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Aldo Moro, 9 maggio 1978: il giorno più caldo della Repubblica

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Aldo Moro, 9 maggio 1978: il giorno più caldo della Repubblica

Aldo Moro, 9 maggio 1978: il giorno più caldo della Repubblica
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Il primo atto di questa storia si compie il 16 marzo 1978 alle ore 9.02 del mattino a Roma alla vigilia del voto parlamentare che – per la prima volta dal 1947 - sancisce l’ingresso del partito comunista nella maggioranza di governo. Il gruppo armato che s’impadronisce di Aldo Moro, le Brigate Rosse, (formatesi fra il 1969 e il 1970 lungo l'onda calda delle contestazioni, degli attentati e della strategia della tensione che terrorizzano la Repubblica), afferma di volerlo processare, per processare tutta la Democrazia Cristiana. Questa la versione ufficiale.

Per rapirlo, il commando - il cui esatto numero di uomini ancora la giustizia e la storia non sono riuscite a determinare - stermina l'intera scorta: cinque servitori dello Stato tra cui tre agenti di polizia (Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera) e due carabinieri (Domenico Ricci e Oreste Leonardi, l'uomo ombra dello statista). Lungo il corso delle settimane che seguono le Brigate Rosse che lo tengono prigioniero fanno pervenire attraverso vie e modi diversi, di volta in volta, in tutto 9 comunicati, dieci se consideriamo il falso comunicato numero 7 redatto da un falsario a servizio di criminalità, terrorismi e servizi segreti: Tony Chichiarelli. Comunicato che poi le Brigate Rosse "riscrivono" denunciando subito la falsificazione del precedente.

Durante la prigionia, che sempre la storia ufficiale vuole ricondurre a un solo luogo, un appartamento di Via Montalcini a sud della capitale, ma che in realtà inchieste e indagini parlamentari definiscono ormai non l'unico in cui fu tenuto in cattività Moro, il condannato scriverà diverse lettere e un memoriale che verranno riscritti dai suoi carcerieri in forma dattilografa ma la cui totalità dei fogli che li compongono non è a tuttoggi chiara. Il memoriale verrà ritrovato in due fasi (ottobre 1978 e ottobre 1990) nella base brigatista di via Montenevoso a Milano e in parte il giornalista Mino Pecorelli (ucciso il 20 marzo del 1979) aveva anticipato alcuni dei contenuti della seconda parte del memoriale già nel 1978.

I 55 giorni che compongono questi eventi apriranno tutti nel corso degli anni a venire e fino ai nostri giorni una serie di infinite contraddizioni. I fatti hanno sempre un secondo volto e un risvolto la cui matassa resta ancora difficile se non impossibile da chiarire. Il 9 maggio 1978 il corpo dello statista verrà fatto ritrovare in via Caetani, nel centro storico di Roma, nel portabagagli della Renault 4 rossa divenuta ormai famosa nella simbologia e nell'immaginario di questa storia.

I processi istruiti per far luce sul caso Moro sono stati in tutto cinque (l'ultimo dei quali a riunire anche il quarto) più una serie di altri procedimenti e inchieste giudiziarie che lo hanno costellato e attraversato, compreso quello proprio sulla morte del giornalista Pecorelli, direttore di un settimanale, "O.P." (Osservatore Politico), che dal 1974 (dapprima solo come agenzia stampa) fino al 20 marzo 1979 metterà al centro dei suoi scoop e dei suoi piccanti servizi politici sempre il Caso Moro.

Quelli che per 40 anni sono stati indicati come "i misteri" del Caso Moro ma che in realtà sono soltanto fatti sottratti alle evidenze della verità e della storia, fatti dunque reali concreti (al netto delle vere dietrologie che nascono solo per continuare a soffocarli) si riflettono sulla toponomastica di una città - Roma - che dal 16 marzo al 9 maggio del 1978 era presidiata dalle forze dell'ordine con posti di blocco ovunque e che nonostante questo si era trasformata in un labirinto senza uscita.

Le tappe del Caso Moro che attraversano la Capitale sono l'equivalente di una Via Crucis in cui gli interrogativi su cosa sia davvero successo restano tuttora aperti. La procura di Roma ha ancora all'attivo tre filoni d'indagine aperti sui fatti, una parte dei quali negli ultimi tempi è stata co-gestita dalla Procura di Reggio Calabria. Il nome di questa città e di questa procura aprono a tutta una serie di altri fatti che, come il numero doppio di un settimanale o di un giornale, raccontano il Caso Moro come fossero due storie diverse. Due strade che corrono parallele, e che hanno ramificazioni solo apparentemente diverse tra loro.

Il ruolo della criminalità organizzata, in particolare della 'ndrangheta, appare in questo Caso ufficialmente nelle cronache del tempo nel 1993, ma è ben presente sin dal primo giorno: sin dalla strage di via Fani. Ce lo raccontano verbali sommersi e deposizioni dimenticate. In generale il ruolo delle diverse organizzazioni criminali che componevano il quadro criminale del tempo fra banda della Magliana (il clan romano che ha imperversato nella capitale dalla fine del 1977 ai primi anni '90), Cosa Nostra, Nuova Camorra Organizzata, malavita milanese e appunto mafia calabrese percorrono per intero il caso.

Un ruolo o più ruoli a cui si aggiungono quelli giocati su più livelli (secondo quanto anche riscontrato dalla ultima Commisisone parlamentare di inchiesta che ha indagato sull'affaire tutto) anche i servizi segreti americani nella decisione stessa che ha portato alla morte dello statista il 9 maggio del 1978. Al centro di quei 55 giorni due sono i luoghi centrali che ne caratterizzano la toponomastica: la base di via Gradoli sempre a Roma e il lago della Duchessa (falso luogo dove l'altrettanto falso comunicato del 18 aprile 1978 aveva indicato essere sepolto il corpo di Moro) una zona fuori Roma zona confinante fra Abruzzo e Lazio in provincia di Rieti. Poco prima delle 9,30 del 18 aprile, infatti, una telefonata al quotidiano Messaggero annuncia che in piazza Belli ci sono due messaggi delle Br contenuti in una busta arancione che annuncia l' avvenuta esecuzione di Moro. Nonostante il fatto che sin da subito la forma e il modo in cui il messaggio era stato redatto facessero comprenderne l'inautenticità, la relazione degli esperti del tempo la garantisce.

A via Gradoli, una traversa della Cassia zona Nord di Roma,invece, in una palazzina al numero 96, c'e' Mario Moretti, sotto l'alias di 'ingegner Borghi', con l'allora compagna e brigatista Barbara Balzerani. La Polizia, in occasione dei controlli fatti due giorni dopo la strage di via Fani, si reca in via Gradoli, come in altre strade del quartiere, ma non in quell'appartamento. Il covo viene scoperto solo il 18 aprile 1978 (giorno in cui vicino al lago della Duchessa stava per essere scoperto un altro covo in cui si annidavano sia frange della lotta armata a supporto delle Brigate Rosse, sia esponenti della criminalità comune e organizzata.

La scoperta di via Gradoli molto vicina a via Fani, luogo della strage e del sequestro, viene fatta in seguito ad una perdita d'acqua segnalata dall'inquilina del piano di sotto. Si apprendera' poi che nella palazzina ci sono ben 24 case di società immobiliari intestate a fiduciari del Sisde. Anche l'ultimo luogo di quei 55 giorni, Via Caetani, oggetto questo tra gli altri delle indagini aperte in Procura a Roma, è caratterizzato dalla somma di conti che non tornano.

A quarantanni dai fatti tanti i dubbi sollevati da chi ritiene improbabili che i brigatisti quella mattina abbiano attraversato tutta la città per arrivare da via Montalcini al centro storico, con quell'ingombrante carico. C'e' chi ipotizza che il prigioniero si trovava in realtà in un covo nei dintorni di via Caetani. E anche sull'orario effettivo di consegna del corpo ci sono indagini in corso. Via Caetani costeggia due palazzi storici, Palazzo Caetani e Palazzo Antici Mattei e attraversa il famoso ghetto ebraico di Roma. In quest'ultimo il Sismi (un'ala dei servizi di sicurezza del tempo) compie degli accertamenti dopo via Fani identificando il direttore d'orchestra russo, naturalizzato italiano, Igor Markevitch e la moglie, Topazia Caetani.

Markevitch venne poi indicato come possibile intermediario nella trattativa per liberare Moro e, da alcuni, come colui che condusse gli interrogatori sul politico. Esiste una inchiesta ben dettagliata sul ruolo di questo personaggio. Successivamente, il Sisde (l'altra ala dei servizi) installerà un ufficio nella piccola via alle porte del ghetto. L'ennesimo enigma di una storia ancora oscura, come una strada non illuminata.

Il Caso Moro resta a livello giudiziario, dunque, un groviglio inestricabile ma tanti sono i giornalisti e gli storici che hanno aperto squarci di verità su quegli eventi di 40 anni fa che ancora suscitano oggi interrogativi e fascino. Eventi che hanno caratterizzato i cosiddetti anni di piombo, in cui i morti ammazzati - tra forze dell'ordine civili e magistrati - sono stati molti, troppi. Anche su alcune di queste morti a oggi fanno da padrone i segreti della nostra Repubblica.

Nell'ottobre del 2014 una Commissione parlamentare d'inchiesta è stata istituita per indagare nuovamente sulla vicenda. Indagine che si è conclusa con la fine dell' ultima legislatura e con una relazione finale diffusa a dicembre del 2017. La Commissione ha fatto emergere molte novità rilevanti anche rispetto alle passate commissioni d'inchiesta che direttamente (La Moro 1) e indirettamente (Commissione Stragi, P2 e Mitrokin) se ne sono occupate. Alcune delle quali sono parte delle nuove indagini a Roma. Tuttavia la stessa Commissione ha lasciato diverse zone d'ombra difficilmente pronunciabili forse da rappresentati di uno Stato.

N.B. Testo integrale il cui estratto relativo al Caso Moro è stato ospitato presso la Questura di Torino, ingresso corso Vinzaglio, dove è allestita la mostra #SIAMOLANOSTRAMEMORIA, organizzata in collaborazione con Legal@rte, associazione di volontariato, cultura e legalità per il sociale il cui obiettivo è far conoscere, soprattutto alle giovani generazioni, i tragici avvenimenti che hanno segnato l’Italia degli anni di piombo con uno sguardo particolare a ciò che è accaduto nella lunga notte torinese degli anni ‘70. La mostra che include 4 fotografie, 2 opere pittoriche ed un’istallazione, si è aperta il 4 maggio e terminerà il 31 maggio

L'autrice di questo articolo ha pubblicato di recente il libroLa Criminalità servente nel Caso Moro