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Aung San Suu Kyi, leader o carnefice?

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Aung San Suu Kyi, leader o carnefice?

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Un tempo coccolata dai media come vittima del regime militare birmano, oggi la Nobel per la pace Aung San Suu Kyi è sul banco degli imputati per gli eccidi che si starebbero compiendo a danno della minoranza Rohyngia. La leader ha definito “un enome iceberg di bugie” ciò che però ha costretto 125.000 persone a riparare in Bangladesh in fuga dalle violenze. L’accusa verso di lei è quella di favorire il sorgere di un nazionalismo buddista in Myanmar. Di per sé una contraddizione in termini vista la naura pacifica della religione buddista.

Le violenze sono concentrate nello stato di Rakhine dove finora migliaia di case sono state date alle fiamme. Molti testimoni arlano di violenze delle forze armate. Una situazione di una gravità tale da spingere il segretario Onu Antonio Guterres a parlare di catastrofe umanitaria.

Nella sua ricerca di alleati la San Suu Kyi ha incontrato il premier indiano Modi e ci ha tenuto a ringraziarlo per il sostegno contro la minaccia terrorista che ha colpito il mio paese un paio di settimane fa
e assieme possiamo essere certi che esso non prenderà piede nel nostro paese”.

La stampa però punta l’indice contro la San Suu Kyi. È vero che il 25 agosto è scoppiato uno scontro quando miliziani rohingya hanno attaccato delle postazioni della polizia, scatenando una controffensiva militare, ma è anche verpo che i civili sono stati presi di mira e finora si contano decine di morti.