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Glifosato, sì o no? Riassunto delle puntate precedenti

Si tratta del diserbante più venduto al mondo, brevettato nel '74 da Monsanto. La nostra ricostruzione ha generato la risposta di EFSA: "Tutte le sostanze chimiche sono tossiche. La questione nel caso del glifosato ruota intorno all’aspetto cancerogeno"

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Glifosato, sì o no? Riassunto delle puntate precedenti

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AGGIORNAMENTO 25/10: Non c‘è l’accordo tra i paesi Ue sul rinnovo di autorizzazione del glifosato e quindi slitta il voto. La riunione del comitato Ue per gli alimenti, mangimi e piante che oggi avrebbe dovuto esprimersi su una proposta di rinnovo della licenza dell’erbicida tra i 5 e i 7 anni si è conclusa senza voto. “La Commissione ha preso atto delle posizioni delle diverse delegazioni degli stati membri – dice la portavoce dell’esecutivo Ue per la salute – su cui rifletterà e annuncerà prossimamente la data della prossima riunione.

Intanto il nostro articolo ha generato la risposta dell’EFSA, Autorità europea per la sicurezza alimentare. Abbiamo ricevuto e pubblichiamo volentieri la richiesta di rettifica. A sinistra troverete quindi l’articolo originale, a destra la replica dell’Efsa e le osservazioni della nostra giornalista.


ARTICOLO ORIGINALE: Il 24 e 25 ottobre i Paesi europei votano su una proposta di rinnovo dell’autorizzazione all’uso, per dieci anni, del principio attivo presente in oltre 750 erbicidi. Il primo, e più famoso, è il famigerato Roundup, brevettato nel 1974 dal gigante dell’agrochimica Monsanto . Va a braccetto, tra l’altro, con le colture geneticamente modificate dette roundup ready , cioè resistenti al principio attivo, che sennò le distruggerebbe, in quanto è in grado di uccidere qualunque pianta, in modo non selettivo.

Oggi è il diserbante più venduto al mondo, il suo consumo annuale è stimato a 825mila tonnellate, un quarto del mercato globale, ma è anche il più contestato, da anni.

Una coalizione di cittadini si è prefissata di raccogliere un milione di firme in almeno sette stati europei per ottenere da Bruxelles la revoca dell’autorizzazione, che scade a fine anno. L’obiettivo del milione di firme era stato superato già a metà giugno.

Glifosato cancerogeno? Probabile
La battaglia del glifosato è stata dichiarata ufficialmente il 20 marzo 2015, quando la IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro), filiazione dell’Organizzazione mondiale della sanità, e massima autorità internazionale, ha pubblicato un documento in cui dichiarava, per la prima volta ufficialmente, il glifosato genotossico per il DNA, cancerogeno per gli animali e potenziale cancerogeno per l’uomo . È l’ormai famosa Monografia 112 ,



Pressioni sugli scienziati
Dopo la pubblicazione della IARC, il fuoco di fila per contrastare un eventuale bando, da parte di una multinazionale che gioca la propria sopravvivenza sul Roundup è cominciato subito. Ci sono stati gli attacchi all’autorevolezza scientifica degli esperti che hanno partecipato alla valutazione. Arma letale: l’accusa di fare della scienza spazzatura , gettata addosso all’agenzia dell’OMS. A partire dal 20 marzo 2015 i membri della IARC sono stati sottoposti a grande pressione, e oggi non si esprimono, ma l’annuncio che apre la pagina web dell’organismo parla per loro.

Members of the IARC Monograph Working Group which evaluated glyphosate in March 2015 have expressed concern after being approached by various parties asking them to justify scientific positions in draft documents produced during the Monographs process. IARC would like to reiterate that draft versions of the Monographs are deliberative in nature and confidential. Scientists should not feel pressured to discuss their deliberations outside this particular forum.


Contrordine dell’EFSA
Il culmine della confusione sulla vicenda giunge nell’ottobre del 2015, quando l’agenzia europea EFSA, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, seguita successivamente dall’ECHA, l’Autorità europea per i prodotti chimici, ribaltano le conclusioni della IARC, sostenendo che non ci sarebbero prove della cancerogenicità del composto sull’uomo.



Le due entità non lavorano allo stesso modo
La IARC emette una previsione sull’eventuale pericolo che presenta una sostanza, le due agenzie europee fanno invece un risk assessment , cioè devono stabilire, ad esempio, le dosi consentite di contaminazione al di sotto delle quali non ci sarebbe rischio. Nessuna di loro fa direttamente le ricerche in laboratorio, la valutazione si basa su studi già disponibili. Ma c‘è una differenza di fondo: la IARC prende in esame solo ricerche fatte in laboratori certificati indipendenti, l’agenzia europea, invece, via gli istituti che coinvolge nell’esame delle molecole, può basarsi anche su studi presentati dalle stesse aziende produttrici dei composti. In questo modo il controllato si trasforma anche in controllore, ma per vie traverse, senza dare troppo nell’occhio, anche perché spesso le fonti non vengono rese pubbliche.

A settembre, la rivelazione bomba pubblicata da alcuni quotidiani internazionali, che ha mostrato come intere pagine di quel rapporto EFSA riprendevano parola per parola la richiesta di rinnovo presentata dalla stessa Monsanto. L’ EFSA ha smentito, parlando di malinteso sul sistema di valutazione.

Legami inconfessabili e inconfessati
A metà del 2016 è partita la controffensiva degli ambientalisti e delle associazioni internazionali per la difesa dei cittadini, come Global 2000 , che hanno rivelato la permeabilità fra il mondo delle multinazionali della chimica e gli organismi scientifici cui l’EFSA aveva assegnato il compito di esprimere un parere sulla dangerosità del glifosato.

Uno di questi è il BfR , l’Istituto tedesco per la valutazione dei rischi, con sede a Berlino. Un terzo dei membri della Commissione pesticidi avrebbe legami diretti o indiretti con i colossi della chimica. Due hanno avuto contatti con la Bayer, ad esempio, e altri due con la Basf. Entrambe le aziende hanno interessi nel glifosato. Fra i casi emblematici, il capo del Dipartimento sicurezza pesiticidi, Roland Solecki, fra gli ispiratori della prima autorizzazione alla messa sul mercato del glifosato in Germania e in Europa. Per lui è stato scoperto un legame diretto con l’ ILSI , la lobby americana della chimica, a cui è affiliata anche la Monsanto, che ha brevettato il glifosato.

La replica dell’Efsa (in corsivo gli estratti dell’articolo cui l’Efsa ha inteso rispondere):

1) IARC prende in esame solo ricerche fatte in laboratori certificati indipendenti

REPLICA: IARC prende in esame studi non protetti da confidentiality claims (cioè studi i cui dati grezzi sono disponibili a tutti). La questione dei ‘laboratori certificati indipendenti’ non ha nulla a che vedere con la scelta degli studi da considerare. Anche perché, come spiego sotto, i laboratori indipendenti sono quelli che ottengono una certificazione. E che sono quindi laboratori ritenuti affidabili per fare certi test.

Inoltre si noti che la valutazione dell’ IARC si è basata anche su studi dell’industria (2 studi sulla cancerogenicità). Studi non protetti da confidentiality claims ma fatti dall’industria.

2) l’agenzia europea, invece, via gli istituti che coinvolge nell’esame delle molecole, può basarsi anche su studi presentati dalle stesse aziende produttrici dei composti. In questo modo il controllato si trasforma anche in controllore, ma per vie traverse, senza dare troppo nell’occhio,anche perché spesso le fonti non vengono rese pubbliche.

REPLICA: Le agenzie europee DEVONO basarsi anche su studi presentati dalle aziende. La regolamentazione UE per i pesticidi prevede che l’onere della prova della sicurezza gravi sull’ azienda che cerca di immettere sul mercato i propri prodotti. In altre parole, si chiede all’azienda –e non ai contribuenti- di pagare i costi legati a un dossier di approvazione di una sostanza attiva. Questo è prescritto nella legislazione europea.

La legislazione richiede all’industria di presentare un fascicolo contenente una serie di studi obbligatori, detti anche ‘studi normativi’. La legislazione chiede all’industria di effettuare, anche, una rassegna bibliografica degli studi scientifici pubblicati negli ultimi dieci anni. Il fascicolo include quindi gli studi disponibili nella letteratura scientifica e gli studi che l’industria deve produrre come parte dell’application.

Quando l’ industria presenta studi a sostegno di una domanda di autorizzazione di una sostanza attiva, non lo fa (come suggerisce l’articolo) in piena libertà. L’industria è tenuta a seguire rigorose linee guida stabilite dalla legislazione Europea e dai documenti orientativi dell’ EFSA. Ad esempio, tutti gli studi normativi devono essere condotti nell’ ambito della “buona prassi di laboratorio”, un protocollo OECD destinato a garantire la coerenza, l’ affidabilità e l’ integrità dei test di sicurezza chimica. In ambito scientifico regolamentare, lo stato di uno studio, ad esempio indipendente o sponsorizzato dall’ industria, è irrilevante ai fini della valutazione se lo studio è stato progettato, realizzato e riferito correttamente. Il numero di laboratori in grado di effettuare studi conformi alle norme OECD è limitato. Anche se, in una situazione ipotetica, fosse l’ EFSA e non l’ industria a pagare per uno di questi studi normativi, è probabile che l’ EFSA dovrebbe utilizzare uno degli stessi laboratori utilizzati dall’ industria.

Quindi, gli studi pagati dall’ industria devono essere (e vengono) eseguiti in laboratori appositamente certificati che sono soggetti a verifiche periodiche. Ogni studio deve essere corredato di una relazione dettagliata, che consenta alle autorità come l’ EFSA (o ECHA) di verificare l’ affidabilità e la qualità dei risultati e di decidere quali aspetti dello studio utilizzare nella valutazione del rischio. Nel processo di peer review questi studi vengono esaminati dagli esperti di EFSA e dei 28 paesi membri che partecipano al risk assessment. Non è raro che gli esperti degli Stati membri e l’ EFSA non siano d’ accordo con l’ industria su come interpretare i risultati di questi studi ai fini della valutazione del rischio.

E’ anche importante notare che il riesame dell’ UE ha esaminato una combinazione di studi pubblicati nella letteratura scientifica e di studi normativi. Tutti gli studi esaminati dall’ IARC sono stati esaminati anche da EFSA.

In 15 anni EFSA (e gli Stati membri dell’UE) hanno valutato diverse centinaia di sostanze attive. Il sistema che ho brevemente illustrato sopra (e che viene criticato nell’articolo) è lo stesso che ha permesso di regolamentare o di mettere al bando sostanze chimiche ritenute pericolose. E’ lo stesso sistema che, ad esempio, ha permesso di valutare i rischi di un’altra famiglia di pesticidi (detti neonicotinoidi) nei confronti delle api. Questo per dire che coloro che criticano il sistema –ed EFSA- in relazione al glifosato sono in molti casi gli stessi che hanno applaudito il sistema –ed EFSA- quando il risultato del lavoro su altri pesticidi ha evidenziato risultati convenienti.

A settembre, la rivelazione bomba che ha dimostrato come intere pagine di quel rapporto EFSA riprendevano parola per parola la richiesta di rinnovo presentata dalla stessa Monsanto.

REPLICA: EFSA ha rimandato al mittente le accuse un mese fa (vedi lettera disponibile sul nostro sito – NDR: link poi aggiunto nell’articolo ci scusiamo per la dimenticanza -) e ha, a più riprese, spiegato che ogni illazione di ‘plagio’ basa su una totale mancanza di comprensione del quadro comunitario di valutazione dei pesticidi o, più probabilmente in questo caso, su un tentativo intenzionale di screditare il processo scientifico e le organizzazioni responsabili della valutazione. Il processo di valutazione dei rischi di EFSA è del tutto trasparente. Le conclusioni di ogni sostanza attiva analizzata (incluso il glifosato) e tutti i documenti di riferimento sono pubblicati sul sito web dell’ EFSA. Le accuse sono per altro vecchie di due anni: apparse per la prima volta nel 2015 in un articolo disponibile sul sito di Corporate Europe Observatory. Il fatto che siano riemerse ora non sorprende, data l’ imminente decisione normativa sulla riautorizzazione del glifosato.

Tossicità ormai provata. Da tutto questo deriva la diffidenza dell’opinione pubblica, anche nei confronti dei regolatori che dovrebbero assicurare la sicurezza dei prodotti messi in circolazione in Europa. Ma c‘è ovviamente anche altro, perché, nel frattempo, altre autorevoli ricerche, condotte in Italia all’ Istituto Ramazzini di Bologna , hanno evidenziato in laboratorio i danni provocati dal roundup su un modello equivalente uomo , una delle ragioni, con molta probabilità, per cui il governo italiano ha preannunciato un voto negativo, a Bruxelles, all’autorizzazione del composto per ulteriori 10 anni.

REPLICA: Tutte le sostanze chimiche sono tossiche. La questione nel caso del glifosato non ruota intorno alla tossicità ma all’aspetto cancerogeno della sostanza. E’ su questo aspetto che si fonda la divergenza scientifica tra EFSA, ECHA, WHO JMPR, etc… e l’IARC. Se non erro, la ricerca dell’istituto Ramazzini menzionata nell’articolo non parla di rischio di tumori. Se lo fa, lo fa in maniera molto cauta (lo studio ha finora prodotto risultati preliminari, da quello che ho potuto leggere). Il governo Italiano, a livello tecnico e attraverso gli esperti nominati a fare parte del processo di peer review del glifosato, ha sottoscritto le conclusioni pubblicate da EFSA nel 2015. Solo un paese membro dell’Ue, la Svezia, era in disaccordo.

—- Osservazioni dell’autrice:

L’articolo in questione è nato con l’obiettivo di ripercorrere a grandi linee il tema del glifosato, di cui si dibatte e si delibera a Bruxelles e a cui l’opinione pubblica europea è molto sensibile. Volevamo riprendere le tappe salienti della vicenda negli ultimi anni, e in quest’ottica, abbiamo fatto un accenno al contenuto pubblicato, fra l’altro da Le Monde, il mese scorso. Nel corpo del pezzo è effettivamente sfuggito il riferimento alla risposta dell’Efsa. Abbiamo riparato a questa mancanza e ce ne scusiamo.

Detto questo, nell’articolo ci sembra di aver soprattutto descritto quello che è un sentimento di perplessità, che appare diffuso nell’opinione pubblica, da quando sono emerse valutazioni scientifiche diametralmente opposte su una sostanza al centro delle polemiche da molto tempo e non solo in Europa. Lo spazio di uno scritto riassuntivo di varie tematiche è troppo esiguo per entrare nelle specifiche tecnicità, ben venga dunque la nota esplicativa. Non siamo comunque noi a dire per primi, nel nostro piccolo, che il sistema di controllo, così com‘è ora, andrebbe forse rivisto (dato che poi, tra l’altro, porta a risultati divergenti) ma scienziati e addetti ai lavori, di cui abbiamo raccolto le opinioni, o esperti che hanno esposto in sedi ufficiali la loro visione. Ovviamente, l’organismo regolatore deve attenersi, giustamente, alla normativa in vigore e non potrebbe fare altrimenti.

Sull’accenno alla ricerca dell’Istituto Ramazzini, nel paragrafo che la riguarda, non si parla (né si poteva parlare) di cancro, ma genericamente di danni, visto che i detti danni, di diverso tipo, vengono poi ampiamente spiegati in un’intervista collegata. Tutte le sostanze chimiche sono tossiche? Forse, ma pensando al nostro corpo, agli altri esseri viventi, al nostro mondo, che funzionano grazie alla chimica, meglio sperare che non sia così…


Tossicità ormai provata
Da tutto questo deriva la diffidenza dell’opinione pubblica, anche nei confronti dei regolatori che dovrebbero assicurare la sicurezza dei prodotti messi in circolazione in Europa. Ma c‘è ovviamente anche altro, perché, nel frattempo, altre autorevoli ricerche, condotte in Italia all’ Istituto Ramazzini di Bologna, hanno evidenziato in laboratorio i danni provocati dal roundup su un modello equivalente uomo , una delle ragioni, con molta probabilità, per cui il governo italiano ha preannunciato un voto negativo, a Bruxelles, all’autorizzazione del composto per ulteriori 10 anni.

Il glifosato riguarda tutti
Gli agricoltori sono i primi ad essere esposti, ma il campanello d’allarme riguarda tutti, visto che tracce di questo principio attivo vengono ritrovate regolarmente, in prodotti dell’industria alimentare di largo consumo, come la pasta o i cereali per la colazione.
L’ultima inchiesta , in Francia, ha dimostrato, ad esempio che su 8 campioni di cereali analizzati, 7 contengono glifosato, stessa cosa per 7 campioni di leguminose su 12 e per 2 campioni di pasta su 7.

In Germania, l’Istituto per l’ambiente di Monaco ha scoperto glifosato nelle 14 birre più vendute del Paese, con dosi anche superiori di 300 volte a quelle autorizzate per l’ acqua potabile .

E in Italia?
L’Italia, ovviamente non sfugge (oltre mille tonnellate di prodotto venduto all’anno, il glifosato è la sostanza fitosanitaria più utilizzata, con circa il 15% del mercato). Ebbene, un test delle urine condotto su 14 donne incinte, ha dimostrato la presenza del diserbante nella totalità del campione.

L’acqua, prima fonte di contaminazione?
Ma la prima fonte di contaminazione è l’acqua. In Italia, l’ultimo studio dell’ ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca ambientale) realizzato l’anno scorso e riferito al biennio 2013/14, rileva presenza di pesticidi in oltre il 64% dei campioni prelevati nelle acque superficiali, un più 20% rispetto al precedente biennio, e in oltre il 21% con percentuali superiori ai limiti di qualità ambientale. L’area più contaminata è la pianura padano-veneta, e in cima alla lista delle sostanze ci sono il glifosato e l’Ampa (acido aminometilfosfonico), suo metabolita, che ha un tempo di dimezzamento nel terreno fino a 958 giorni, il che vuol dire che si accumula, da un anno all’altro. Il glifosato, infatti, si lega fortemente al suolo dove subisce una degradazione microbica con produzione del suo principale metabolita. L’AMPA ha un’attività biologica di potenza paragonabile al composto originario, dicono gli esperti dell’ISPRA, per cui, nonostante la scomparsa del glifosato in quanto tale, gli effetti tossici sugli organismi bersaglio si protraggono nel tempo, contrariamente a quanto viene reclamizzato dall’industria.

A sinistra, acque superficiali 2014. A destra, acque sotterranee 2014

La lobby degli agricoltori
in attesa del voto a Bruxelles, le organizzazioni degli agricoltori europei, il Copa e la Cogeca, hanno chiesto il rinnovo per 15 anni dell’autorizzazione per il glifosato sulla base del parere dell’EFSA, chiamando in causa un probabile rischio di crollo della produzione alimentare. Allo stato, gli agricoltori sostengono di non avere alternative all’uso del roundup. Argomento cui risponde la Federazione dell’agricoltura biologica e tutte le associazioni promotrici della petizione stopglifosato, ma anche la dott. Belpoggi: bisogna rompere questo circolo vizioso, stundiando un’alternativa al glifosato. Ma senza un divieto, a termine, l’alternativa non si troverà mai.

Qui potete trovare l’intervista alla Dott. Fiorella Belpoggi, direttrice dell’Area di ricerca dell’ Istituto Ramazzini di Bologna, esperta di salute ambientale: ha realizzato la ricerca che ha portato il governo italiano a preannunciare il suo no al rinnovo della licenza per il glifosato in sede europea.