ULTIM'ORA

ULTIM'ORA

E se i migranti fossero i primi "cittadini d'Europa"? Secondo gli esperti è irrealizzabile

“Perché non concedere la cittadinanza europea ai rifugiati?

Lettura in corso:

E se i migranti fossero i primi "cittadini d'Europa"? Secondo gli esperti è irrealizzabile

Dimensioni di testo Aa Aa

“Perché non concedere la cittadinanza europea ai rifugiati?” – la frase conclusiva dell’intervento di Giuseppe Guerini, parlamentare del PD, al 6° Forum delle Politiche Sociali di Milano suscita un applauso più fragoroso degli altri. E se…? La domanda rimane sospesa nell’aria e lascia immaginare un ordine nuovo e diverso, che scardini completamente le regole su cui finora si sono basate l’accoglienza e la gestione dei migranti in viaggio verso l’Europa. In un’Unione che così tanto fatica a rimanere coesa e in cui strategie per l’integrazione rimangono inefficienti e scollegate, sollevando tensioni e muri – fisici e mentali – forse sarebbe necessaria una misura drastica. Aprire le frontiere e rendere proprio loro, i rifugiati, i primi veri “cittadini d’Europa”, superando i confini nazionali per tentare di cambiare le sorti di una UE che rischia di restare sotto lo scacco di correnti populiste e xenofobe. Sarebbe un’opzione auspicabile e praticabile? Come dovrebbe essere regolamentata e a chi dovrebbe essere concessa? Quali sarebbero i problemi? Tre esperti riflettono sulla questione e propongono soluzioni per l’integrazione: Matteo Villa, Research Fellow di ISPI, l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale con sede a Milano; Maurizio Ambrosini, docente di sociologia delle migrazioni all’Università degli Studi di Milano e direttore della rivista scientifica Mondi Migranti; ed Ennio Codini, responsabile del settore legislazione alla Fondazione ISMU, l’Istituto per lo Studio della Multietnicità.

Matteo Villa, Maurizio Ambrosini, Ennio Codini

Come vede l’idea di concedere una cittadinanza europea ai migranti?

Villa: Pensare di concedere direttamente ai richiedenti asilo una cittadinanza europea mi sembra una cosa molto bella da dire, ma molto lontana dalla realtà, perché non ne esiste una di base; noi stessi siamo cittadini nazionali che godono di diritti molto simili tra loro in Europa, ma anche un po’ diversi. Io penso che emotivamente sia giusto accogliere queste persone, ma che gli si dia la cittadinanza subito forse è un passo troppo affrettato, visto che una volta su due per queste persone la legislazione italiana richiederebbe che li si espellesse, anche se poi non si fa. Ci sono già dei diritti differenziati per chi viene protetto di più e per chi meno: i rifugiati possono diventare cittadini italiani già dopo 5 anni invece di 10, come gli altri stranieri, e a me sembra già una buona cosa. Penso comunque che si possa fare più di quanto facciamo adesso.

Ambrosini: Io capisco gli intenti e li apprezzo, però bisogna ragionare su cos‘è la cittadinanza, perché questa implica una cosa importante: il diritto di voto. Se consideriamo la cittadinanza semplicemente come un termine evocativo per dire che li vogliamo proteggere e tutelare, sono d’accordo. Ma dare la cittadinanza ad un richiedente asilo o ad un rifugiato significa farli passare avanti a quelli che aspettano dieci anni per presentare la domanda, e che gli diamo il diritto di votare per le nostre istituzioni, anche solo per quelle europee. Io temo che sia una boutade come tante, essenzialmente simbolica: si pensa ad una forma di cittadinanza che costa poco e non dà diritti sostanziali. Credo che bisognerebbe volare più bassi e lavorare sui diritti sostanziali e sull’accompagnamento serio dei richiedenti asilo e dei rifugiati, lasciando la cittadinanza lì dov‘è, cioè come il traguardo di un percorso, sperabilmente un po’ più breve, ma per tutti.

Codini: Ho l’impressione che parlando di cittadinanza europea per i richiedenti asilo e i rifugiati si possano intendere due possibili significati: da un lato libertà di circolazione, quindi riconoscere a loro la stessa libertà di circolazione di cui godono i cittadini comunitari, dall’altro la presa in carico dei richiedenti da parte dell’Unione Europea e non più dagli Stati, dove l’Unione si farebbe carico di tutta la gestione, con i relativi oneri, regolazione, organizzazione e costi. La prima proposta secondo me è pensabile per coloro che hanno ricevuto un status di rifugiato, ma non per i richiedenti. Loro avrebbero la libertà di stabilirsi dove ci sono le migliori opportunità e anche per lo Stato queste persone si allocherebbero nel modo migliore. La seconda idea sarebbe una risposta realistica, poiché le persone non cercano tanto di arrivare in Italia o in Francia, ma di raggiungere l’Europa, e garantirebbe uniformità e stesso tipo di accoglienza. A livello politico rappresenterebbe però una fuga in avanti: a volte queste idee funzionano, ma rispetto alla situazione in cui siamo, affidare all’Europa tutto questo mi sembra un’idea un po’ fantasiosa per quella che è l’Unione Europea oggi.

Su quali aspetti si potrebbe migliorare?

Villa: Un grosso problema è il fatto che il diritto di asilo viene applicato in maniera difforme e legislato in maniera nazionale: in Ungheria, per esempio, un siriano ha più del 90% di probabilità di vedersi rifiutata la domanda di asilo, mentre in Italia ha più del 90% di probabilità di vederla accettata. Le proposte di creare un’agenzia europea per l’asilo e per una maggiore armonizzazione sono naufragate, ma secondo me bisognerebbe continuare ad agire in questo senso, farci coraggio e pensare che delle norme comuni applicate in maniera uniforme sono necessarie all’Europa. Inoltre, secondo le regole di Dublino, lo Stato di prima accoglienza è obbligato ad esaminare le richieste e un richiedente asilo non può circolare liberamente in Europa, il che crea incredibili pressioni, perché le persone sono costrette a rimanere nel Paese finché non ottengono la cittadinanza. Siamo ormai consapevoli che le regole vadano cambiate, ma molti Stati si oppongono. Quindi dal punto di vista normativo dovremmo, da un lato, riformare il diritto e applicarlo in maniera uniforme, dall’altro cambiarlo per trovare il modo di ridistribuire queste persone.

Ambrosini: In Italia, il problema è che quando una persona riceve la carta di rifugiato ottiene un titolo legale di soggiorno, ma non riceve un supporto sostanziale: non avendo più diritto all’accoglienza nei centri di accoglienza straordinaria, finisce in mezzo alla strada. Alla fine l’immigrato che ha bisogno di cure mediche non va all’ufficio dell’Unione Europea per farsi curare, ma in ospedale, e questi dispositivi sono gestiti dalle autorità nazionali. Intendere un insieme di diritti staccati dalla dimensione nazionale è pericoloso, perché rischia di essere meramente simbolico, quindi non dobbiamo cadere nella trappola dei diritti europei che però non hanno sostanza: diamogli meno diritti, ma sostanziali, locali, esigibili subito.

Quali passi si potrebbero intraprendere per favorire l’accoglienza e l’integrazione?

Villa: Sulla cittadinanza le regole variano da Stato a Stato, e questo rende molto difficile fare passi avanti comuni. A parte la cittadinanza, per la quale il processo può essere lento, però, c‘è tantissimo che possiamo fare per accogliere queste persone, integrarle e proteggerle. C‘è da salvaguardare Schengen e la nostra libertà di circolazione, che in questo momento è a rischio, c‘è da inventarsi dei piani di integrazione di queste persone, già presenti nel Nord Europa, pur con alti e bassi, per l’inserimento al lavoro, la formazione e l’istruzione per i minori. In Italia secondo me la proposta del ministro dell’interno Minniti di un piano per l’integrazione, che dovrebbe essere presentato a maggio o giugno, è la giusta direzione. Abbiamo bisogno di uno strumento unitario, di soldi, e di cercare di non lasciare da sole le singole città, perché in questo momento ognuno si muove come può, e riesce a integrare le persone a seconda delle proprie risorse. L’immigrazione è un fenomeno che va gestito, e quando viene gestito può dare dei benefici.

Ambrosini: Serve un discorso che cerchi di uscire dal mondo dei simbolismi e delle politiche dichiarate per verificare e concedere diritti reali ed esigibili, per istituire percorsi di accompagnamento nell’apprendimento linguistico, nel lavoro e nella tutela della salute. Questa è la cittadinanza sostanziale che noi dobbiamo sviluppare e rinforzare: educazione, tutela sanitaria, accesso al mercato del lavoro, politiche del lavoro attive, formazione professionale, possibilità di partecipare alla vita del Paese attraverso attività socialmente utili.

Codini: Quello che si potrebbe fare per mettersi in marcia nella direzione della cittadinanza è di creare le condizioni necessarie: una proposta realistica sarebbe la libertà di circolazione per quelli che hanno lo status e poi, per esempio, accrescere progressivamente la quota di finanziamento europeo per le politiche di assistenza agli Stati, perché l’accoglienza costa molto. Inoltre, servirebbe rivedere progressivamente le direttive per l’accoglienza nei vari paesi dell’Unione, creando un modello europeo dell’accoglienza, che oggi non c‘è. Queste mi sembrano le proposte più realistiche.

Articolo di Irene Dominioni_