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Italia, potere d'acquisto reale dei lavoratori più basso rispetto al pre-crisi

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Italia, potere d'acquisto reale dei lavoratori più basso rispetto al pre-crisi

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Il potere d'acquisto reale dei lavoratori di 9 Paesi europei, tra cui l'Italia, non è cresciuto dopo la crisi (2010-2017), anzi: è diminuito rispetto al periodo 2000-2009. Vale a dire: con lo stesso stipendio del 2010, l'anno scorso nel Belpaese abbiamo potuto comprare il 4.3% in meno di beni e servizi.

Infographic: Where wages are shrinking in the EU | Statista

Lo rivela lo studio Benchmarking Working Europe 2018 dello European Trade Union Institute (etui), centro di ricerca indipendente della confederazione dei sindacati europei, in cui viene analizzato lo stato di salute "dell'Europa che lavora". Tanti gli indicatori presi in esame: viene dimostrato, si legge nell'introduzione, che nonostante la crescita delle economie e dei relativi PIL (2.3% nella UE nel 2018), persistono i problemi strutturali e le diseguaglianze economiche all'interno dei singoli Stati soprattutto nelle aree dell'educazione, delle infrastrutture e del mercato del lavoro.

"Mentre gli indicatori macroeconomici indicano un lieve aumento della crescita della produzione, la crescita media del PIL pro capite è rimasta negativa per otto Paesi tra il 2008 e il 2016 e prossima allo zero per altri sette", si legge. Il divario tra il Sud e il Nord dell'Europa non è colmato, anzi, "si sta allargando".

Tra il 2010 e il 2017 i salari reali sono diminuiti drasticamente in Grecia (-19,1%), Cipro (-10,2%), Portogallo (-8,3%) e Croazia (-7.9%). In Italia siamo al -4.3%.

I lavoratori di sei Paesi - Italia (-0.9%), UK (-0.6%), Spagna (-1.5%), Belgio (-0.8%), Grecia (-0.4%) e Finlandia (-2%) - hanno inoltre guadagnato meno nel 2017 rispetto al 2016.

Solo in tre paesi la crescita del potere d'acquisto tra il 2010 e il 2017 è stata superiore ai livelli pre-crisi: parliamo di Bulgaria, Polonia e Germania.

"Il motivo più ovvio per la modesta crescita dei salari reali tra il 2010 e il 2017 si ritrova nelle riforme del mercato del lavoro implementante nel contesto di crisi", si legge nello studio. "In molti Paesi, uno degli obiettivi principali delle politiche di riforma è stato quello di aumentare la flessibilità verso il basso di salari, indebolendo i lavoratori e i diritti sindacali".

"Questo è il risultato degli ultimi anni di austerità fiscali, mancanza di investimenti, deregolamentazione del mercato del lavoro e distruzione di istituzioni che garantiscono una politica salariale solidaristica", l'analisi di etui. "Affinché l'Europa possa tornare su un percorso di crescita sostenibile è necessario un passaggio a politiche espansionistiche che favoriscano domanda attraverso un ricorso a maggiori investimenti pubblici e privati, a maggiore spesa pubblica e a livelli salariali più elevati".

"Nonostante tutti i discorsi sulla ripresa economica, i lavoratori di molti grandi paesi si trovano ancora in una situazione peggiore rispetto a prima della crisi - ha dichiarato Esther Lynch, segretario confederale della Confederazione europea dei sindacati - e sono ancora in perdita. Non c'è da stupirsi che persino la Commissione europea e la BCE chiedano una crescita salariale più forte. È essenziale non solo per l'equità sociale, ma anche per stimolare la crescita e creare posti di lavoro di qualità".

"Le norme dell'UE in materia di appalti pubblici dovrebbero prevedere che i contratti siano offerti solo alle imprese che applicano contrattazione collettivi. L'UE e gli Stati membri potrebbero fissare obiettivi per aumentare il numero di lavoratori coperti da contratti collettivi. L'UE dovrebbe immediatamente chiedere agli Stati membri di comunicare le misure che intendono adottare per estendere il campo di applicazione dei contratti collettivi".