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Turchia, la riforma costituzionale in controluce: le ragioni del“Sì” e del “No”


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Turchia, la riforma costituzionale in controluce: le ragioni del“Sì” e del “No”

Il 21 gennaio con 339 “sì” e 142 “no” il parlamento ha approvato un pacchetto di riforme costituzionali aprendo la strada a un referendum su un sistema presidenziale che accrescerebbe enormemente i poteri del presidente Recep Tayyip Erdogan. “Ora la parola passa al popolo”, aveva detto il primo ministro turco, Binali Yildirim. Il 25 febbraio il premier Yildirim lancia ha lanciato la campagna elettorale dell’Akp a favore del disegno di legge di riforma di 18 articoli della Costituzione che darebbe ampi poteri esecutivi al presidente e abolirebbe la carica di primo ministro con elezioni parlamentari e presidenziali simultanee per un mandato di cinque anni a novembre 2019.

Sì o No? Ragioni a confronto

I critici gridano alla concentrazione di poteri nelle mani di una sola persona che è tra l’altro già accusata di autoritarismo. Il governo, invece, ritiene la riforma necessaria per avere una presidenza forte e in grado di combattere il terrorismo. L’opposizione ha denunciato, inoltre, di non avere avuto le possibilità di esprimere il proprio no alla riforma, perché la maggior parte dei media sono stati silenziati.

I maggiori cambiamenti

Con la riforma il presidente Recep Tayyip Erdogan potrà rimanere al potere fino al 2029. Vediamo i punti principali:

  • il presidente, attualmente solo capo dello Stato, diventa sia capo dello Stato che del potere esecutivo.
  • la carica di primo ministro viene eleminata mentre viene creata la carica di vice presidente (che potranno essere più di uno).
  • la riforma garantisce al capo dello Stato il potere di nominare ministri e alti funzionari, sciogliere il parlamento, dichiarare lo stato d’emergenza, emanare decreti e nominare la metà dei giudici dell’alta corte.
  • il nuovo presidente potrà quindi assumere tutti i poteri ora riservati al Consiglio dei ministri e avrà la facoltà di emettere decreti su diritti personali e libertà fondamentali.
  • Sia il presidente che il parlamento potranno inoltre convocare le elezioni.
  • prevista inoltre l’abolizione dei tribunali e dei giudici militari, con il numero dei membri della corte costituzionale che, di conseguenza, scenderebbe a 15.
  • il Parlamento potrà indagare o mettere sotto accusa il presidente solo attraverso il voto. Serve la maggioranza assoluta dei voti del Parlamento, che conterà 600 deputati.
  • sarà consentito il contemporaneo svolgimento delle elezioni presidenziali e parlamentari, prevedendo legislature della durata di 5 anni per Capo dello Stato e deputati
  • sarà sancita l’impossibilità di andare alle urne durante tutto il procedimento per mettere in stato di accusa presidente, i vice presidenti ed esponenti del governo.
  • con la maggioranza dei due terzi dei parlamentari il presidente potrà anche svolgere un secondo mandato.

Lo scenario internazionale

Una vera crisi diplomatica è scoppiata tra Turchia e Paesi Bassi a pochi giorni dalle elezioni olandesi. I Paesi Bassi sono stati bollati come “fascisti e nazisti” dalla Tuchia dopo l’annullamento della visita di due ministri che dovevano fare campagna tra gli emigrati turchi per il Sì alla riforma costituzionali.

Erdogan ha alzato la voce dicendo che è stato impedito a esponenti turchi di svolgere la loro campagna referendaria in paesi europei. Comizi sono stati cancellati anche in Germania, Svizzera e Austria. Ankara si è scagliata anche contro Bruxelles minacciando di rivedere l’accordo sui migranti, in particolare la clausola sul “transito per via terra”. Una vittoria del “sì” al referendum costituzionale di aprile sarà la migliore risposta ai “nemici”: ha affermato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, dopo giorni di violenta polemica verbale.

Esito incerto

La popolarità di Erdogan è altissima ma l’esito della consultazione non è affatto scontata. A inizio marzo è iniziata la mobilitazione per il “no” al referendum costituzionale del 16 aprile sull’introduzione del presidenzialismo in Turchia. A Istanbul, Smirne e Diyarbakir, il partito filo-curdo Hdp ha lanciato la sua campagna. Le maggiori società di ricerca danno il “no” viene come vincente.

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