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Elezioni presidenziali: come funziona la "par condicio" francese

La par condicio di scalfariana memoria, declinata in varie norme dal ’93 in poi, è cosa alla quale sono ormai abituati gli Italiani: uguale spazio nerlla copertura dei media, e in particolare della ra

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Elezioni presidenziali: come funziona la "par condicio" francese

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La par condicio di scalfariana memoria, declinata in varie norme dal ’93 in poi, è cosa alla quale sono ormai abituati gli Italiani: uguale spazio nerlla copertura dei media, e in particolare della radio-televisione, in termini quantitativi, per tutti i partiti. Non occorre che lo spazio sia identico all’interno di un singolo programma (sarebbe impossibile), ma possono essere programmi diversi purché offrano “analoghe opportunità di ascolto”.

Il tempo offerto si valuta nell’arco di ogni settimana che precede la data del voto.

Già piuttosto complessa, la regola italiana differisce da quella francese per alcuni aspetti sostanziali: prima di tutto perché in Francia si vota direttamente per il Presidente.

E se in Italia si parla di due fasi – e cioè quella che va dalla convocazione dei comizi elettorali fino al giorno della presentazione ufficiale delle liste e delle candidature, e poi quella che va dalla presentazione delle liste fino all’ultimo giorno di votazione -, e se nella prima devono essere rappresentati tutti i partiti o movimenti che abbiano almeno due europarlamentari e nella seconda tutti coloro che abbiano dei candidati in collegi rappresentativi di almeno un quarto della popolazione…

In Francia le due fasi non si differenziano (o non solo) per pubblico di riferimento, ma per regole: nella prima si parla di “equità” dei tempi concessi ad ogni candidato, e nella seconda di “uguaglianza”.

Sapendo che la seconda fase, quella che porta fino al giorno del voto, era di cinque settimane ed è stata ridotta a due – e non è detto che sia più semplice -, vediamo come funziona per la campagna elettorale ormai agli sgoccioli.

Per ogni fase, in Francia i parametri sono due: “tempo d’antenna” e “tempo di parola”, cioè quanto si parla di ogni candidato (escluso il tempo dei commenti chiaramenti sfavorevoli), e quanto ad ogni candidato viene concesso di parlare.

A sorvegliare il rispetto delle regole è il CSA.

Nella prima fase la gestione è relativamente più semplice, perché “equità” è un concetto fluido che dipende dal risultato nelle elezioni precedenti, dai sondaggi, dall’attualità…

Nelle ultime due settimane diventa tutto molto, molto più complicato: e se, ancora nella prima fase, TF1 ha potuto realizzare – pur tra mille polemiche – un dibattito solo con cinque candidati (i primi nei sondaggi), BFM ha poi fatto dibattere tutti gli undici candidati, con tempi di parola rigorosamente uguali, e la televisione pubblica… ha dovuto rinunciare.

France 2 aveva in effetti previsto un terzo dibattito, a una settimana dalle elezioni. Obbligata, a quel punto, a invitare tutti gli undici candidati. Ma per il CSA era troppo a ridosso delle elezioni. Impossibile anticiparlo: il canale pubblico ha quindi provato a invitare tutti per interviste individuali, ma queste erano possibili solo se tutti avessero accettato. È bastato il rifiuto di uno di loro a far saltare tutto.
Inutile fare il nome: se non avesse rifiutato lui, lo avrebbe fatto qualcun altro (la politica è quel luogo in cui molti dicono “si” sperando che sia qualcun altro a dire “no”).

Nelle due settimane che precedono il voto, tra l’altro, è impossibile compensare un programma con un altro, perché la regola parla di “condizioni di programmazione comparabili”: non si può quindi invitare un candidato nel TG delle 20 e un altro in quello delle 13… o peggio metterlo di notte.

Sono stati i direttori delle testate giornalistiche a chiedere la riduzione a due settimane della fase di “uguaglianza” dei tempi di parola, ma ora sono loro stessi a lamentarsene.
Un intervistatore radiofonico ha spiegato: “da qui al giorno del voto ho dieci puntate del mio programma, ma i candidati sono undici…”