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Il MEA CULPA del Papa sulla pedofilia della chiesa in Cile

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Il MEA CULPA del Papa sulla pedofilia della chiesa in Cile

Il MEA CULPA del Papa sulla pedofilia della chiesa in Cile
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«Riconosco che sono in corso in gravi sbagli di valutazione e di percezione della situazione, specialmente per mancanza di informazione veritiera ed equilibrata. E fin d'ora chiedo perdono a tutti coloro che ho offeso e spero di poterlo fare personalmente, nelle prossime settimane, negli incontri che terrò con i rappresentanti delle persone che hanno testimoniato».

Ecco le parole di Papa Francesco in una lettera ai vescovi cileni con la quale li convoca a Roma per discutere sulle conclusioni dell'inchiesta condotta a New York e a Santiago del Cile dall'arcivescovo maltese Charles Scicluna che ha ascoltato le vittime sessuali del clero cileno e che era stato stato incaricato dal Papa di ascoltare le vittime e di indagare sugli insabbiamenti dei casi di pedofilia.

Uno dei casi scottanti in Cile riguarda il vescovo Juan Barros, collaboratore del predatore seriale padre Fernando Karadima che ha goduto per lungo tempo di coperture da parte di alti esponenti ecclesiastici.

Ecco il testo integrale della missiva.

Ai Signori Vescovi del Cile

Cari fratelli nell’episcopato,

La ricezione, la scorsa settimana, degli ultimi documenti che completano il rapporto che mi hanno consegnato i miei due inviati speciali in Cile il 20 marzo 2018, per un totale di oltre 2.300 pagine, mi muove a scrivervi questa lettera. Vi assicuro della mia preghiera e voglio condividere con voi la convinzione che le difficoltà presenti sono anche un’occasione per ristabilire la fiducia nella Chiesa, fiducia infranta dai nostri errori e peccati, e per risanare alcune ferite che non smettono di sanguinare nell’insieme della società cilena.

Senza la fede e senza la preghiera, la fraternità è impossibile. Perciò, in questa ii domenica di Pasqua, nel giorno della misericordia, vi offro questa riflessione con l’auspicio che ognuno di voi mi accompagni nell’itinerario interiore che sto percorrendo nelle ultime settimane, affinché sia lo Spirito a guidarci con il suo dono e non i nostri interessi o, peggio ancora, il nostro orgoglio ferito.

A volte, quando simili mali ci deturpano l’anima e ci gettano nel mondo deboli, impauriti, arroccati nei nostri comodi “palazzi d’inverno”, l’amore di Dio ci viene incontro e purifica le nostre intenzioni per amare come uomini liberi, maturi e critici. Quando i mezzi di comunicazione ci mettono in imbarazzo presentando una Chiesa quasi sempre in novilunio, privata della luce del Sole di giustizia (sant’Ambrogio, Hexameron IV, 8, 32) e abbiamo la tentazione di dubitare della vittoria pasquale del Risorto, credo che come san Tommaso non dobbiamo temere il dubbio (Gv 20, 25), ma temere la pretesa di voler vedere senza fidarci della testimonianza di quanti hanno ascoltato dalle labbra del Signore la promessa più bella (Mt 28, 20).

Oggi vi chiedo di parlare non di certezze, ma dell’unica cosa che il Signore ci dona di sperimentare ogni giorno: la gioia, la pace, il perdono dei nostri peccati e l’azione della Sua grazia.

A tale proposito, voglio esprimere la mia gratitudine a S. E. Monsignor Charles Scicluna, Arcivescovo di Malta, e al Reverendo Jordi Bertomeu Farnós, officiale della Congregazione per la Dottrina della Fede, per il loro ingente lavoro di ascolto sereno ed empatico delle 64 testimonianze che hanno raccolto di recente sia a New York sia a Santiago del Cile. Li ho inviati ad ascoltare dal cuore e con umiltà. In seguito, quando mi hanno consegnato il rapporto e, in particolare, la loro valutazione giuridica e pastorale delle informazioni raccolte, hanno riconosciuto dinanzi a me di essersi sentiti sopraffatti dal dolore di tante vittime di gravi abusi di coscienza e di potere e, in particolare, degli abusi sessuali commessi contro minorenni da diversi consacrati del vostro Paese, che sono stati negati al momento e che hanno rubato loro l’innocenza.

Lo stesso sentito e cordiale ringraziamento lo dobbiamo esprimere come pastori a quanti, con onestà, coraggio e senso di Chiesa, hanno chiesto un incontro con i miei inviati e hanno mostrato loro le ferite della propria anima. Monsignor Scicluna e il Reverendo Bertomeu mi hanno riferito che alcuni vescovi, sacerdoti, diaconi, laici e laiche di Santiago e di Osorno sono andati alla parrocchia Holy Name di New York o alla sede di Sotero Sanz, a Providencia, con una maturità, un rispetto e un’amabilità che impressionavano.

Inoltre, nei giorni successivi alla missione speciale, sono stati testimoni di un altro fatto meritevole che dovremmo tenere ben presente per altre occasioni, poiché non solo si è mantenuto il clima di confidenzialità creatosi durante la Visita, ma in nessun momento si è ceduto alla tentazione di trasformare quella delicata missione in un circo mediatico. A tale proposito, voglio ringraziare le diverse organizzazioni e i mezzi di comunicazione per la loro professionalità nel trattare questo caso tanto delicato, rispettando il diritto dei cittadini all’informazione e la buona reputazione dei dichiaranti.

Ora, dopo una lettura attenta degli atti di tale “missione speciale”, credo di poter affermare che tutte le testimonianze raccolte parlano in modo scarno, senza additivi né edulcoranti, di molte vite crocifisse e vi confesso che ciò mi causa dolore e vergogna.

Tenendo conto di tutto questo, scrivo a voi, riuniti nella 115ª assemblea plenaria, per sollecitare umilmente la vostra collaborazione e assistenza nel discernimento delle misure che dovranno essere adottate a breve, medio e lungo termine per ripristinare la comunione ecclesiale in Cile, al fine di riparare per quanto possibile allo scandalo e ristabilire la giustizia.

Intendo convocarvi a Roma per dialogare sulle conclusioni della suddetta visita e sulle mie conclusioni. Ho pensato a questo incontro come a un momento fraterno, senza pregiudizi né idee preconcette, con il solo scopo di far risplendere la verità nelle nostre vite. Per la data, chiedo al segretario della Conferenza episcopale di farmi conoscere le possibilità.

Per quanto mi riguarda, riconosco, e voglio che lo trasmettiate fedelmente, che sono incorso in gravi errori di valutazione e percezione della situazione, in particolare per mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate. Fin da ora chiedo scusa a tutti quelli che ho offeso e spero di poterlo fare personalmente, nelle prossime settimane, negli incontri che avrò con rappresentanti delle persone intervistate.

“Rimanete in me” (Gv 15, 4): queste parole del Signore risuonano continuamente in questi giorni. Parlano di rapporti personali, di comunione, di fraternità che attrae e convoca. Uniti a Cristo come i tralci alla vite, vi invito a innestare nella vostra preghiera dei prossimi giorni una magnanimità che ci prepari al suddetto incontro e che ci permetta poi di tradurre in atti concreti ciò su cui avremo riflettuto. Forse sarebbe addirittura opportuno mettere la Chiesa in Cile in stato di preghiera. Ora più che mai non possiamo ricadere nella tentazione della verbosità e di restare in temi “universali”. In questi giorni, guardiamo a Cristo. Guardiamo alla sua vita e ai suoi gesti, specialmente quando si mostra compassionevole e misericordioso con quanti hanno sbagliato. Amiamo la verità, chiediamo la saggezza del cuore e lasciamoci convertire.

In attesa di vostre notizie e, chiedendo a S. E. Monsignor Santiago Silva Retamales, Presidente della Conferenza Episcopale del Cile, di pubblicare la presente missiva il più presto possibile, vi imparto la mia benedizione e vi chiedo per favore di non smettere di pregare per me.

Francesco