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I cinque giorni che hanno scosso la Spagna

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I cinque giorni che hanno scosso la Spagna

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Il referendum che si è tenuto in Catalogna continua a preoccupare molti governi e le istituzioni europee. In Spagna dopo il voto è braccio di ferro tra Madrid e il presidente catalano Carles Puigdemont.

Il voto, oltre ad aver attirato l’attenzione dei media di tutto il mondo, ha portato al centro della scena politica la Spagna e l’Europa. Noi di Insiders siamo andati sul posto per capire meglio i pro e i contro di questo voto.

Ma prima facciamo un rapido riassunto: sotto gli occhi del presidente della Catalogna Carles Puigdemont, circa il 43% dei catalani si è recato a votare per questo referendum per la separazione dalla Spagna. I Sì, i favorevoli all’indipedenza, hanno ottenuto un risultato oltre il 90% dei consensi. Tutto questo nonostante i moniti del governo di Madrid, che aveva dichiarato la consultazione non legittima. La polizia ha cercato di fermare le operazioni di voto, usando anche la forza contro quella folla in gran parte pacifica. Hans von der Brelie, uno dei nostri inviati ha trascorso una settimana con attivisti pro e anti-indipendenza e con figure politiche di rilievo di entrambi gli schieramenti. Chi sono e cosa vogliono i pro e i contro? Ecco alcune risposte.

Giorno 1: notte prima del referendum

Il nostro inviato Hans von der Brelie, ha seguito a Barcellona i giorni cruciali del voto, prima e dopo. Un voto, che nonostante fosse considerato illegale dalla Corte Costituzionale spagnola, non ha fermato i partiti indipendentisti. Nelle scuole, adibite a seggi elettorali, sono state erette barricate, centinaia di persone si sono asserragliate all’interno per poter permettere ai cittadini di recarsi alle urne. Tutte le schede sono state nascoste.

Alcuni anni fa, solo una piccola minoranza di catalani era a favore della separazione dalla Spagna. Ma oggi, la situazione è cambiata: centinaia di migliaia di persone sono a favore dell’indipendenza. Persone come Thais che ci racconta che lui ha aderito per diverse ragioni. “Il momento clou è stato nel 2010, non solo per me, ma anche per molte altre persone, ovvero quando lo statuto di autonomia della Catalogna è stato abolito dalla Corte Costituzionale spagnola. Molte persone sono rimaste deluse da tutto questo, come me e molti miei amici. Così abbiamo pensato che questo fosse il momento giusto per iniziare a cambiare le cose.”

La società catalana è divisa. Ci sono gli unionisti, quelli che vogliono restare con la Spagna, chiamati “la maggioranza silenziosa”. Sono parecchi, ma con meno visibilità. Il giorno prima del referendum, queste persone hanno deciso di rompere il silenzio. Llibert Senderos, due anni fa, fondò Españoles de a Pie un movimento contro il separatismo. Il clima qui è decisamente teso. Incontriamo il fondatore con alcuni attivisti in un pub di Barcellona mentre si preparano per una manifestazione per l’unità. Con tanto di bandiera della UE.

“Siamo certi che la Catalogna non rimarrà parte dell’Europa se si separà dalla Spagna, forse potrebbe diventare membro dell’Unione dopo qualche anno, ma sarà difficile per la Catalogna”, ci racconta Llibert. Fino ad ora, i catalani pro e contro l’indipendenza hanno vissuto fianco a fianco, senza particolari problemi. Ora ci si chiede se questa tranquilla coesistenza riuscirà a sopravvivere con il crescere delle tensioni. “Potrebbero esserci delle violenze contro di noi. È difficile esprimere liberamente le nostre idee, a causa della pressione della massa. Gli indipendentisti dicono che noi non siamo democratici, e questo è il problema, ma noi abbiamo solo idee diverse dalle loro.”

Al tramonto, torniamo in una delle scuole dove si dovrebbe votare. Le schede elettorali sono state nascoste. Giovani e famiglie con bambini passeranno la notte qui. Thais è nervosa, perché girano voci che la polizia sarebbe intervenuta in centro giovanile non distante da qui. Nessuno si arrende, un numero sempre crescente di catalani non accetta più alcune norme della Costituzione spagnola. Per gli indipendentisti questo voto non è illegale, perché il Parlamento della Catalogna ha approvato una legge che rende possibile organizzare questo referendum.

Day 1 - The day before

Giorno 2: il D-Day della Catalogna

Eccoci al giorno X. E’ domenica. Ci alziamo prima dell’alba. Ci dirigiamo verso la scuola di Thais, dove si sono già radunate centinaia di persone. “Siamo arrivati ​​alle cinque di questa mattina per proteggere le urne. La gente pensa che dopo il franchismo qui regni la democrazia, ma è stata una falsa democrazia”, ci racconta Anna. “Secondo voi è normale chiudere siti internet, o che non si possa fare riunioni, che non si possa votare? E’ democrazia questa?”

Il procuratore della Catalogna ha ordinato alla polizia regionale di bloccare l’accesso ai seggi. Alle 7,40 arrivano due “Mossos”. Intanto sull’autostrada si vedono i blindati della polizia nazionale spagnola. Dalle informazione che abbiamo ricevuto dal presidente del Parlamento catalano, Carme Forcadell, si voterà a Sabadell, a nord di Barcellona. CI sarà un intervento degli agenti? La polizia nazionale ha già sostituito le unità regionali dei “Mossos”. C‘é chi tra i presenti fa notare che è come durante il regime di Franco.

Mentre la polizia si ritira dopo l’intervento nella scuola, veniamo a sapere che il presidente del parlamento catalano passerà al B e si voterà in un’altra scuola. Il clima diventa sempre più tesa, alcune strade sono bloccate, la situazione potrebbe degenerare e si potrebbe arrivare a scontri anche pesanti. Intanto arriva la presidente del Parlamento catalano, Carme Forcadell, deputata del partito Sinistra Repubblicana di Catalogna: “Ho esercitato il mio diritto di voto. Sono orgogliosa di come i cittadini di questo paese hanno dimostrato la loro responsabilità civile a tutto il mondo, il loro pacifismo e il loro amore per la democrazia. Carme Forcadell è una delle voci principali del movimento indipendentista, e un prezioso contatto per avvicinarsi alla dirigenza del movimento.

Cerchiamo di fare in fretta, perché presso il quartier generale del movimento c‘è una riunione d’emergenza. Vogliamo parlare con Oriol Junqueras, il numero due del governo catalano e con Jordi Sanchez, uno dei “leader” del movimento separatista. Sanchez è a capo dell’ANC, un’organizzazione ombrello per un centinaia di movimenti separatisti.

ANC sta per Assemblea Nazionale Catalana, un’organizzazione civica, uno dei principali promotori del referendum per l’indipendenza insieme ad Omnium, movimento che difende la cultura e la lingua catalana, guidata da Jordi Cuixart. Lui e Jordi Sànchez Picanyol sono il volto e la voce di molti gruppi della società civile che spingono per la separazione della regione dalla Spagna.

“Questa è una grande giornata, è una dimostrazione di democrazia da parte dei catalani che hanno mostrato una forza civica strabiliante. La repressione dello Stato spagnolo è stata illimitata. Madrid è la vergogna dell’Europa. La Catalogna ha il diritto di essere riconosciuta come nazione libera in questo mondo”, ci spiega il Presidente Jordi Sànchez Picanyol.

“Tutti sanno che si deve trovare una soluzione politica, non si deve usare la violenza, come dice anche l’articolo 7 della Costituzione europea che afferma che se uno Stato utilizza la violenza nei confronti dei cittadini europei, questo Stato sarà fuori dall’Unione europea. Ma oggi la Spagna ha usato violenza contro la popolazione catalana. Serve una grande rettifica dal primo ministro Rajoy”, sottolinea Jordi Cuixart Presidente dell’Associazione Òmnium.

Al nostro giornalista che gli chiede come si sente dopo questa giornata, se felice o arrabbiato Jordi Sànchez Picanyol risponde che è un momento di felicità ma anche di enorme responsabilità. “La sensazione di appartenere a un paese che può resistere alla repressione solo per dimostrare il proprio diritto alla democrazia, questo dovrebbe essere riconosciuto dai popoli in tutta Europa”.

Day 2: Referendum day

Giorno 3: The day after

Il giorno dopo il referendum, ritroviamo ancora Jordi Sanchez davanti all’edificio del governo catalano. Solo il 43% degli elettori ha votato. I cittadini pro-Spagna sono rimasti a casa, per loro questo voto era illegale. Ma come giudica Sanchez questi dati sull’affluenza? “Non c‘è bisogno di farsi delle domande, perché abbiamo avuto un livello di partecipazione che non si era mai visto prima per qualsiasi altro referendum fatto in Spagna, era stato stabilito un livello minimo di affluenza. Anche la costituzione europea è stata votata qui nel Paese con una soglia inferiore al 50%”, aggiunge Picanyol.

Oggi, dopo il referendum, incontriamo l’attivista unionista Llibert. Durante i suoi studi ha passato un po’ di tempo a Chicago. Un compagno di camera faceva parte della squadra che supportava Obama durante la campagna elettorale. Qui Llibert Senderos, fondatore del blog Españoles de a pie ha capito qual è il vero potere dei media sociali e l’impatto che i movimenti di base possono avere sulla gente: “Sono di Barcellona, ​​quindi sono catalano ma anche spagnolo… E poi sono europeo. Non c‘è un’identità che sovrasta le altre. Qui in Catalogna, le persone dicono che quando sei catalano, non puoi essere spagnolo. Secondo me la Spagna è un misto di persone provenienti da Castiglia e dalla Catalogna, questo è il mio ideale di Spagna.”

Day 3 - The day after

Giorno 4: il maxi sciopero nazionale

Siamo al quarto giorno, il secondo dopo il referendum: ci incontriamo ancora con Carme Forcadell e con suo marito nella loro città natale, Sabadell. I gruppi pro-indipendenza hanno indetto una giornata di sciopero nazionale. Riusciamo a seguire e a fotografare la presidente. Forcadell ha una lunga esperienza politica. E’ stata a capo dell’ANC, prima di lasciare il posto a Jordi Sanchez. Senza la grinta di Carme Forcadell, l’idea dell’indipendenza catalana non avrebbe avuto tutto questo seguito: “E’ una strana senzazione, sono molto triste per quanto accaduto ieri e sono molto felice della reazione dei cittadini di questa regione. Ho rispetto, prima di tutto, dei diritti umani, e del diritto che tutti devono poter decidere del proprio futuro. Credo che i diritti fondamentali e la libertà democratica siano al di sopra di ogni Costituzione e anche al di là del diritto internazionale stesso.”

In piazza moltissime persone. Tutte quelle persone si sentono unite, ma altre si sentono escluse, come molte persone qui presenti. Il rischio è che si crei una netta divisione della società. “No, no, non esiste alcun rischio”, ci spiega la Forcadell. La Catalogna è uno stato pluralista e sono molto orgogliosa di questo. Ci sono persone che vogliono l’indipendenza e altre che, legittimamente, non vogliono l’indipendenza, io rispetto anche queste idee. Non si tratta di essere catalani o no. Ci sono molti persone che non sono catalane, si sentono spagnole e parlano spagnolo, anche questo è giusto, ma alcuni di loro vogliono l’indipendenza della Catalogna, non è un fatto legato alle origini delle persone.”

Day 4 - General strike

Giorno 5: Parlamento diviso. Quale futuro per la Catalogna?

Intanto in Parlamento le divisioni iniziano a farsi sentire. L’unione tra i tre partiti pro-indipendenza comincia a vacillare. Per Carme Forcadell è una giornata difficile. Il presidente dell’Assemblea vuole arrivare dritto al punto: si deve o no dichiarare subito l’indipendenza? Per la sinistra radicale la risposta è affermativa, mentre i più moderati chiedono qualche giorno di tempo, il tempo di avviare un dialogo. L’assistente di Carme Forcadell ci fa sapere che molti politici catalani hanno rischiato di essere perseguiti dalla legge, come se il separatismo fosse un crimine.

Tra i più ferventi difensori dell’unità nazionale spagnola troviamo, Xavier Garcia Albiol, presidente del ramo catalano del Partito popolare conservatore. Le istituzioni democratiche spagnole non permetteranno un colpo di Stato, sottolinea Albiol, cosa che il governo regionale della Catalogna sta cercando di fare. “Non riusciranno nel loro intento, utilizzeremo tutte le risorse e tutti gli strumenti che la Costituzione spagnola mette a disposizione dello Stato democratico e li utilizzeremo di conseguenza.”

Intanto da Bruxelles, il Presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, ha ribadito come l’integrità degli stati nazionali sia una garanzia per la stabilità di tutta l’Unione”.

Day 5 - In parliament