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Migranti, in lieve ma costante crescita gli arrivi: cosa succede?

Intensificazione del fenomeno migratorio non solo in Italia ma anche in Grecia. Attenzione alla situazione in Libia, Tunisia ed Algeria

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Migranti, in lieve ma costante crescita gli arrivi: cosa succede?

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Siamo a novembre, fa piuttosto freddo eppure lunedì 6 a Crotone sono sbarcati oltre 370 migranti. Il giorno prima ha attraccato al molo di Salerno un’imbarcazione battente bandiera spagnola che aveva raccolto nel Mediterraneo 375 persone.

L’anno scorso in Italia sono stati registrati 181mila sbarchi, ad oggi siamo a 114mila. Meno dello stesso periodo del 2016 (160mila), eppure un’occhiata ai numeri mostra che, se il flusso di arrivi è diminuito rispetto agli anni precedenti, negli ultimi giorni si sta assistendo ad un lieve ma significativo incremento degli arrivi. Anche in condizioni più difficili rispetto al periodo estivo. In agosto, sono arrivate via mare in Italia quasi 4mila persone. A settembre e ottobre siamo intorno ai 6mila.

Anche in Grecia numeri in crescita
Sulle coste elleniche, nell’aprile 2017, si sono contati 1.156 sbarchi provenienti dalla Turchia. In agosto 3.584, a settembre 4.886 e a ottobre 4.134. Niente a che vedere con le drammatiche proporzioni del 2015, quando arrivarono quasi un milione di persone sulle coste greche, ma qualcosa sta accadendo. Cosa, esattamente? Chiusa una porta, ovvero la rotta libica dopo l’accordo con le autorità locali, si apre un portone, ovvero altre rotte?

“Non è esattamente così, ma c’è sempre il rischio che quel portone si riapra rapidamente, soprattutto sotto elezioni. Eppure in questo periodo stiamo assistendo a ‘tanti piccoli portoncini’ che si riaprono. Si notano di più perché la rotta libica è chiusa al momento”, spiega Matteo Villa, Research Fellow esperto in materia per ISPI, Institute for International Political Studies con sede a Milano.


Un veicolo militare della Libyan National Army nei pressi di Benghazi. Foto: REUTERS/Esam Omran Al-Fetori

In Libia, condizioni “allucinanti”
Da Sabrata, città costiera tra Tripoli e la Tunisia, si sono registrati diverse partenze a fine settembre, quando il controllo della città è passato di mano. Le lotte intestine in città hanno lasciato sul campo decine di morti e le nuove milizie che hanno preso il controllo vogliono mostrare di essere ancor più disponibili a cooperare con l’Italia dei predecessori, di fronte al governo di unità nazionale.

Da febbraio aiutiamo la guardia costiera libica anche con mezzi marittimi, ma le condizioni nel paese – dove sono bloccati centinaia di migliaia di migranti – sono state definite “allucinanti” in un reportage della ong Irin. Da metà luglio a inizio settembre gli arrivi sono calati dell’87% rispetto al 2016, ma questo non ha corrisposto ad un miglioramento della situazione umanitaria. Tanto che l’agenzia Onu, UNHCR ha parlato di “abuso dei diritti dell’uomo”. Storie di torture e stupri sono all’ordine del giorno in Libia, scrive Irin. L’UE è al corrente di tutto, come testimoniano i fondi elargiti per migliorare le condizioni nei centri.

In Libia, la rotta è stata chiusa “in stile mafia” ritiene Villa di ISPI, e con il monopolio dell’uso della forza da parte delle milizie. La tratta si concentra a Sabrata e dintorni “ed è difficile da parte dei trafficanti fare concorrenza. Una volta tappato, il flusso non si apre altrove in quanto i migranti sono detenuti e bloccati dal controllo delle milizie”.

Stiamo allora ripetendo una politica già attuata con Gheddafi, ma in forme diverse? “E’ troppo presto per dirlo”, ritiene la politologa delle università di Tufts e Harvard, Dr. Kelly M. Greenhill, autrice di Armi di migrazione di massa in cui studia il fenomeno delle migrazioni usate come arma di coercizione per forzare la tenuta degli Stati democratici.


Un membro della Libyan National Army. Foto:REUTERS/Esam Omran Al-Fetori

“Come mostro nel mio libro, questo tipo di accordi – per quanto dolorosi dal punto di vista dei diritti umani – possono risolvere o almeno mitigare le sfide domestiche dal punto di vista politico, economico e sociale. Eppure, allo stesso tempo, possono anche rendere gli stati che li fanno più vulnerabili a futuri, anche tentativi seriali di predazione. L’uso recidivo che ha fatto Gheddafi di questo strumento di ricatto, negli anni 2000, è stato drammatico ma difficilmente unico. E abbiamo visto, dopo la sua caduta, che un cambio di regime non risolve necessariamente il problema. L’Europa sta vivendo un dilemma complesso e complicato, e le sfide incombenti si riversano su un’ampia gamma di altre problematiche politiche, economiche e sociali. Anch’esse molto impegnative”.

“Un conto era fare accordi con il regime di Gheddafi, una situazione più simile a quella di Erdogan, ovvero in un contesto di stato sovrano e funzionante”, ritiene Nadan Petrovic, docente di Strategie per la Cooperazione dell’Università Sapienza e autore di Rifugiati, profughi, sfollati. Breve storia del diritto d’asilo in Italia. “Ma in Libia, ora, non si assiste a nulla di simile e non ci sono particolari speranze che la situazione possa migliorare, almeno nei mesi a venire. Gli osservatori parlano di una possibile nuova Somalia, non è un’ipotesi del tutto remota”.

Attenzione a Algeria e Tunisia
Non solo Libia. La commissione UE ha siglato simili patti con cinque stati africani: Niger, Mali, Nigeria, Senegal e Etiopia. Intanto altre rotte, non collegate tra loro secondo gli esperti, iniziano a saltare agli occhi dell’opinione pubblica internazionale. Come quella algerina, dove scrive il Guardian ci sarebbero circa 100mila africani bloccati in un collo di bottiglia. Per la maggior parte da Mali, Niger e Burkina Faso. Nel paese la situazione è grave e le autorità che hanno iniziato a profilare e deportare i migranti subsahariani, denuncia Amnesty.

La rotta che passa dal paese confinante, la Tunisia, finora è stata “la più bistrattata”, sostiene Matteo Villa, eppure sono tanti i tunisini che cercano di ripartire. “Nel 2011 la prima crisi migratoria è stata proprio quella dei tunisini, ai tempi delle primavere arabe. Poi si è aperta la rotta libica e quella tunisina si è chiusa”.

A sei anni dalla “rivoluzione del gelsomino”, segnata dalla caduta del regime di Ben Ali, la Tunisia sta portando avanti la transizione democratica. “Quelli che arrivavano all’inizio avevano paura delle purghe o dell’incertezza. In questo flusso c’era anche Anis Amri, l’attentatore di Berlino”. Dopo l’illusione di una ripresa economica, continua Villa, “ora i tassi di disoccupazione sono simili a quelli del periodo di Ben Ali e i tunisini devono capire cosa fare dopo 6 anni di transizione che ha funzionato dal punto di vista politico ma non economico”.

“Sud Sudan e altre zone di crisi non sono molto lontane, non è inverosimile che la pressione sia dei rifugiati che dei migranti continui”, aggiunge Nadan Petrovic della Sapienza.

L’accordo Turchia-UE vacilla ma tiene
“L’accordo UE-Turchia vacilla ma le pressioni sono comunque tante”, conclude Villa. “Anche la situazione greca è da tenere sott’occhio. Ma il Mediterraneo è enorme, le rotte non sono connesse. Non è che si chiude una e se ne apre un’altra. In pochi arrivano in Italia direttamente dalla Turchia, sono circa 3mila quest’anno. Anche nel caso delle rotte che ci sembrano più influenzabili a vicenda, ci vogliono mesi, e le indicazioni in questo momento ci dicono che anche gli algerini e tunisini si mettono in viaggio in maniera superiore al passato”.


Tunisia, giovani mostrano il loro diploma: non riescono a trovare lavoro in Tunisia e voglionono lasciare il Paese. Monastir, Tunisia. Foto: REUTERS/Zoubeir Souissi

Cambio di passo nelle politiche migratorie?
Stima Petrovic che l’Italia è da molti anni, almeno dal 2008, nella parte alta della classifica delle richieste d’asilo nei paesi industrializzati. “Nel 2008 e 2011 è stata quarta al mondo, nel 2014 quinta, nel 2016 terza dopo Germania e Stati Uniti”.

L’esperto sottolinea come sia necessario un cambio di passo nelle politiche nazionali ed europee per far fronte ad una situazione come questa, per cui la luce in fondo al tunnel stenta a intravedersi. La Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, il trattato multilaterale delle Nazioni Unite che definisce chi è un rifugiato, i diritti dei singoli che hanno ottenuto l’asilo e le responsabilità delle nazioni che garantiscono l’asilo medesimo, appartiene ormai ad un’altra epoca.

“Il contesto era quello di un mondo bipolare segnato dalla guerra fredda, con attenzione alla persecuzione individuale. L’identikit del perseguitato era il dissidente dell’europa dell’est. Lo scenario è cambiato dagli anni ‘70, principalmente negli altri continenti come Asia e Africa, dove i rifugiati sono diventati persone in fuga dai conflitti armati”.

In Europa è stata quindi introdotta la protezione sussidiaria che permettere l’asilo a persone che non rientrano nei parametri di Ginevra. “Oggigiorno però abbiamo sempre più a che vedere con categorie miste, a metà tra il migrante economico e il rifugiato. Ci sono tantissime situazioni: c‘è chi fugge dalla guerra ma non è perseguitato individualmente e chi si muove per via dei cambiamenti climatici”, conclude Petrovic. “Avremo bisogno di nuovi strumenti, ma tutti hanno paura di mettere mano alla convenzione di Ginevra perché non ci sono garanzie, in questo contesto, di riuscire ad ottenere trumenti migliori. A livello europeo ne abbiamo pochi o quasi nessuno. Con poche eccezioni, è quasi impossibile entrare in UE per motivi di lavoro, sia in Italia che altri paesi. Questo indubbiamente aumenta la pressione sugli ingressi irregolari dei presunti rifugiati. Avremmo bisogno di un combinato disposto di politiche di migrazione e asilo”.