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Tra poco finisce una campagna elettorale in cui non si parla di nulla e nessuno ascolta

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Tra poco finisce una campagna elettorale in cui non si parla di nulla e nessuno ascolta

Tra poco finisce una campagna elettorale in cui non si parla di nulla e nessuno ascolta
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Qualche giorno fa, Daniele Lombardi, esperto di digital e social media strategist toscano, ha scritto su Facebook:

Stiamo vivendo la più triste campagna elettorale di sempre, non solo dal punto di vista dei contenuti, ma anche dei contenitori, ovvero dei modi di utilizzare i media e i new media per trasmettere le proprie idee, le proprie visioni e i propri valori. Al posto della professionalità si è preferito utilizzare l’approssimazione, al posto della trasparenza si è preferito l'opacità, al posto della gentilezza si è preferito inseguire l'odio e l'ignoranza dei leoni da tastiera. Meme populisti, foto ritoccate, fake-news, manifesti con modelli sloveni (per parlare degli italiani): la lista degli orrori (ed errori) comunicativi, è lunga, trasversale e variegata. Eppure, in questo panorama desolante, c'è stato anche chi ha avuto il coraggio di comunicare, fin dall'inizio, con intelligenza, colore e freschezza. Ecco, al di là delle idee politiche e dovendo dare solo mio giudizio di comunicatore, su questo io non ho nessun dubbio: loro hanno già vinto.

Il motto della campagna di comunicazione di +Europa è #StaiBonino. Sulla pagina ufficiale sono comparse brevi clip in cui la leader radicale risponde, sguardo in camera, agli hater che la insultano su Facebook, mentre nei comitati regionali sono apparsi meme come questo:

Su Facebook, attivisti, militanti, e semplici cittadini (alcuni con un passato di militanza nei Radicali) si sono lanciati in una maratona Facebook Live: 15 minuti di trasmissione live, seguendo un "piano editoriale" condiviso con tanto di linee guida per una maggiore efficacia, per "raggiungere più persone possibili" e spiegare "perchè ho scelto di votare +Europa con Emma Bonino".

Le ultime proiezioni danno +Europa - in lotta per superare la soglia del 3% - in crescita.

Colpiti da questa iniziative di attivismo "dal basso" e dal giudizio sul merito della comunicazione politica dato da Lombardi, ci siamo chiesti se la campagna elettorale della formazione alleata con il PD fosse effettivamente sopra la media, oppure questa percezione sia in qualche modo distorta dalla bolla Facebook, dalla camera degli echi in cui ci troviamo immersi - o almeno, si trova immerso chi scrive.

Per dirimere la questione, ci siamo fatti aiutare da Sara Bentivegna, sociologa e professoressa di comunicazione politica, teorie della comunicazione e digital media alla Sapienza di Roma.

Questo il riassunto della conversazione telefonica avuta sulle strategie di comunicazione dei partiti in questa campagna elettorale.

Cosa ne pensa della campagna comunicativa di +Europa?

Lo spot è fatto abbastanza bene, mi sembra un caso raro e unico e per qualche verso dipende anche dal passato del partito Radicale. Questa capacità comunicativa è da riferirsi ad un personaggio carismatico come Emma Bonino, viene naturale costruire un tipo di messaggio di questo genere. Lei è il collante che tiene insieme una parte dell'elettorato che fugge dal PD e una parte di elettorato con un'esperienza politica [radicale] di un certo tipo. Comunica un'idea di serietà e impegno che rimanda ad una generazione di lotte politiche.

Quali altri esempi virtuosi di comunicazione ha notato in giro? Qualcosa che si distingua a destra, al centro, tra i Cinque Stelle?

Si tratta di una campagna priva di contenuti politici interessanti, noiosa, e che segna un punto svolta dal punto di vista della comunicazione elettorale. I social media sono entrati a regime mentre in parallelo assistiamo alla scomparsa della tradizione cartellonistica. Nei paesi e nelle città sono scomparse intere plance, prima piene di manifesti, ora vuote. Questa assenza si deve a due ordini di fattori. Il primo è economico: i manifesti hanno un costo per l'ideazione, la produzione, l'attacchinaggio, e i partiti hanno meno soldi da investire. D'altro canto, questa attività è ora considerata marginale perché il web consente maggiore visibilità a costi più bassi. La valutazione costi-benefici ha fatto arrivare in massa partiti e candidati sul web. Così però non si raggiunge la fascia dell'elettorato anziano.

Oggi ho guardato la mia bacheca di Facebook e ho trovato 8 messaggi di natura politica elettorale, articolati in diverse forme (qui Openpolis parla di alcune tipologie di sponsorizzazioni social viste in giro, ndr)....

Com'è questa campagna elettorale dal suo punto di osservazione, nella sua "bolla"?

Ho notato sul web un ricorso sistematico al video - premiato dall'algoritmo - che ripropone una forma comunicativa scomparsa per via degli alti costi, quella degli spot elettorali. Non abbiamo praticamente più spot in televisione perché sono soggetti a particolari restrizioni legislative, mentre il web consente costi più bassi e una più efficace "targettizzazione" degli spot.

Non mi fraintenda, gli spot elettorali sono sempre stati personalizzati: negli States vengono mandati in onda in alcuni Stati e in altri no. Oggi invece la "targettizzazione" avviene con le banche dati di Google e Facebook che consentono di mirare non solo a livello generale ma anche invididuale, in base alle caratteristiche dell’elettore che si vuole raggiungere.

Eppure, questo spot su Facebook sfugge allo sguardo di molti spettatori: se non viene segnalato da qualcuno, potremmo non vederlo mai, non sapere quanti e quali spot vengono proposti dai partiti, quanti soggetti vi entrano in contatto. Siamo in un buco nero sia della produzione che del consumo.

Un altro elemento che mi ha colpito, guardando la mia bacheca Facebook, è come l'ecosistema mediale sia sempre più integrato. Mi sono stati riproposti gli interventi dei politici a Porta a Porta, a Che Tempo che Fa, etc. La televisione quindi non raggiunge più solamente i soggetti che guardano la diretta ma rilancia i suoi contenuti tramite il profilo dei candidati stessi. Si crea un cortocircuito.

Il profilo Facebook di Berlusconi, da questo punto di vista, è un caso da manuale.

Esattamente. È il meno tecnologicamente attrezzato tra i politici nell'agone, ma i suoi collaboratori recuperano questa sua mancanza rilanciando le sue presenze nei programmi televisivi. La sua forza sta nella capacità comunicativa.

Quello che non ho notato, ma il mio punto di vista potrebbe essere penalizzato o biased, è l'assenza significativa della partecipazione dal basso, grassroots, ovvero dei militanti che danno vita a espressioni comunicative autonome in appoggio di un candidato. Noi cittadini/elettori siamo un po’ marginali: siamo chiamati a guardare, quasi fossimo riportati a quel ruolo di consumatori passivi di un messaggio costruito da altri.

L'assenza di una vera mobilitazione dal basso sui social network riguarda anche il Movimento Cinque Stelle, che da diversi anni ormai ne fa il proprio punto di forza?

Sì, ho notato una partecipazione diffusa meno forte rispetto al passato e delle forme di comunicazione molto semplici, e a volte imbarazzanti, amatoriali. Anche dal punto di vista della partecipazione light, quella parodica e dei meme, come se ci fosse una stanchezza diffusa: forme comunicative che nel 2013 potevano essere interessanti, ma oggi sono talvolta un po' banali. Inoltre, sia loro che Berlusconi utilizzano i colori giallo e blu per i loro post "didascalici", come se il livello di comunicazione fosse al livello di “istruzioni per l’uso” piuttosto che fornire elementi su cui riflettere.

Una campagna elettorale dunque povera non solo di forme originali, ma anche di contenuti...

Avrei qualche difficoltà a ricordare e citare spot originali. Non mi sembra siano costruiti su temi forti intorno ai quali si radunano i candidati e i partiti. È campagna senza temi e senza proposte politiche su cui confrontarsi.

Esistono alcune posizioni su cui Salvini ha ownership, come il tema dell’immigrazione, che ripropone in continuità in qualsiasi contesto. Ma perfino il famoso spot VINCISALVINI non rimanda a temi o questioni politiche quanto a forme di divismo politico, in cui il candidato si mette a disposizione e dedica agli utenti il suo tempo, [solleticando] il narcisismo degli utenti della rete. Il premio è vedere la propria foto su una bacheca con milioni di follower. Parliamo di divismo che si mescola a narcisismo, niente più.

Dalla Boldrini a Ettore Rosato, sui loro profili i politici sono molto attivi nello smentire le cosiddette fake news...

Penso sia un problema culturale, prima ancora che politico. Mi chiedo quanto siano reali, e quanto il problema venga piuttosto evocato: ma ogni volta che si evoca qualcosa, gli si dà vita.

Il PD aveva annunciato un report quindicinale sulle fake news di cui sono usciti appena tre numeri ma non mi sembra abbiano scoperto chissà che.

Diciamoci la verità: le fake news sono leggende metropolitane che hanno sempre girato nella storia della comunicazione politica, perchè dare loro questa dignità? Maldicenze e bugie ci sono sempre state, fanno parte del gioco, ma ora sembrano in grado di cambiare qualcosa. Il problema è culturale, viene usato per creare un clima di incertezza, confusione e opacità sulla campagna elettorale stessa.

È un peccato perché questa legge elettorale avrebbe potuto far auspicare un ritorno ad una sana dialettica territoriale, quella delle circoscrizioni, delle parrocchie, dei partiti di massa del XX secolo come Democrazia Cristiana e Partito Comunista. I loro punti di forza erano proprio la presenza capillare sul territorio e il contatto diretto con gli elettori.

Spesso ci dimentichiamo di capire che le campagne elettorali dipendono dalla legge elettorale. Quella approvata contiene in sè alcuni problemi che si riflettono sulla campagna stessa. Esistono i candidati ai collegi uninominali e quelli eletti col proporzionale che fanno una campagna diversa. Il problema generale, che fa da cornice, è che manca il confronto su temi e programmi. Questo genera disinteresse, che è alimentato dall'esito incerto del voto, ovvero la formazione di alleanze che non potranno tentare un minimo di accordo. Gli elettori, percependo un clima vago e confuso, guardano da lontano la campagna elettorale decidendo all’ultimo momento.

Quello tra politici ed elettori è diventato quindi un rapporto unidirezionale, che va dall'alto verso il basso, in cui nessuno ascolta più nessuno.

Abbiamo un soggetto che parla all’elettore ma che non lo ascolta. Anzi, non ha neanche bisogno di questa interazione perché il sistema elettorale vigente non si basa su questo tipo di rapporto. Nel Regno Unito, il rapporto tra elettore ed eletto in una constituency continua anche dopo la campagna elettorale, durante la legislatura. Stavolta i politici non ci provano anche ad ascoltare e i collegi elettorali sono visti come una sorta di taxi che portano in Parlamento.