ULTIM'ORA

Lettura in corso:

"Caporalato e migrazioni: serve un approccio organico"


mondo

"Caporalato e migrazioni: serve un approccio organico"

Venticinque euro al giorno, per otto di lavoro nelle serre. Le condizioni imposte a 26 braccianti, di cui 19richiedenti asilo, nelle piantagioni di pomodori di tre aziende agricole del ragusano, riportano l’attenzione sulle complesse ricadute del fenomeno migratorio su quello del caporalato. Due gli imprenditori arrestati, per aver sottoposto i lavoratori a sfruttamento, imponendo loro condizioni degradanti,che la polizia scientifica ha definito “umilianti per l’essere umano”.

Caporalato e lavoro sommerso: le vittime sono sempre i più deboli


Già vulnerabili, i più esposti sono i migranti, soprattutto se irregolari. “Non cè dubbio che costituiscono un bacino d’utenza di grande rilievo – ci dice Livia Pomodoro, Presidente del Milan Center for Food Law and Policy -. E questo perché evidentemente, avendo a disposizione persone che arrivano sul nostro territorio senza sostentamento e alla ricerca di una qualche dimensione di sopravvivenza è chiaro che chi vuole può facilmente approfittare di loro”.

Il caporalato: una piaga europea


Alla fine di maggio, il Milan Center for Food Law and Policy aveva presentato al Parlamento Europeo un rapporto intitolato “Be Aware – Best practices against work exploitation in agriculture” da cui emergeva la portata europea della piaga del caporalato. A parte eccezioni illustri come l’Olanda, i numeri più impressionanti riguardano soprattutto paesi del sud e dell’est-Europa. Tra i primi, la maglia nera va al Portogallo, dove i numeri della ricerca, attribuiscono al lavoro sommerso una quota del 60%. Elevatissimi anche i dati di Bulgaria e Romania, dove si attesta rispettivamente al 50% e al 40%, mentre in Italia e Spagna si sfonda comunque la soglia del 30%.

Qui il video di presentazione del rapporto, con una sintesi su tutti i numeri del caporalato in Europa

“Caporalato e migrazioni: l’Europa interventa con un approccio organico”
Livia Pomodoro, presidente del Milan Center for Food Law and Policy, esclude una correlazione diretta tra fenomeno migratorio e lavoro sommerso. L’impatto su quest’ultimo deve però a suo avviso rientrare in una riflessione politica, che si apra a un approccio integrato e pluridisciplinare. “Non c‘è dubbio – ci dice – che una politica migratoria che tenga conto anche di quante devono essere le implicazioni come quelle del lavoro sommerso, non può che essere utile alla nostra comunità”. “Nelle società globali nelle quali noi viviamo e nelle comunità allargate come certamente è la Comunità Europea, rispetto alle singole comunità, non può non esservi un approccio di questo tipo”.