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Frattura città-periferia in Europa: "Partiti mainstream votati dalle élite ma perdono le elezioni"

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Frattura città-periferia in Europa: "Partiti mainstream votati dalle élite ma perdono le elezioni"

Frattura città-periferia in Europa: "Partiti mainstream votati dalle élite ma perdono le elezioni"
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Foto cortesia di Jorge Alva (@urbanentdecker_)
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Tra le fratture che l'Europa sembra aver riscoperto si impone, netta, quella tra centri urbani e periferie.

Le ultime elezioni in Europa hanno evidenziato come, dei cleavage teorizzati da Stein Rokkan, quello tra aree rurali vs élite urbane sia più attuale che mai - al contrario di altri come capitale vs lavoro o Stato vs Chiesa.

I messaggi talvolta bollati come populisti, identitari o quantomeno anti-europeisti continuano ad ottenere nette affermazioni elettorali. Secondo un esperto di politica italiano, Nicola Maggini, "siamo un continente in cui è possibile fare dumping salariale da un Paese all'altro, senza armonizzazione politica ed economica. Ormai i partiti mainstream vengono votati dalle élite ma perdono le elezioni: proseguendo in questa direzione si rischia la distruzione dell'Europa".

A ridosso delle elezioni di domenica 8 aprile in Ungheria, dove è ben evidente lo iato tra il voto rurale e quello cittadino, vi riepiloghiamo le ultime puntate di questo scontro - vecchio tanto quanto la politica, ma oggi caricato di significati diversi rispetto al passato.

Ungheria dove vince il partito più tradizionale... ma con un messaggio populista

In Ungheria, dove vivono poco meno di 10 milioni di persone, la sola capitale Budapest vanta 1.7 milioni di abitanti.

Nel 2014 Fidesz, il partito del primo ministro Viktor Mihály Orbán in odore di rielezione, fece cappotto quasi ovunque tranne in alcuni collegi di Budapest, a Miskolc - la quarta città del Paese con 157mila abitanti - e Szeged, la terza più grande città, dietro Debrecen, con 162mila abitanti.

Il voto magiaro nelle zone rurali premia sia l'estrema destra di Jobbik che Fidesz. Nonostante quest'ultimo sia "il partito più tradizionale di tutti, presente fin dalla transizione [democratica]", col tempo "ha saputo trasformare il suo messaggio facendolo diventare populista".

Lo ritiene Peter Kreko, direttore del Political Capital Institute ungherese. Secondo Kreko, Fidesz si presenta ora come "l'unico vero rappresentante del popolo e della nazione: un trucco di comunicazione in un Paese dove è forte anche un'altra divisione fondamentale: quella nazione vs cosmopolitismo".

Nel Paese, la sinistra è frammentata, conferma Kreko: più il comune è piccolo, più tende a votare per Fidesz.

Nel 2008 il partito di Orban, che fino a quel momento ha goduto di grande sostegno tra i giovani, ha effettuato un radicale cambio di target elettorale "puntando al voto degli anziani, giocando sulle paure esistenziali dei pensionati, sui problemi di ogni giorno e sulla retorica anti-immigrazione". Un marketing politico "al contrario", lo definisce Kreko, in uno Stato dove votano circa 8 milioni di persone ma 2.7 milioni di loro sono pensionati, e dunque più propensi a recarsi al seggio.

Come ha effettuato questa transizione? Con gesti d'alto valore simbolico come l'opporsi, dieci anni fa, alla proposta di introdurre il ticket di un euro sulle prestazioni sanitarie, appoggiando un taglio del 30% sulle bollette di elettricità e gas e "comprando letteralmente" il voto dei pensionati con un buono regalo di 40€ da spendere al bar per ciascun anziano.

Italia, non un voto di protesta ma di "protezione"

Il voto del 4 marzo ha confermato il cleavage città-campagna, restituendo un trionfo del centrodestra nell'Italia rurale e un arroccamento del centrosinistra nei quartieri centrali e più ricchi della grandi città. Per esempio, Torino si è colorata di rosso in corrispondenza del centro storico e dell'area collinare, quella delle ville dei benestanti.

Addio anche alle famose zone rosse, "in cui il PCI era casa, fede e militanza", scrive Youtrend. Con i collegi uninominali introdotti dal Rosatellum, il PD ha dimostrato di avere scarso radicamento territoriale e di non esistere (o quasi) al sud. Nei centri cittadini "è come vivere in un altro Paese", con il Partito Democratico che "ricorda sempre più quello statunitense: forte nelle zone benestanti, con un alto tasso di istruzione e di imponibile medio; debole nelle zone rurali, di campagna, dove la bassa istruzione e la mancanza di lavoro prevalgono", continua Youtrend. "Il PD sembra sempre più un partito borghese votato dai più benestanti".

Secondo Nicola Maggini, ricercatore del CISE, Centro Italiano Studi Elettorali di Luiss e Università di Firenze, in Italia il tessuto economico e sociale è più omogeneo rispetto a quello francese o inglese, che gravita intorno alle proprie capitali. Anche da noi ci sono i riflessi di quella lotta in corso tra "chi si è avvantaggiato dalla globalizzazione, tra chi ha gli strumenti culturali e tecnologici per poterla governare, e chi no". Le nostre periferie "non sono solo economiche ma anche culturali e stanno avvantaggiando, come avviene in tutta Europa ma anche negli USA, i partiti anti-sistema e populisti".

"Ormai non si può più non considerare il punto di vista delle periferie", ritiene Maggini, intervistato da euronews. "Soprattutto in un Paese fatto per lo più da piccoli comuni che elettoralmente contano, eccome. Fare appello ai ceti urbani è perdente dal punto di vista elettorale. Se uno vuole vincere, deve parlare a questa parte di Paese"

"Il voto a prescindere non esiste più, l'elettorato vota in maniera non coerente, attirato da proposte incoerenti dal punto di vista ideologico. Ormai l'elettorato è mobile e può cambiare da una parte all'altra. Non sono fenomeni che vanno stigmatizzati come voto reazionario: si tratta di un voto di protezione da parte dei ceti che voglioni avere una risposta concreta ai loro problemi, oltre a un riconoscimento di tipo sociale".

Nel libro Una nuova Italia: Dalla comunicazione ai risultati, un'analisi delle elezioni del 4 marzo, Enrico Mentana lo definisce appunto un voto "conservatore per definizione, conservatore di valori, di ceti intellettuali e professionali".

Regno Unito, comandano gli hater della città?

Dopo lo shock Brexit, almeno nella bolla londinese dove ha vinto il remain con percentuali fino al 70% in alcune zone, il quotidiano progressista per eccellenza, The Guardian,si è chiesto: sono ora gli hater della città a comandare? "Chi vive in città è spesso di passaggio, troppo occupato, facilmente distratto ma la politica è dominata da elettori che sono meno impegnati: pensionati rurali, disoccupati o lavoratori sotto-occupati delle ex-aree industriale".

Secondo il professore Chris Hanretty, docente di Politica al Royal Holloway University of London, bisogna considerare la forte relazione tra età e affluenza, oltre al fatto che le città inglesi attraggono più giovani ed elettori con alti livelli di educazione, due tipologie demografiche "meno propense a votare per populismi di destra".

"Nel Regno Unito non c'è quasi relazione tra classe sociale e voto per laburisti e conservatori", conclude Hanretty che sottolinea come, in Europa, ogni Stato faccia storia a sé. L'unica costante sembra essere "la gentrificazione dei centri cittadini popolati da elettori più giovani".

Nelle periferie, "alcuni elettori si sentono lasciati indietro, soprattutto considerando i nuovi e scintillanti grattacieli del centro".

In Catalogna l'estremismo si trasforma in indipendentismo

Secondo il professore emerito di storia contemporanea Enric Ucelay-Da Cal della Universitat Pompeu Fabra di Barcelona, esperto di nazionalismo catalano, la Catalogna post-rivoluzione industriale è da sempre divisa tra una "montagna" più indipendentista e un'area urbana costiera (conurbazione) "costituzionalista". Una divisione emersa nettamente dal voto del 21 dicembre, convocato da Madrid per rispondere alla crisi politica e sociale venutasi a creare dopo il referendum del 1 ottobre 2017.

L'idea parodica dello stato di Tabarnia, che vorrebbe unirsi alla Spagna per separarsi dalla Catalogna separatista, estremizza questo divario.

"L'indipendentismo è stato latente almeno dal 2010 e irrisorio fino al 2012. Esso è stato accentuato dal modello elettorale che favorisce il voto rurale, un problema strutturale emerso a inizio anni '80", dice Ucelay-Da Cal a euronews. Le ragioni di questo emergere di consensi nei confronti della causa indipendentista sono almeno due:

  • l'urbanizzazione della campagna con le ondate migratorie (due, principalmente: la cosiddetta "andalusa" negli anni '60/70 e quella da Paesi come il Marocco, dal 2000 al 2005/06;
  • Il processo di impoverimento della classe media, incluso il "campesinato" - perché "va ricordato che oggi i contadini vanno all'università, studiano agraria e usano il computer per fare i calcoli di quanto produrre sul mercato internazionale";

Lo spostamento verso una proposta più populista, come in Italia, o verso l'estrema destra, con il boom di AfD in Germania, in Catalogna prende le forme di una forte crescita dei consensi per la causa indipendentista.

In una regione da sempre aperta, dove "la Ong Open Arms ha un vero appoggio popolare, resta sempre valido l'appello que vengan todos, che vengano pure tutti, ma di pari passo si tramuta in un'alchimia elettorale che sfocia nel sentimento indipendentista". A fare da collante è principalmente la lingua, il catalano, ovvero "il gran tema identificante perché si utilizza sempre e ovunque, dall'università alla letteratura passando per i media", aggiunge Ucelay-Da Cal.

In Catalogna, per concludere, secondo lo studioso ci sono 3 grandi blocchi sociali: quello indipendentista (un terzo abbondante degli elettori); il nuovo "spagnolismo" di Ciudadanos, opposizione contundente al voto di protesta (un terzo meno abbondante) e, da ultimo, un terzo di elettorato passivo "di cui non vuole parlare nessuno, che risulta invisibile, ovvero i no saben no contestan".

Trattasi - conclude il professor Ucelay-Da Cal - "degli indifferenti, degli invisibili: immigrati, intellettuali impoveriti, settori della classe media con meno risorse, universitari e lavoratori a cui non importa nulla di tutta questa discussione, che non si mobilitano e che vogliono solamente lavorare o cercare lavoro per mantenere la propria famiglia".

Russia dove il voto anti-estabilishment è quello anti-Putin

In Russia è difficile quantificare esattamente l'estensione del divario aree rurali vs aree urbane anche per la conformazione e l'estensione dei collegi elettorali (qui la mappa).

Vladimir Putin ha aumentato le preferenze raccolte a San Pietroburgo (dal 59% al 75%) e Mosca (dal 47% al 71%, fonte), città in cui storicamente faceva più fatica rispetto al resto del Paese. I rating del Presidente sono inferiori nelle metropoli sopra un milione di abitanti. "Più grande è la città, minore è l'affluenza e la percentuale del candidato al potere", spiega al quotidiano Vedomosti Valery Fyodorov, direttore generale del Centro di ricerca sull'opinione pubblica All-Russia.

Nei grandi centri "il fattore paura e la pressione amministrativa sono più deboli" rispetto ai piccoli centri e le piattaforme dei rivali di Putin sono presenti in maniera più capillare. Le zone rurali, inoltre, sono più conservatrici (nelle repubbliche come Tuva e Daghestan le percentuali superano il 90%), mentre nelle regioni più densamente popolate il voto premia i candiati anti-establishment - che in Russia vuol dire, essenzialmente, anti-Putin.

Benvenuti in Germania, terra di crisi dei partiti mainstream

In Germania, dove si è votato a settembre, l’ultradestra nazionalista, anti-islamica ed euroscettica della Alternative für Deutschland (AfD) ha ottenuto il 12,6%, diventando la terza forza del Paese con 13 seggi in Parlamento. Il bacino dei voti proviene principalmente dagli stati dell'ex Germania Est, dove ha fatto segnare percentuali anche superiori al 30%. Eppure il 60% di coloro che ha dichiarato di aver votare AfD, scrive The Atlantic, ha ammesso di averlo fatto per protesta più che per allineamento ideologico con le politiche proposte da Frauke Petry e dai suoi colleghi.

Secondo uno studio e un rapporto della sezione statistica del Bundestag (GVTM), AfD è andato forte nelle zone a basso reddito e nella fascia di età compresa tra i 35-44 anni.

Mai nella storia della Germania dopo la seconda Guerra Mondiale i due principali partiti mainstream sono stati puniti così duramente dagli elettori, scrive Spiegel Online, per aver "perso contatto" con grandi settori della popolazione.

Un recente editoriale del settimanale tedesco conferma le parole dello studioso Maggini, tracciando un parallelismo tra Germania e Italia.

"Gli elettori si stanno emancipando dai partiti politici - non si fidano più dell'élite e anelano ad una maggiore partecipazione. Ciò si riflette anche nelle crescenti richieste di una democrazia più diretta sotto forma di referendum. Questo sviluppo è esclusivamente negativo? La politica diventerà certamente più volatile, più populista e forse più rischiosa. La democrazia potrebbe non assomigliare più a una macchina ben oliata, ma ad una camminata sul filo. L'elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti dimostra cosa possa andare storto e quanto sia in gioco. [...] Ma non sono solo i populisti di destra a trarre vantaggio dalle nuove regole del gioco. Lo stesso vale per i politic di centroo che sanno come vendere le loro opinioni. Persone come Emmanuel Macron in Francia, Sebastian Kurz in Austria e Christian Lindner, capo dei Liberi Democratici in Germania. I loro partiti, che preferiscono chiamare "movimenti", possono essere tenuti insieme dal marketing tanto quanto da una piattaforma politica. Ma il loro successo rivela una necessità".

Francia, Macron su e giù per le campagne per "riconquistarle"

A proposito di Macron, ricordiamo che nel secondo turno delle presidenziali 2017 l'attuale presidente francese ha ottenuto oltre il 90% dei consensi nel centro Parigi, mentre Marine Le Pen, che ha vinto solamente 2 dei 107 dipartimenti, ha fatto decisamente meglio nelle campagne.

Secondo l'IFOP francese, il 58% degli abitanti delle zone rurali ha votato per Macron al secondo turno contro il 65% degli abitanti delle zone urbane delle province e il 79% degli abitanti dell'agglomerato parigino. In totale, gli elettori rurali rappresentano il 22,3% dell'elettorato di Macron al secondo turno. "Ha vinto facendo affidamento su una Francia che sta andando bene, sui quadri istruiti che vivono nelle grandi città", dice Jérôme Fourquet dell'IFOP a Le Monde.

Una delle analisi più frequenti, dopo il voto dell'aprile dell'anno scorso, ha sottolineato la frattura territoriale in Francia esistente non solo tra est e ovest, ma soprattutto tra città e campagna: Macron candidato cittadino avrebbe sconfitto Le Pen, portabandiera delle periferie e delle zone agricole.

Macron è oggi impegnato in una "riconquista" delle campagne ma, nei suoi viaggi su e giù per il Paese (inclusi quelli alle fiere dell'agricoltura), affronta critiche per le riforme volute dal suo esecutivo.

L'ex banchiere - accusato dai suoi detrattori di "odio per le province", di essere "il Presidente delle città" e "dei ricchi" - cerca di placare gli animi per una serie di misure introdotte come: l'abbassamento del limite di velocità sulle strade secondarie (80km/h); l'aumento della tassa di contribuzione sociale (CSG) che grava particolarmente sugli anziani; l'aumento del costo delle sigarette e del diesel; la riforma ferroviaria con soppressione di alcune linee minori; alcuni tagli che hanno colpito l'istruzione e la sanità nelle zone periferiche del Paese.

Come scrive Le Monde, Macron non parla più ad una società dalle radici "rurali e pastorali" come quella di Mitterand. Il suo ministro per il budget Gérald Darmanin ha insistito sulla necessità di promuovere le misure prese a favore dei territori. Il Presidente francese dovrà essere in grado di sradicare l'idea diffusa che, in fondo, passano i governi ma per le periferie e le campagne rien ne change, nulla cambia. Lo dice Chloé Morin della Fondazione Jean-Jaurès al quotidiano parigino. "La sua partita si gioca sia sul piano del legame emotivo che saprà stabilire con il mondo rurale sia sul piano politico, ovvero con la capacità di dimostrare che le sue scelte economiche si adattano realmente alle realtà dei territori rurali e non le indeboliscono ulteriormente".