà mettere un freno alla guerra dei cartelli del narcotraffico che hanno fatto migliaia di morti nel paese?

La fine della guerra dei cartelli di Amlo è la sfida di tutti ovviamente. Non è solo la guerra di Amlo, ma la sfida di chiunque fosse arrivato al potere. Non vedo quali strumenti diversi abbia Amlo nelle sue mani di fronte a un problema che orai pervade davvero tutto il paese. Dalle istituzioni, alla polizia. Credo che bisognerà aspettare per vedere quali misure riuscirà a mettere in atto. Credo che anche lui dovrà scendere a patti, come tutti quelli che arrivano al governo. Perché una cosa è la campagna elettorale, un'altra quella di dimostrare di saper fare le mediazioni del caso. Anche con gli Stati Uniti dovrà trovare una forma di convivenza. È sempre stato così e continuerà ad esserlo.