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2 giugno 2018: una giornata particolare

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2 giugno 2018: una giornata particolare

2 giugno 2018: una giornata particolare
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Per l’Italia il 2 giugno 2018 (ricorrenza della Festa della Repubblica) non è un 2 giugno come gli altri.

Lo dimostra la più recente cronaca politica e la chiamata ai simboli della Repubblica, nata il 2 giugno 1946, che già da tantissimi anni sono stati (spesso arbitrariamente) sventolati a mo’ di slogan o utlizzati per un nazionalismo terra terra.

La bandiera non è solo la scenografia mobile delle gare sportive. Il tricolore è un bene prezioso, simbolo collettivo di storia, sacrificio, eroismo.

Nel marzo/aprile del 1946 a pochi giorni dal fatidico referendum (monarchia o repubblica), l’Italia, dissanguata dalla guerra, era andata alle prime elezioni politiche democratiche per le amministrazioni comunali vinte da democristiani, comunisti e socialisti.

I partiti e il governo guidato da Alcide De Gasperi subivano fortissime pressioni dagli alleati angloamericani che reclamavano garanzie sull’Assemblea Costituente e sull’opzione istituzionale.

In realtà gli alleati potevano avere interesse nel mantenimento della monarchia per disporre di un baluardo anticomunista in più, ma sapevano bene che i Savoia si erano screditati nel settembre 1943 quando il re aveva abbandonato Roma per rifugiarsi sotto la protezione delle forze angloamericane lasciando il popolo e la città eterna alla mercè dei nazisti.

Il referendum del 1946 oggi appare per quello che era: un estremo, vano tentativo per mantenere un simulacro di monarchia più dannosa che inutile.

La questione istituzionale posta dal CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) nel 1944 era stata risolta con la condanna definitiva della monarchia, responsabile del disastro bellico, di aver umiliato il paese con la dittatura ed essersi scaricata delle responsabilità.

La monarchia era in realtà già implosa: quando per salvare la casa reale venne chiesto a re Vittorio Emanuele III di abdicare questi d’impulso rispose che “non sapeva verso chi abdicare” perchè considerava suo figlio un incapace.

Alla vigilia della consultazione referendaria il re e la destra avevano fatto pressione sugli alleati affinchè la data del referendum fosse procrastinata ma il Segretario di stato americano James Francis Byrnes rifiuto’ di agire direttamente sulle dinamiche del voto in Italia considerandola una opzione rischiosa.

Alle urne il 2 giugno 1946 la Repubblica vinse con un margine esiguo, quasi due milioni di voti in più, a dimostrazione di quanto illusa fosse stata ancora una porzione rilevante del popolo italiano. Il paese ne usci’ comunque spezzato in due: il nord totalmente repubblicano e il sud prevalentemente monarchico.

Lo stesso 2 giugno 1946 l’ambasciatore statunitense a Roma mando’ a Washington un rapporto dettagliato sulla forza d’urto del Partito Comunista che poteva contare ancora su 50 mila uomini in armi.

In un comizio del settembre 1947 il leader comunista Palmiro Togliatti aveva parlato di 30 mila comunisti armati in Italia, affermazione che il Presidente del Consiglio De Gasperi utilizzo’ ad arte per ottenere dagli USA aiuti di ogni tipo, armamenti inclusi.

Fra gli intenti più bellicosi degli osservatori statunitensi spicca quello di George Kennan, alto in grado al Dipartimento di Stato, che il 15 marzo 1947 scriveva cosi’ al Segretario di stato George Marshall: "Sarebbe preferibile per il governo italiano mettere fuori legge il Partito Comunista e agire risolutamente prima delle elezioni. I comunisti reagirebbero presumibilmente con una guerra civile il che ci offrirebbe l’opportunità di rioccupare la base di Foggia e qualsiasi altra base (italiana) che ci piacesse. Questo evidentemente produrrebbe molta violenza e probabilmente una divisione militare dell’Italia" (cfr. pag. 27 Alessandro Silj “Malpaese”, Donzelli Editore - 1994).

Nel marzo del 1948 iniziano le consistenti forniture di armi (in certi casi perfettamente gratuite) dagli USA alla neonata Repubblica Italiana, armi che i baldanzosi eserciti alleati avevano lesinato al contingente italiano durante la Guerra di Liberazione. Scattava anche il piano Marshall per attenuare la fame di molte parti d’Europa e incamerare ampi utili stretegici e geopolitici.

E’ passato meno di un secolo ma la dinamica storica non cambia nella sua essenza, la differenza è che oggi sono i mercati e le agenzie di rating a rappresentare le minacce più gravi. L’Italia alla fine degli anni Quaranta era alla fame, ma lo spettro della fame fa sempre il suo effetto. Pensare di vivere in un paese che finisce preda di ondate speculative incontrollabili è un incubo indesiderabile.

L’economista e premio nobel austriaco Friedrich Hayek nel suo Economic conditions of interstate Federalism (Chicago, University Press 1939) scriveva che gli interventi macroeconomici richiedono sempre il consenso su valori e obiettivi ma che è solo in virtù del mito della nazione che i cittadini possono essere indotti ad accettare di sottomettersi a decisioni di un governo composto da membri appartenenti a nazioni e tradizioni diverse.

In questi giorni la battaglia per la costituzione di un nuovo governo italiano ha dimostrato ancora che “lo straniero non passa” come non è passato nel 1918 sul fiume Piave ed anzi venne ricacciato oltre la corona delle Alpi.

In queste dinamiche, come nelle illuminanti verità del liberista Hayek, c’è tutto il dilemma della costruzione europea.

Tuttavia la dimensione degli attacchi mediatici dalla stampa internazionale verso le fibrillazioni politiche italiane del maggio 2018, nutrite di analisi superficiali o tendenziose, sono solo l’ennesima, ulteriore dimostrazione di come l’Italia non comunichi e di quanto drammaticamente non disponga di un autorevole media internazionale che faccia sentire a giusto titolo la sua voce e le sue repliche.

Oltre a celebrare il trionfo della Repubblica la giornata del 2 giugno dovrebbe diventare il giorno della festa internazionale dell’Italia, con Roma a simbolo di quello che è, cioè la culla della primigenia ed eterna cultura europea.