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Messico: gli Zeta e il carcere degli orrori, più di 150 omicidi a Pedras Negras

Una nuova inchiesta fa luce sulle attività criminali del gruppo, che nel biennio 2010-2011 controllava la prigione al confine con gli Stati Uniti. Tutto questo con la complicità delle autorità locali

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Messico: gli Zeta e il carcere degli orrori, più di 150 omicidi a Pedras Negras

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Un carcere statale controllato da una delle più temute organizzazioni criminali del paese e usato come base per assoldare sicari e gestire il traffico di droga con gli Stati Uniti. Tutto questo con la complicità delle autorità locali.

Un’inchiesta di oltre 1500 pagine appena presentata a Città del Messico svela nel dettaglio le attività criminali degli Zeta nella prigione di Pedras Negras, nello stato di Coahuila, distante appena sei chilometri dal confine con il Texas.

Il periodo considerato è il biennio 2010-2011, durante il quale gli Zeta avevano un controllo totale della prigione. I suoi componenti potevano entrare e uscire a piacimento, in molti casi con l’aiuto dei secondini. Gli altri detenuti vivevano sotto la loro costante minaccia.

Il carcere era usato anche come campo di sterminio. Al suo interno gli Zeta sequestravano, torturavano e assassinavano le loro vittime, bruciando i loro resti. Nell’inchiesta si legge che sono più di 150 gli omicidi commessi a Pedras Negras.

Attività criminali portate avanti con la complicità delle autorità dello stato di Cohauila, che non consentivano al governo federale di entrare a Pedras Negras senza il consenso del direttore del carcere, che era però nominato dagli Zeta.

L’arresto del leader Omar Treviño Morales nel 2015 ha dato il via a una guerra intestina nell’organizzazione, che si è scissa in due gruppi in lotta tra loro per il controllo del territorio. Formatisi a metà anni ’90 come gruppo paramilitare, gli Zeta sono stati per anni il braccio armato del Cartello del Golfo. Nel 2010 la fine del periodo di alleanza ha segnato il loro ingresso nel mondo del narcotraffico.