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Anniversario della guerra siriana: sette anni di bombe, morti e migrazioni

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Anniversario della guerra siriana: sette anni di bombe, morti e migrazioni

Anniversario della guerra siriana: sette anni di bombe, morti e migrazioni
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Sono passati sette anni da quando è iniziato il conflitto siriano e l'eredità di morte e migrazioni di massa che ha lasciato è sotto gli occhi di tutto il mondo.

Il conflitto ha dilaniato e frammentato il Paese, sui cui campi di battaglia si combattono, ogni giorno, truppe fedeli al governo di al-Assad, ribelli, estremisti e foreign fighters. Gli osservatori internazionali stimano che il costo in vite umane di questa guerra ha pochi precedenti nella storia contemporanea.

Secondo le Nazioni Unite sono stati uccisi mezzo milione di siriani mentre altri 6.1 milioni sono stati costretti alla migrazione all'interno dei confini del proprio Stato.

Assedi lunghi diversi anni e il bombardamento di interi quartieri e siti di interesse storico-archeologico hanno costellato questi anni di fuoco. La maggior parte delle infrastrutture siriane è in macerie.

Milioni di profughi hanno cercato rifugio nei Paesi vicini o hanno tentato la pericolosa traversata del Mediterraneo in cerca di asilo in Europa.

Dalle potenze straniere che hanno schierato le proprie truppe sul territorio siriano agli Stati che hanno accolto i rifugiati in fuga dall'orrore, sono pochi angoli del mondo che non sono stati raggiunti dagli effetti del conflitto, in un modo o nell'altro.

L'inizio

Il conflitto in Siria è iniziato nel 2011, nel bel mezzo delle proteste della cosiddetta Primavera Araba contro i regimi autocratici, le cui manifestazioni hanno coinvolto molti Paesi mediorientali.

Il 15 marzo di quell'anno, migliaia di persone si radunarono per le strade nelle città siriane per dire "basta" al regime di Bashar al-Assad. Gli attivisti lo definirono il "Giorno della rabbia": ogni dissenso fu represso con violenza e molti dimostranti furono arrestati.

Tre giorni dopo, nel "Giorno della Dignità", le proteste ripresero estendendosi anche alla città di Dara'a, la cosiddetta "culla della rivoluzione". Lì quattro manifestanti furono uccisi dalle forze di sicurezza.

Nonostante il pugno duro di al-Assad, i ranghi della protesta hanno continuato a crescere.

"Le forte emozione, il significato umano e personale di protestare per la gente, in quel momento, è qualcosa che mi ha lasciato senza parole", ha detto a euronews Wendy Pearlman, professoressa alla Northwestern University specializzata in politica mediorientale.

I ricordi di quei primi giorni sono ricordi euforici, come provano le interviste che Pearlman ha condotto con decine di rifugiati siriani in Libano, Turchia, Giordania ed Europa tra il 2012 e il 2017.

In molti hanno detto: "E' stato il momento più importante della mia vita", oppure "è stata la prima volta in cui ho respirato", "per la prima volta mi sono sentito come un cittadino siriano", e così via.

Ma, ha aggiunto, con il passare degli anni e con l'intensificarsi del conflitto, i siriani sono diventati più riluttanti a tirare fuori quei ricordi.

"Per un sacco di persone ora è veramente doloroso ripensare a quei giorni, anche a momenti di totale euforia, liberazione e di gioia. Pensare a queste sensazioni, e collegarle alla disperazione che tante persone provano oggi, è ancor più doloroso".

Nelle interviste condotte da euronews a diversi rifugiati che vivono in tutta Europa, molti hanno affermato che quei primi giorni di rivolte rivolta si sono rivelati essere i più determinanti della loro vita.

L'adolescente Omar finisce torturato in prigione

Omar Alshgore era ancora a scuola all'inizio del conflitto. Si unì alle proteste nella sua città natale di Baniyas senza aver capito veramente per cosa stava lottando, o contro che cosa.

"Avevo 15 anni e non sapevo cosa significasse: libertà o polizia", racconta. "So che nelle nostre scuole ci hanno insegnato che la polizia sono persone che ti salvano la vita, ma quando ero lì li ho visti uccidere i miei amici, arrestarmi e torturarmi".

Omar è stato più volte incarcerato per periodi di diversi giorni solamente per aver partecipato alle proteste. Alla fine è finito in galera per tre anni.

Durante la sua detenzione ha subito quotidianamente torture, afferma. Più tardi ha scoperto che un agente di sicurezza aveva detto a sua madre che era morto. Lui, nel frattempo, passava gran parte del suo tempo dietro le sbarre credendo che la sua famiglia fosse stata uccisa a sua volta.

"Quando sono uscito di prigione avevo 20 anni e mezzo. Ero malato di tubercolosi e pesavo 34 kg", ricorda.

"Mia madre non riusciva a riconoscermi quando mi ha visto. Si ricordava di un bel bambino, non della persona orribile che ormai ero diventato".

La madre aveva pagato per il rilascio di Omar dopo essere stata informata che il figlio era ancora vivo. Lo spedì in Grecia in cerca di cure mediche.

Incapace di ottenere l'assistenza che cercava, Omar ha continuato a viaggiare in Macedonia, Serbia, Croazia, Slovenia, Austria, Germania e Danimarca prima di stabilirsi in Svezia.

Ora sta rifacendo l'ultimo anno di liceo e ha più amici di quanti abbia il tempo di vedere. La sua esperienza in prigione l'ha aiutato a prendere la decisione di venire in Europa, conferma Omar. "Quando si va dall'inferno al cielo, tutto è così facile", dice.

La guerra in Siria ha costretto milioni di persone come Omar a lasciare le proprie case.

Mentre la maggior parte dei siriani è fuggita verso i Paesi confinanti, secondo i dati ufficiali circa un milione di persone ha chiesto asilo in Europa.

"Si tratta di una delle più grandi e importanti crisi di rifugiati nel 21° secolo", ha dichiarato a euronewsVolker Turk, Assistant High Commissioner for Protection dell'UNHCR.

La guerra ha "dissezionato l'intero tessuto sociale della società. Una cosa enorme per una popolazione notoriamente molto istruita, estremamente innovativa e creativa. E vedere questa rovina davanti ai nostri occhi è straziante", ha detto.

I rifugiati intervistati da Euronews hanno dichiarato di essersi recati in Europa per fuggire dalla prigionia e dalla morte e nella speranza di costruirsi una nuova vita lontano dalla distruzione delle loro case.

Il viaggio più letale del mondo

Ma il viaggio è tutt'altro che facile.

L'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) afferma che la traversata del Mediterraneo è "di gran lunga il viaggio più letale del mondo per i migranti", con almeno 33.761 persone morte o scomparse tra il 2000 e il 2017.

Manal e i suoi figli sono tra coloro che si sono imbarcati alla volta dell'Europa.

Ex dipendente del ministero della Giustizia siriano, Manal è fuggita dalla Siria alla fine del 2014 a seguito delle minacce alla sua vita da parte dei militanti.

Tuttavia, la mancanza di fondi e di tempo l'ha costretta a lasciarsi i tre figli alle spalle. Dopo aver raggiunto la Danimarca, a Manal si è spezzato il cuore nel sapere che avrebbero dovuto aspettare almeno tre anni prima di poter ottenere il diritto di raggiungerla.

Si è rivolta allora ai contrabbandieri che avevano agevolato la sua traversata e ha pagato per il viaggio dei tre figli di 18, 14 e 9 anni. Si sarebbero imbarcati l'anno successivo.

E' rimasta in contatto con la figlia maggiore via Whatsapp per tutto il tempo ma ha iniziato a preoccuparsi quando i messaggi si sono interrotti.

"Ore dopo ho letto che la barca si è rotta e molte persone sono morte. Non sapevo cosa fosse successo ai miei figli", ha ricordato. "Avevo bisogno di sapere cosa era successo loro. Se morti, avevo bisogno di sapere dove si trovavano i corpi; se vivi, volevo sapere dove si trovavano".

Per giorni ha controllato foto di cadaveri alla ricerca dei suoi cari al punto da arrivare quasi a perdere la speranza. "Avevo smesso di mangiare, stavo diventando pazza".

Al nono giorno le è arrivato un messaggio da uno sconosciuto su Facebook. La informava che i figli erano vivi. Ora vivono tutti assieme in Danimarca, cercando di dimenticarsi degli orrori della guerra.

"Mio figlio è seguito da uno psicologo. A sette anni ha visto persone morire davanti ai suoi occhi", dice Manal.

Una nuova vita?

Come per Manal e i suoi figli, per molti migranti siriani le difficoltà non finiscono quando arrivano in Europa.

"Qui i richiedenti asilo sono fiaccati dalle difficoltà di ricominciare una nuova vita, di imparare delle nuove lingue, di affrontare la burocrazia, di ottenere una riqualificazione professionale, di capire se saranno in grado di lavorare facendo la stessa professione che svolgevano a casa", spiega Pearlman.

"La loro vita è in questo limbo, emozionalmente molto duro".

I problemi del cercare di ricominciare da zero, in Europa, non sono migliori rispetto a quelli che si affrontano nei campi profughi greci, sovraffollati.

Amal Adwan, 47 anni, dice di aver deciso di lasciare casa sua a Damasco e di viaggiare in Europa perché la "guerra e la morte ovunque" lo avevano di fatto reso un estraneo in patria.

Quando si è imbarcata per l'Europa, Amal ha pensato: "se muoio, è il mio destino, ma se raggiungo la Grecia la mia vita sarà migliore".

Tuttavia, se da un lato nel campo di Moria, Lesbo, la vita è priva di bombe e proiettili, essa è ben lungi da essere un paradiso felice.

Amal e altri richiedenti asilo che hanno parlato con euronews hanno detto che nel campo c'è un sentimento pervasivo di disperazione che, col tempo, ha generato criminalità, alcolismo e tossicodipendenze.

"La gente non dovrebbe rimanere a Moria più di una o due settimane. Non è fatto per gli umani", dice.

Ora vive fuori del campo ed è in attesa dell'approvazione della domanda di asilo. Ex statistica medica, spera di trovare un lavoro in Grecia.

Turk dell'UNHCR dice che l'Europa e il resto del mondo devono trovare il modo di investire in migranti siriani come Amal di modo che "possano continuare ad avere una vita". "Abbiamo bisogno di avere e dimostrare compassione e solidarietà continua con i rifugiati".

Ma, avverte, "vediamo anche un certo declino nei meccanismi di sopportazione del dolore perché tutto questo, per loro, sta durando da troppo tempo. Si tratta di una delle crisi più lunghe, di questa magnitudine, tra quelle mai osservate. Richiederà molto lavoro ".

Ritorno a casa?

Molti dei richiedenti asilo e dei rifugiati a cui euronews ha parlato hanno detto di sognare di tornare in Siria.

"Spero che la situazione migliorerà, vogliamo tornare alla nostra patria, il nostro paese. Non c'è posto come casa, nonostante tutto", dice col volto rigato di lacrime Rasha, 38 anni, un richiedente asilo del campo di Moria.

Ma a sette anni dall'inizio del conflitto, non si vede ancora la luce in fondo al tunnel.

Solo nel 2018 si sono registrati livelli record di sfollamenti, un aumento delle vittime tra civili, crescenti attacchi alle strutture scolastiche e una sistematica negazione degli aiuti umanitari, avverte l'ONG Save the Children.

Turk sostiene che non sia questo il momento di facilitare ritorni in Siria. "E' assolutamente chiaro che abbiamo bisogno di porre fine alla violenza in Siria", ha detto. "Abbiamo bisogno di una soluzione politica".

Mentre le bombe continuano a cadere a Ghouta ma anche altrove, nel paese, rifugiati come Omar si concentrano ora sul cercare di dare valore alle loro nuove vite.

"Voglio dire all'Europa che possiamo fare la differenza - siamo persone molto buone, siamo di un Paese molto buono; siamo qui a causa di una guerra iniziata per motivi politici", conclude. "Spero che finisca presto, ma è una grande guerra, non solo per la Siria ma per il mondo intero. Il mondo sta combattendo lì. I siriani devono trovare una soluzione".