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Somaliland sull'orlo della carestia


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Somaliland sull'orlo della carestia

La stagione della pioggia che non c‘è

Siamo alla quarta stagione delle piogge senza o con poca pioggia in Somaliland. Questo Stato autoproclamato, riconosciuto a livello internazionale come una regione autonoma della Somalia, è tra le prime zone a essere state colpite dalla siccità tre anni fa. Oggi molti allevatori nelle zone più sperdute, come il villaggio di Sheikh Awaare, hanno perso fino all’80% dei loro animali. Qoran è una di loro.

“Sono nata qui come tutti i miei figli – racconta Qoran Osman – Non ho mai visto una siccità simile. Avevo 200 capre. Adesso me ne rimangono 20”.

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Gli aiuti dall’Europa

Qoran è tra i residenti selezionati dalla ONG Concern per ricevere aiuti in denaro da spendere nei negozi locali. Il progetto, finanziato dall’Ufficio Europeo per gli aiuti umanitari, sostiene 172 famiglie tra le 400 sparse nella zona

“Mi hanno dato 112 dollari -continua Qoran – abbastanza per tirare avanti. Ho comprato farina, olio, zucchero e tè”.

Qoran e gli altri beneficiari ricevono una Sim Card in cui la Ngo trasferisce il denaro. La transazione in questo caso avviene appena di fronte al negozio, l’unico punto in cui si capta la rete.. con un po’ di fortuna.

Concern sostiene 92.000 famiglie in Somalia, in parte con l’aiuto dell’ Unione Europea. In Somaliland 2.200 con trasferimenti di denaro. Per gli abitanti di Sheikh Awaare si tratta dei primi aiuti dall’inizio della siccità. Un monitoraggio dopo la distribuzione è servito a comprenderne l’efficacia, come spiega Mercy Gitau, dell’ONG Concern:

“Il problema principale consiste nel fatto che ritengono di essere stati scelti in pochi tra le persone colpite dalla siccità. Abbiamo previsto tre versamenti sulle Sim card, fino a giugno. Ovviamente ci rendiamo conto che la situazione non cambierà molto perché le piogge non si annunciano buone, quindi sappiamo che avranno ancora bisogno di sostegno”.

Il progetto fa parte di una più ampia strategia per cercare di contenere la carestia prima che si instauri. La Somalia ha lanciato un allarme pre-carestia a gennaio, quando la macchina dell’assistenza internazionale era già in movimento.

La nostra inviata Monica Pinna: “Solo 6 anni fa la Somalia ha affrontato una carestia costata la vita ad oltre 250 mila persone. Come è cambiata la risposta umanitaria?

“Adesso la risposta umanitaria scatta prima che venga dichiarata la carestia – precisa Heather Blackwell, dell’Ufficio Europeo per gli Aiuti Umanitari – e accelera seguendo le informazioni sul peggioramento della situazione alimentare, le cifre sulla malnutrizione, sui prezzi degli alimenti nei mercati. Questi sono tutti indicatori che ci informano che qualcosa sta accadendo. Quindi questa volta abbiamo usato queste informazioni per rispondere immediatamente.”

Il cruciale approvvigionamento idrico

Le difficoltà dell’accesso all’acqua è un fattore determinante in queste zone. Alcune comunità dipendono interamente dall’acquisto dell’acqua e i prezzi durante la siccità vanno alle stelle. Ci siamo spostati verso Sud, nel villaggio di Baldheere. Qui la costruzione di una cisterna ha cambiato la vita a oltre mille residenti.

“In periodi di grande siccità come questo – spiega l’inviata Monica Pinna – la popolazione dipende interamente dalla distribuzione dell’acqua e dalla capacità di saperla conservare. Nel villaggio di Baldheere la pioggia che sta per arrivare non verrà sprecata”.

Questa cisterna è stata terminata a marzo. Negli ultimi 25 anni Concern ne ha costruito una cinquantina in Somalia e 20 recentemente in Somaliland principalmente con i finanziamenti europei. Qui ogni famiglia puo’ ritirare una quarantina di litri al giorno.

“Questo serbatoio contiene 270.000 litri di acqua, sufficienti per 300 famiglie per 20 giorni – spiega Mercy Gitau, di Concern – La media è di sette litri e mezzo al giorno a persona”.

Prima della costruzione della cisterna, raccogliere l’acqua era una sfida quotidiana. Faduno Muse Habane, residente qui a baldheere, doveva camminare fino a trenta chilometri al giorno per portarne a casa:

“A volte andavamo a Aubare, a 6 km da qui, in Etiopia. In caso di tensioni tra i paesi il confine veniva chiuso e allora dovevamo percorrere 15 km. Dovevo muovermi presto alla mattina e non tornavo prima delle sette di sera”.

Le ONG hanno bisogno di nuovi fondi per sostenere 5 milioni e mezzo di persone. E’ l’obiettivo da qui alla fine dell’anno. La popolazione intanto spera che questa stagione delle piogge appena iniziata riporti la vita.

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