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Da Salvini a Farage, da Trump a Grillo: quello che i politici vogliono davvero (ma non dicono)

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Da Salvini a Farage, da Trump a Grillo: quello che i politici vogliono davvero (ma non dicono)

Da Salvini a Farage, da Trump a Grillo: quello che i politici vogliono davvero (ma non dicono)
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Reuters/Alessandro Bianchi
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"Io spero che il Pd prenda almeno il 22%". E' l'auspicio di Matteo Salvini, pizzicato giovedì sera mentre confabulava con Raffaele Fitto e Giorgia Meloni al termine della conferenza stampa di fine campagna elettorale che ha riunito a Roma i principali esponenti del centrodestra. Un Fitto corrucciato esprime le sue preoccupazioni sulla possibile vittoria dei Cinque Stelle al sud ("I grillini al sud fanno cappotto. Sai che può succedere? Che vincono tutti i collegi uninominali"), suscitando la reazione sorpresa del leader della Lega: "Eh la Madonna! dici che il Pd perde così tanto?”, chiede Salvini. "Crollano completamente" è la replica di Fitto, che porta Salvini a dire: "Io spero che il Pd prenda il 22%".

Un dialogo da realpolitik, che squarcia il velo delle dichiarazioni di facciata tipiche della campagna elettorale ("Vinceremo con un'ampia maggioranza e governaremo il Paese" è il mantra da ripetere davanti alle telecamere). L'augurio di Salvini va letto chiaramente in chiave anti-M5S: per arginare i grillini serve che il Partito Democratico non crolli. Insomma, il nemico del mio nemico è mio nemico, ma mi serve. Il che porta ad una serie di considerazioni su quello che i politici vogliono davvero (ma non dicono) durante la campagna elettorale.

Pochi dubbi sul fatto che, nella maggior parte dei casi, il sogno di tutti gli schieramenti sia quello di ottenere una vittoria schiacciante. Non sempre però è così. Calcolo politico e visione a lungo termine fanno sì che a volte ad un'affermazione schiacciante sia preferebile una vittoria risicata. E poi sì, ci sono anche casi in cui a volte è meglio perdere (anche se nessuno lo ammetterà) per riprovarci più in là.

Salvini vuole vincere, su questo non ci piove. Non andare al governo però non sarebbe una tragedia. Anzi, per qualcuno "Palazzo Chigi non sarebbe la priorità. Vuole arrivare primo nel centrodestra e ingrossare il suo partito, perché pensa che la prossima legislatura durerà poco".

Reuters/Tony Gentile

Andare al governo pare non fosse neanche la priorità del M5S cinque anni fa. Nel 2013 il movimento di Grillo era già una delle principali realtà politiche in Italia ma, quando gli ultimi sondaggi prima delle elezioni ne mostrarono un'ulteriore crescita, fu lo stesso Grillo a mostrarsi quasi intimorito dall'eventualità di conquistare subito palazzo Chigi. Tanto da fare ipotizzare che l'obiettivo del comico non fosse quello di vincere ma di tornare alle urne l'anno dopo.

Trump, Johnson e Farage: vincitori senza volerlo?

Reuters/Peter Nicholls

Arrivare secondo con un voto in meno dell'avversario pare fosse anche l'obiettivo di Boris Johnson, tra i principali sostenitori della Brexit. Almeno secondo quanto dichiarato dal conservatore Alan Duncan in un documentario della Bbc subito dopo il voto: "Ho sempre pensato che Boris volesse perdere di un voto in modo da conquistare la leadership del partito senza poi essere costretto ad affrontare le conseguenze della Brexit". Johnson poi si sfilò dalla corsa per la guida del partito, mentre il leader di Ukip Nigel Farage, il principale sostenitore del 'leave', abbandonò la guida del partito subito dopo il voto, dichiarando la sua missione compiuta. Inutile aggiungere che entrambi furono massacrati dall'opinione pubblica e accusati di "abbandonare la nave che affonda".

Reuters/Kevin Lamarque

Poi c'è Donald Trump. Il candidato alla presidenza degli Stati Uniti ripudiato dal suo stesso partito, quei repubblicani che hanno fatto di tutto per mettergli i bastoni tra le ruote durante le primarie, senza riuscirci. Trump ha vinto contro tutto e tutti, secondo Michael Wolff anche contro la propria volontà. L'autore del controverso 'Fire and Fury', libro che svela i retroscena della campagna elettorale del 2016, sostiene che Trump non volesse vincere le elezioni, ma limitarsi sfruttare la nuova popolarità per i propri affari personali. Invece si sarebbe ritrovato imprigionato in un ruolo che non desiderava.