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I detriti spaziali, un problema sempre più urgente

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I detriti spaziali, un problema sempre più urgente

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I detriti spaziali sono un problema sempre più urgente.

I detriti spaziali sono un problema sempre più urgente. In orbita ci sono circa 8mila tonnellate di detriti spaziali: 29mila oggetti di oltre 10 centimetri e più di un milione di frammenti troppo piccoli per essere tracciati. Sono un pericolo per i satelliti e per gli astronauti. Le collisioni sono possibili, perciò ogni detrito rappresenta un pericolo.

“Se un detrito anche uno molto piccolo colpisse un altro oggetto, come un satellite, lo farebbe esplodere a causa della grande velocità a cui viaggia – dice a euronews Luisa Innocenti, capo del Clean Space Office dell’Esa, l’Agenzia spaziale europea -. L’impatto creerebbe a sua volta un nuvola di nuovi detriti. Quindi anche gli oggetti più piccoli non vanno trascurati.

Ogni anno 200 esperti in materia di spazzatura spaziale si riuniscono nella sede dell’Esa per affrontare la questione. Tra loro ci sono i rappresentanti delle agenzie spaziali e delle aziende che producono satelliti e razzi.

“Il problema dei detriti si può risolvere in due modi – aggiunge la Innocenti -. Prima di tutto dobbiamo smettere di inquinare. Poi dobbiamo ripulire lo spazio dai detriti in orbita”

Gli ingegneri dell’Agenzia europea stanno lavorando a una missione chiamata e.Deorbit, che prevede l’utilizzo di un veicolo spaziale in grado di catturare i satelliti in disuso. Utilizzano un robot e un modello di satellite per simulare il recupero di un detrito spaziale di grosse dimensioni.

“Ci serviamo di una telecamera montata sul braccio del robot per riprodurre il movimento del satellite che vogliamo rimuovere – spiega a euornews Jesu Gil Fernandez, ingegnere dell’Esa -. Una volta che siamo sicuri di muoverci in sincronia come due ballerini, ma senza toccarci, possiamo muovere il braccio meccanico per agganciare il satellite. Dopo averlo agganciato ripetiamo l’operazione con l’altro braccio, in modo da poterci servire di due mani per spostarlo. Il passo successivo è quello di farlo rientrare nell’atmosfera terrestre e poi di farlo precipitare in modo controllato nel Pacifico del Sud”.

Un altro sistema in fase di studio prevede l’utilizzo di reti in grado di catturare grossi pezzi di spazzatura spaziale. “L’idea alla base di questo sistema è di imitare quello che fanno i pescatori – dice Michèle Lavagna, professoressa del Politecnico di Milano -. Serve una rete molto grande. Poi dobbiamo restare a una certa distanza dai detriti e dai satelliti che si muovono in maniera imprevedibile, non serve avvicinarsi troppo. Quindi non ci resta che prendere la mira e lanciare la rete per catturare il nostro oggetto spaziale. Sarà il movimento stesso del satellite a far sì che la rete lo avvolga completamente. A questo punto saremo in grado di spostarlo dove vogliamo nello spazio, così come fanno i pescatori con i pesci.

Al momento la missione e.Deorbit non ha i finanziamenti necessari ad essere lanciata. Di conseguenza satelliti del valore di milioni di euro continuano a rischiare di essere colpiti da un detrito spaziale. Anche le persone sono in pericolo. La Stazione spaziale internazionale deve spesso compiere delle manovre per evitare la spazzatura in orbita. Per proteggere gli astronauti dai detriti più piccoli gli ingegneri hanno creato una protezione speciale.

“Il detrito arriva, perfora questo strato, ma viene frammentato nell’impatto in tantissimi frammenti più piccoli – ci spiega Lilith Grassi -. Questa nube di frammenti viene assorbita dal secondo strato, che è uno strato in Nextel e Kevlar; questo per impedire che la parte interna, la parte pressurizzata, dove vivono gli astronauti, venga perforata.”

La necessità di tenere sotto controllo i detriti aumenta man mano che vengo lanciati nuovi satelliti. Oggi ce ne sono circa 2mila in funzione, sia in orbita bassa sia in orbita geostazionaria. Alla fine del loro ciclo di vita i satelliti più lontani sono parcheggiati in orbita, mentre quelli più vicini alla Terra vengono riportati a casa

Durante il rientro i satelliti prendono fuoco a contatto con l’atmosfera. I componenti in titanio e acciaio però resistono alla combustione e precipitano sulla Terra. Gli ingegneri stanno studiando cosa succede in questa breve fase del rientro, con l’obiettivo di costruire satelliti di cui sia possibile controllare il processo di disintegrazione.

Nei primi decenni dell’esplorazione spaziale i detriti non erano una preoccupazione. Oggi non è più così. Gli operatori spaziali sono costretti a spendere sempre più tempo e denaro per evitare le collisioni. Ma chi è il responsabile di questo inquinamento?

“Tutti hanno inquinato – dice la Innocenti -. Alcuni paesi hanno inquinato di più, ma per il semplice motivo che hanno effettuato più lanci. Non penso sia possibile individuare un solo colpevole. Il livello di inquinamento generato da un paese è direttamente proporzionale al numero dei satelliti lanciati in orbita”.

Oggi la fase terminale della vita dei satelliti europei viene pianificata ancora prima del lancio secondo precise linee guida. Tuttavia il rischio di collisioni in orbita rimane.