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Brexit: "Ora palla all'UE". Il discorso di Theresa May in parlamento

Dopo le rassicurazioni all'Europa e all'ala dura del suo partito, tanti i nodi ancora da sciogliere. Il più spinoso è quello del conto da pagare per l'UK: tra i 60 e i 100 miliardi di euro

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Brexit: "Ora palla all'UE". Il discorso di Theresa May in parlamento

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“Ora la palla è nella metà campo dell’Ue”. Ha usato una metafora sportiva la premier britannica Theresa May riguardo alle trattative sulla Brexit che riprendono oggi, lunedì 9 ottobre, a Bruxelles. Il primo ministro parlerà in questi termini, come anticipano i media del Regno Unito, nel corso del suo intervento di oggi pomeriggio alla Camera dei Comuni per riferire proprio sui difficili negoziati.

E’ previsto che May mostri un certo ottimismo, criticando i “profeti di sventura” che frenano sul divorzio dall’Europa e lanciando un appello all’Ue affinchè mostri “leadership e flessibilità” per superare l’attuale stallo. Secondo il Times, la premier vuole anche sottolineare che Londra non intende fare altre concessioni se i leader europei non intavolano trattative sull’accordo di libero scambio e il periodo di transizione.

Nel calendario dei negoziati, la data odierna è segnata come momento cruciale
La prospettiva per i leader europei è quella di constatare progressi sufficienti sulle condizioni di “divorzio” per aprire i negoziati sulle relazioni commerciali con Londra. La Brexit è prevista per marzo 2019, ma a Firenze May aveva chiesto una finestra di altri due anni per implementare le politiche amministrative necessarie. Una seconda fase dei negoziati sembra improbabile, tuttavia, poiché le condizioni fissate dai rimanenti 27 paesi dell’UE sono ben lungi dall’essere soddisfatte. Richiedono progressi su tre temi prioritari, legati alla separazione: la regolamentazione finanziaria del divorzio, il destino degli espatriati e le conseguenze di Brexit per l’Irlanda

“Non abbiamo visto ancora su questi temi progressi sufficienti per iniziare con fiducia la seconda fase di negoziazione”, ha avvertito M. Barnier, capo dei negoziati per Brexit dell’Europa, il 3 ottobre dinanzi al Parlamento di Bruxelles, che ha fatto la stessa osservazione in una risoluzione votata da una stragrande maggioranza. “Entro la fine di ottobre, non avremo progressi sufficienti (…) salvo un miracolo”, ha dichiarato senza mezzi termini il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker da Tallinn.

Leader fragile che deve combattere su due fronti
La fragilità di Theresa May è stata evidenziata nel suo discorso da incubo di mercoledì scorso davanti al partito conservatore, puntellato dagli attacchi di tosse.



In piena crisi di leadership, la leader conservatrice è stato interrotta anche da un comico che le ha consegnato un modulo P45 “da parte di Boris Johnson”, il suo ministro degli esteri che ne sfida l’autorità promuovendo un Brexit più “dura”. “Le dichiarazioni di Johnson durante la preparazione e durante la conferenza del partito conservatore hanno condannato la prospettiva di una soluzione al Consiglio europeo di ottobre”, ha detto Mujtaba Rahman, analista del think tank Eurasia, affermando che la May aveva “ ha eroso la fiducia dei 27”.

Per il diplomatico “il problema di Theresa May è che deve parlare contemporaneamente a due tipi di pubblico: l’ala che spinge per la Brexit più dura e che va rassicurata, e gli europei ai quali deve assicurare la bontà dello stampo negoziale”.

Un conto salato da pagare
L’UE aveva accolto con favore il “tono costruttivo” e la “nuova spinta” data ai negoziati dal discorso fiorentino di May. Lì, appunto, aveva proposto un periodo di transizione post-Brexit di due anni promettendo che il suo paese avrebbe onorato gli impegni finanziari nei confronti dell’Europa. “Ma esistono ancora gravi differenze, in particolare sul regolamento finanziario”, ha aggiunto Barnier davanti al Parlamento europeo. Il conto da pagare da parte del Regno Unito è valutato ufficiosamente tra i 60 ei 100 miliardi di euro. I negoziatori europei non chiedono in questo momento un impegno quantificato a Londra, ma un accordo in linea di principio su un metodo di calcolo, ben lungi dall’essere raggiunto.