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Colombia: rischio emergenza umanitaria per l'esodo venezuelano

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Colombia: rischio emergenza umanitaria per l'esodo venezuelano

Colombia: rischio emergenza umanitaria per l'esodo venezuelano
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Il ponte internazionale Simón Bolívar è diventato il simbolo dell’esodo venezuelano e insieme del rompicapo colombiano nel far fronte a una crisi umanitaria senza precedenti.

Fino a 45.000 migranti al giorno attraversano questo ponte destinati a Cúcuta. E’ il principale passaggio di confine e l’ultima speranza per chi fugge da un disastro economico che ha portato quattro milioni di venezuelani a lasciare il Paese dall’inizio della crisi nel 2013. Questi i racconti di alcune delle persone incontrate dalla nostra inviata Monica Pinna al confine:

“Là non c‘è cibo, non si trova nulla -racconta una giovane mamma – non ci sono medicine, abbiamo bisogno di venire qui per vaccinare la bambina”.

“A casa mia la corrente arriva due ore al giorno -spiega un imprenditore. Abbiamo l’acqua da una a tre ore ogni due giorni, e non c‘è il gas.”

“È una sfida quotidiana fare in modo che tutti i membri della nostra famiglia riescano a sedersi a tavola almeno una volta al giorno” racconta un sessantenne.

“Non si può vivere con un salario bimestrale di 700-1.000 bolivares, non riesci a vivere neanche se guadagni due milioni di bolivares ogni due settimane, non riesci a sopravvivere”, spiega una professoressa di biologia.

Inflazione in forte ascesa

Il Venezuela è al quinto anno di recessione dovuta secondo i critici all’incompetenza di un governo corrotto. Lo scorso anno l’inflazione ha superato il 2.600%. Quest’anno il Fondo Monetario Internazionale stima che raggiungerà il 13.000%. Il crollo della valuta ha portato il presidente Nicolàs Maduro, alle prese con le elezioni in aprile, a togliere tre zeri dal Bolivar. Il salario minimo sarà di circa 1.300 bolivares invece di un milione e trecento, ma il valore non cambia: quasi 5 euro al mese. La Colombia offre un’alternativa.

“Qui tutto è più economico, puoi trovare qualsiasi cosa. Si trova maionese, carta igienica .. la cosa più importante per un essere umano. La carta igienica non si trova! Come è possibile che un litro di benzina costi 1 bolivar e un litro d’acqua ne costi 5.000?” – racconta il titolare di una serie di supermercati in Venezuela.

Manca tutto. Ecco perché la maggior parte dei venezuelani su questo ponte sono diventati dei “pendolari”. Fanno la spola, ogni giorno, una volta alla settimana o al mese da un paese all’altro. Creatività e disperazione hanno fatto sorgere ogni tipo di attività, dalla vendita di capelli, al servizio taxi con sedie a rotelle.

Una borsa fatta con biglietti di bolivares

Mostrando una borsa realizzata con biglietti di bolivares, l’inviata Monica Pinna:
“Questo è il simbolo di un’economia in caduta libera, quando una borsa di Bolivares vale più dei biglietti in sé”.

Con le banconote usate per realizzare questa borsa si poteva comprare solo un pacchetto di sale in Venezuela. Ma la borsa venduta in Colombia può sfamare una famiglia di tre persone per un’intera settimana. Ad avere l’idea, un giovane venezuelano che ha iniziato per gioco confezionando aeroplanini fatti con bolivares. “Per me è un’arte, perché in realtà con questi soldi non puoi comprare nulla in Venezuela. Qualsiasi cosa tu debba comprare, devi avere moltissime banconote”.

La trafila burocratica e la severa politica migratoria

I venezuelani che vivono in Colombia sarebbero ormai oltre un milione. Non hanno lo status di rifugiati, sebbene possano richiederlo. Per stabilirsi qui regolarmente o per usare la Colombia come trampolino per poi raggiungere un terzo Paese, la prima difficoltà è entrare.

Rafael Zavala, dell’Agenzia Onu per i Rifugiati, ci spiega che per avere accesso in Colombia, i venezuelani devono avere il passaporto. “Ci sono persone che sono riuscite ad ottenere la carta di mobilità di frontiera, una sorta di permesso temporaneo. Circa un anno fa la Colombia ha anche creato un permesso speciale di permanenza, un altro modo per regolarizzare la situazione dei migranti. Per ottenerlo bisogna essere entrati regolarmente, bisogna avere un passaporto con timbro.”

Ma i permessi temporanei non verrano più emessi, dopo le restrizioni annunciate dal presidente colombiano, Juan Manuel Santos. Era il documento più utilizzato dai venezuelani più poveri, come i venditori. E anche i passaporti non sono facili da ottenere. Un ragazzo sul ponte Bolivar spiega: “Non si riesce ad avere il passaporto, puoi ottenerlo se paghi. Chiedono 10 milioni di bolivares. Uno stipendio è di 400-500 mila bolivares, ovvero mezzo milione di bolivares e stiamo parlando di 10 milioni. Ci vuole quasi un anno di stipendio per pagare un passaporto.”

Tra povertà e assistenza

Senza passaporto o permesso di soggiorno, migliaia di venezuelani, che in patria avevano impieghi dignitosi, sono costretti ora a chiedere l’elemosina. Alla “Divina Providencia”, un centro gestito dalla Chiesa cattolica, vengono distribuiti più di 1.000 pasti gratuiti al giorno. Alcuni attraversano il ponte solo per questo. “La situazione è orribile, veniamo qui perché a San Cristobal non c‘è cibo” afferma un ex dipendente comunale di San Cristobal, la prima cittadina oltre il ponte in Venezuela.

Tanti vengono qui in cerca di qualsiasi tipo di lavoro per poi mandare un po’ di soldi a casa. Molte famiglie sono state divise. “Il Venezuela è un Paese che mi dà tristezza, perché ho lasciato i miei tre figli lì per venire qui a cercare un lavoro e mandare loro dei soldi. Perché non so come fare a portarli qui. Dove li tengo? Non posso farli vivere per strada. No”, dichiara un’altra migrante appena arrivata a Cúcuta.

Gruppi armati e sfruttamento dei rifugiati

L’esodo venezuelano approda in una delle regini più instabili della “Colombia”:
http://uk.businessinsider.com/conditions-facing-venezuelans-fleeing-into-colombia-2018-3?r=US&IR=T, Norte de Santander. Qui i gruppi armati controllano ancora vaste aree, nonostante l’accordo di pace con le FARC, che nel 2016 ha ufficialmente messo fine a 52 anni di violenze. Molti colombiani, sfollati a causa del conflitto interno, sono finiti nei quartieri più poveri intorno a Cúcuta, gli “insediamenti”. In una dozzina di questi, tra i più fragili di Cúcuta, il numero degli emigrati venezuelani è passato da zero a 3 mila in soli sei mesi.

Aiuti umanitari e progetti europei

Secondo i missionari Scalabriniani, che lavorano in questi quartieri, i migranti venezuelani rischiano lo sfruttamento, come sottolinea Padre Francesco Bortignon :

“Questo enorme flusso di venezuelani, tra cui molti lavoratori professionisti, rappresenta un affare per chi dà loro un lavoro, fanno loro false promesse, li pagano male o non li pagano affatto. C‘è anche la possibilità che alcuni vengano reclutati. Vengono mandati a raccogliere caffè da qualche parte. A volte, tra le richieste più rischiose, c‘è la raccolta di foglie di coca.”

Di fronte a questa grave crisi migratoria, la Colombia ha fatto appello alla comunità internazionale. Il Commissario europeo per gli aiuti umanitari, Christos Stylianides, ha incontrato il presidente Santos e ha visitato Cúcuta per capire quali siano le vie migliori per fornire assistenza.

Il Commissario ha annunciato due milioni di euro in fondi aggiuntivi per il Venezuela e 6 milioni per la Colombia: “Per le autorità colombiane è una sfida enorme affrontare questa situazione senza precedenti, perché devono fare i conti anche con i loro problemi interni, mi riferisco al processo di riconciliazione e al processo di pace, quindi dobbiamo fornire aiuto umanitario ad entrambe le parti, al Venezuela e alla Colombia. In modo particolare in Venezuela, stiamo cercando di trovare come portare medicine e stiamo studiando progetti per affrontare la malnutrizione acuta.”

Le agenzie umanitarie internazionali stanno collaborando con il Governo colombiano per ampliare le strutture di rifugio e rendere i migranti meno vulnerabili. Nonostante questo, il presidente Santos è stato criticato per la stretta sulla politica migratoria. Willinton Muñoz Sierra, capo del Centro Migranti dei missionari scalabriniani ritiene che queste leggi potrebbero far aumentare il numero di rifugiati illegali: “Le misure adottate dal governo corrispondono a una chiusura diplomatica del confine. Chiedere ai venezuelani di avere un passaporto o un permesso speciale per entrare, complica notevolmente le cose. L’alternativa per i migranti è passare illegalmente per sentieri gestiti da gruppi al di fuori della legge. Questo significa mettere a rischio i migranti.”

La difficile soluzione diplomatico-umanitaria

Dall’entrata in vigore delle nuove misure, a febbraio, le autorità riferiscono che i passaggi alla frontiera sono diminuiti di oltre il 30% e che quasi 1.500 persone sono state portate alla frontiera. Per i venezuelani si tratta di “deportazioni”. La conseguenza è che sempre più migranti, persino con passaporto alla mano, cercano rifugio in quartieri dove neanche la polizia entra più.“Come cittadino venezuelano arrivo in un altro paese e so che ci sono delle leggi che devono essere rispettate- lo dice un ventisettenne che in Venezuela lavorava come comemrciante. Io lavoro e cerco un modo legale per guadagnarmi da vivere ogni giorno. Non possono sfrattarmi dal paese e ancora meno sequestrarmi la merce come già hanno fatto. In Venezuela ci sono sei milioni di colombiani che si sono fatti una vita lì e ci stanno ancora bene. Io vengo qui e vogliono rispedirmi indietro? Perché? Dov‘è la giustizia? Cosa voleva Bolivar? “Una nazione unita”. Invece in Colombia c‘è xenofobia”.

Cucuta sta assumendo le sembianze di una città colpita da un disastro naturale, ma il disastro è in Venezuela ed è economico sociale e politico e lascia poche scelte ai suoi cittadini.