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Scavare più in profondità per produrre maggior energia


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Scavare più in profondità per produrre maggior energia

La nuova frontiera delle energie rinnovabili passa dall’Islanda. Il nostro inviato Claudio Rosmino si è recato nella terra del fuoco e patria della geotermia, dove si sta sperimentando una tecnica per scavare pozzi di 5 km di profondità e portare in superificie vapori con temperature fino a 500°C. Se i risultati saranno positivi si potrà decuplicare la quantità di energia elettrica prodotta con queste fonti.

Fluidi e vapori immagazzinati nel cuore caldo della Terra hanno un enorme potenziale per generare elettricità, attraverso delle turbine. Qui, nella penisola di Reykjanes, è stato scavato un pozzo geotermico di quasi 5 chilometri di profondità, il doppio rispetto ai comuni standard. A queste profondità si raggiunge quello che è definito “fluido supercritico”, che essendo vicino ai serbatoi di magma, tocca temperature fino a 500°C.

“Abbiamo bisogno di perforare a maggiori profondità e aiutare la natura a far uscire il calore dal suolo’‘, spiega ai microfoni di euronews Gudmundur O. Fridleifsson, coordinatore del progetto DEEPEGS. “Se troviamo un fluido a queste temperature, che chiamiamo ‘condizioni supercritiche’ e portiamo questo gas in superficie attraverso il foro di trivellazione, la produzione elettrica che ci aspettiamo può essere di 30, 40 o anche 50 megawatt”.

E’ l’obiettivo del progetto europeo di ricerca DEEPEGS, lanciato da un consorzio internazionale alla cui guida ci sono delle società islandesi. L’obiettivo è quello di aumentare l’utilizzo di impianti geotermici in Europa.

“Le esperienze acquisite in Islanda possono essere utilizzate anche in Italia e lo stesso vale per le esperienze in Giappone o Nuova Zelanda…’‘, prosegue Fridleifsson. ‘‘Possiamo usare le stesse tecniche. E’ un processo di apprendimento, imparariamo gli uni dagli altri”.

Una delle principali sfide per il team di DEEPEGS è quella di ‘vedere’ attraverso le rocce, nel corso dei test di trivellazione a grandi profondità. Conoscere la composizione del terreno è fondamentale per evitare danni strutturali o problemi di sicurezza.

“Trivellare ‘ad occhi chiusi’ è una grossa sfida’‘, sottolinea Albert Albertsson, ingeniere meccanico all’HS Orka. ‘‘Oggi non abbiamo alcun mezzo per vedere esattamente quello che stiamo perforando. Il problema che dobbiamo affrontare è la chimica del fluido, dobbiamo confrontarci con lo scaling, la corrosione e altri aspetti”.

La trivellazione della crosta terrestre è un’operazione rischiosa. La trivella, per esempio, potrebbe attraversare un serbatoio di magma o potrebbero generarsi terremoti di bassa intensità, in particolare nelle aree vulcaniche. Ma ci sono dei mezzi, secondo Fridleifsson, per evitare questo tipo di rischi: “Cerchiamo di ridurre al minimo i rischi attraverso gli strumenti geofisici, le informazioni sulla vulcanologia, le mappe del suolo, ma anche utilizzando nuovi strumenti scientifici, prima di trivellare”.

Far risalire vapori caldissimi dal sottosuolo significa anche potenzialmenrte liberare prodotti nocivi come CO2, zolfo o altre sostanze. In Islanda, tuttavia, il principio di base è riciclare tutto.

“Se compariamo un impianto a un contenitore, dobbiamo pensare a ogni flusso che entra nella scatola, come pressione, acqua calda, acque sotterranee, come a una risorsa preziosa, quindi da non sprecare”, dichiara Albertsson.

I risultati finali su questa nuova tecnica di perforazione ad alte profondità sono attesi per la fine del 2018. Se si potrà produrre più energia rispetto ai pozzi geotermici convenzionali, ne saranno necessari meno per produrre la stessa quantità di megawatt, con un impatto ambientale nettamente inferiore.

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